Prima di pretendere i soldi, bisognerebbe garantire l’acqua. È questa la semplice, spietata equazione che la burocrazia del servizio idrico siracusano sembra aver dimenticato nei meandri delle delibere normatizzate.
A ricordarglielo, con la forza di chi è rimasto con i rubinetti a secco per l’ennesima volta, sono i cittadini. L’ultima invettiva porta la firma di Francesco Troia, cittadino attivista che ha deciso di rompere il silenzio sulla gestione dell’acqua in città, tramite una lettera aperta, accolta dalla Redazione di Libertà Sicilia, che ha il sapore di un vero e proprio atto d’accusa.
Al centro dello scontro c’è Aretusacque e, soprattutto, il suo Consiglio di Sorveglianza, presiduto da Giuseppe Assenza. L’organo di controllo che tempo addietro si è affrettato a mettere i puntini sulle “i” in merito alla tanto contestata richiesta di deposito cauzionale avanzata agli utenti. Con il tipico linguaggio formale e felpato, il Consiglio ha tenuto a precisare che la cauzione “è disciplinata dall’ARERA, ha carattere non discrezionale, serve a garantire il rischio morosità e non è una tassa”.
Sembrerebbe una lezione di diritto regolatorio “impeccabile”, se non fosse che cade sulle teste di cittadini furiosi, colpiti da un’emergenza idrica che dura ormai da mesi, condita da spregiudicate inottemperanze. La replica di Troia non si è fatta attendere ed è una stoccata diretta al cuore del sistema: «Bene! Ma se il deposito cauzionale è normato per gli utenti, il rispetto degli obblighi contrattuali da parte del gestore chi lo garantisce?».
Un interrogativo fondamentale che mette a nudo la palese asimmetria tra i doveri dei cittadini e quelli dell’azienda. Perché se da un lato la macchina della riscossione e dei richiami alla conformità regolare procede con impeccabile puntualità, dall’altro l’erogazione del bene primario per eccellenza continua a fallire miseramente. E i dati portati sul tavolo dall’attivista dipingono un quadro desolante, quasi da emergenza da terzo mondo: secondo Troia, nel solo quartiere della Borgata Santa Lucia, negli ultimi 24 mesi, si sono contate oltre 35 interruzioni del servizio idrico. Più di una al mese, un calvario sistematico.
«Anche oggi la Borgata è senza acqua!» incalza la nota, firmata 30 ottobre, denunciando come le giustificazioni tecniche non possano più mascherare l’ineffienza d’esercizio. Ma ciò che brucia di più, al di là dei disagi quotidiani tra secchi e cisterne, è il muro di gomma eretto da chi dovrebbe vigilare. Di fronte alle continue interruzioni, la posizione del Consiglio di Sorveglianza si riassume in una sola parola: silenzio.
La denuncia di Troia si trasforma così in un elenco di quesiti precisi e stringenti, risposte che la cittadinanza attende e che finora nessuno ha avuto il coraggio di formulare pubblicamente. Il Consiglio si è attivato nell’ambito delle proprie competenze per verificare la tenuta del contratto? Ha provveduto a:
- informare formalmente l’Ente di Governo d’Ambito, affinché valuti la gravità del disservizio e applichi le dovute sanzioni previste dalla convenzione di gestione nei confronti del gestore?
- verificare il rispetto della Carta dei Servizi, confrontando la frequenza dei guasti con gli standard di qualità e continuità imposti dalla stessa normativa ARERA a cui si fa appello per incassare le cauzioni?
- accertare il diritto degli utenti agli indennizzi automatici, previsti nei casi in cui gli standard minimi di erogazione vengano clamorosamente violati?
Domande semplici, legittime, di un’evidenza disarmante. I contratti, d’altronde, non si firmano a senso unico. Un rapporto di somministrazione prevede prestazioni corrispettive: pagamento contro erogazione del servizio. Se gli utenti sono costretti a rispettare ogni singolo cavillo amministrativo, non si capisce per quale strano privilegio il gestore possa permettersi di venire meno alla fornitura d’acqua a giorni alterni.
I fatti parlano chiaro, i perenni disservizi non possono essere liquidati come semplici “inconvenienti tecnici”. Servono risposte, ma soprattutto serve che chi ha il compito di vigilare inizi a far sentire la propria voce a tutela delle comunità e non soltanto a difesa delle casse societarie. Perché chiedere il rispetto delle regole è doveroso, ma pretenderlo solo quando conviene è inaccettabile.
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