Siracusa. Sessant’anni di sindacatura: la cronaca di un naufragio politico e civile

di Giuseppe Bianca

È una rilettura dura, senza sconti, quella che emerge analizzando i processi che hanno portato la città nel baratro attuale

Parlare della storia politica di Siracusa negli ultimi sessant’anni significa sfogliare un album di occasioni perdute, di fallimenti, di ambizioni strozzate e di una mediocrità amministrativa che ha trasformato la «più bella città del mondo antico» in un territorio frammentato, ferito dal cemento e svuotato della sua linfa vitale: i giovani. È una rilettura dura, senza sconti, quella che emerge analizzando i processi che hanno portato la città nel baratro attuale. Una condanna politica senza attenuanti, che chiama in causa non solo chi ha occupato le poltrone di Palazzo Vermexio, ma anche una cittadinanza spesso troppo pigra o collusa per ribellarsi.

Il Peccato Originale: L’urbanistica del cemento

Il declino urbanistico di Siracusa non è un incidente di percorso, ma il frutto di una visione distorta nata già negli anni Cinquanta. Il peccato originale risiede nell’adozione del Piano Cabianca (1953-1956). In quegli anni, si ipotizzava per Siracusa un raddoppio demografico costante, immaginando una metropoli da 300.000 abitanti dopo il 2000. Una previsione smentita clamorosamente dalla storia: oggi la città conta circa 115.000 anime e perde mille residenti l’anno.

Quella stagione di ‘falsa gloria’ servì solo a giustificare una speculazione edilizia senza precedenti. Tra il 1956 e il 1958 furono edificati ben 27.000 vani. Il cemento iniziò a divorare giardini e terreni agricoli tra viale Zecchino e corso Gelone, mentre il centro storico di Ortigia iniziava la sua lenta e dolorosa agonia. Se negli anni Cinquanta lo ‘scoglio’ contava 24.000 residenti, oggi ne restano meno di tremila. Ortigia è stata colpita da quella che lo studioso Giuseppe Agnello definì una ‘alopecia deformante’: vuoti urbani riempiti da una speculazione sovrana, mentre il volto della città veniva sfregiato da cicatrici incancellabili. Solo nel 1976 arrivò una legge di tutela per i centri storici, ma il danno era ormai compiuto.

 

La Prima Repubblica: La staffetta dell’inefficienza

Il panorama politico della Prima Repubblica a Siracusa somigliava a una staffetta olimpica della Dc, dove i sindaci si davano il cambio ogni sei mesi o un anno. Da Raffaello Caracciolo a Luigi Foti, passando per le brevi parentesi di Gaetano Costa o Marcello Sgarlata, Palazzo Vermexio è stato il teatro di una gestione frammentata, spesso ostaggio di gruppi di pressione legati all’edilizia.

In questo marasma, si distinse la figura di Vincenzino Tedeschi, la cui dignità politica – emersa dopo la sua scomparsa – lo portò alle dimissioni pur di non cedere alla speculazione su Piazza San Giovanni. Ma fu un’eccezione in un oceano di mediocrità. Il risultato di quegli anni fu un ‘territorio-spezzatino’: nacquero quartieri dormitorio e zone satellitari prive di anima e servizi. Villaggio Miano, la Pizzuta, Mazzarrona, Grottasanta, fino alle aree balneari di Fontane Bianche e dell’Ognina, sono diventati grumi di asfalto senza marciapiedi, senza illuminazione adeguata, condannati a diventare paludi al primo acquazzone.

La Seconda Repubblica: Dalla speranza al fallimento

L’avvento dell’elezione diretta del sindaco non ha invertito la rotta. Anzi, ha spesso acuito il senso di distacco tra la «cadrega» e il bene comune. Marco Fatuzzo ereditò un’amministrazione pesante e, pur tra mille difficoltà, lasciò in dote finanziamenti europei che altri avrebbero speso (Titti Bufardeci con il Piano Urban). Enzo Dell’Arte fu vittima delle logiche di partito dopo soli tredici mesi (sfiduciato dalla componente in Consiglio comunale di Fausto Spagna).

Poi venne l’era di Titti Bufardeci e del Piano Regolatore Generale di Bruno Gabrielli. Un PRG che, pur ambizioso sulla carta, ha finito per svalutare il patrimonio esistente. La gestione di Roberto Visentin è ricordata come quella di un ‘sindaco senza portafoglio’, schiacciato da debiti pregressi e dalla messa in liquidazione (che lui ha voluto per ripicca verso Bufardeci !?!) della società dell’aeroporto costituita da Giuseppe Bianca e Titti Bufardeci. Giancarlo Garozzo, dal canto suo, ha dovuto affrontare bufere giudiziarie e risarcimenti milionari (come la vicenda Frontino), che hanno prosciugato le casse comunali e non sappiamo che fine hanno fatto i milioni di euro che dovevano essere restituiti al Comune dopo l’ultima sentenza del Tar.

Arriviamo infine ai giorni nostri, all’amministrazione di Francesco Italia. Nonostante gli annunci- fake news, il bilancio è fallimentare. La città è diventata ostaggio di piste ciclabili e ponte, discutibili che hanno reso la viabilità invivibile. Grandi progetti come il waterfront di via Elorina, il ponte Calafatari e la riqualificazione di via Tisia restano ferite aperte o interventi mediocri. Siracusa ha perso la sua battaglia per diventare Capitale della Cultura e continua a subire passivamente le decisioni che contano, come lo spostamento del baricentro portuale verso Augusta e Catania.

Un deserto di infrastrutture

Il catalogo dei fallimenti infrastrutturali è imbarazzante per un capoluogo di provincia. Abbiamo visto morire il porto turistico Marina di Archimede; abbiamo assistito allo smantellamento della cintura ferrata che avrebbe dovuto ospitare (come scritto numerose volte da Giuseppe Bianca di Libertà Sicilia, prima che si realizzasse a Palermo, Messina e Catania) una metropolitana di superficie, sostituita da un ‘misero budello di strada’ inutile e intasato. L’aeroporto turistico è rimasto un sogno sepolto sotto tre studi di fattibilità e una società fallita.

Anche il polo universitario, che doveva essere il volano della rinascita culturale, è in ritirata. Persa la facoltà di Beni Culturali, Architettura perde appeal, lasciando spazio a corsi di infermieristica che suonano come un ironico soccorso medico a una città morente. Mancano aree artigianali, manca un piano commerciale serio, manca un piano per l’utilizzo del demanio marittimo.

La colpa dei padri, il silenzio dei figli

Ma chi è il vero responsabile di questo sfacelo? La verità, per quanto amara, è che i Siracusani hanno i sindaci che si meritano. La classe politica è lo specchio di una società spesso collusa, propensa al lamento ma incapace di una vera rivoluzione culturale. Siracusa soffre di una «permalosità endemica» che impedisce l’autocritica. Chi prova a denunciare viene isolato o tacciato di essere un uccello del malaugurio.

I dati del Sole 24 Ore non mentono: da due decenni la città vegeta agli ultimi posti delle classifiche nazionali per qualità della vita. I giovani scappano verso l’Alta Italia o l’estero, lasciando una popolazione anziana in una città che continua a intitolare vie e rotatorie a personaggi falliti che hanno contribuito al suo declino.

Conclusione: Serve una rivoluzione copernicana

Siracusa è oggi una città «da retrocessione», protetta solo da una storia millenaria che però non basta più a sfamare i suoi figli né a garantire un futuro decoroso. Non servono più lacrime di coccodrillo, né le passerelle elettorali di ‘politici parolai e ipocriti’. Serve una rivoluzione copernicana che parta dalle coscienze dei cittadini.

Dobbiamo chiederci: vogliamo continuare a essere complici di questa mediocrità o vogliamo finalmente pretendere una classe dirigente all’altezza del nostro passato? Se la risposta non arriverà presto, Siracusa resterà una bellissima fotocopia in chiaroscuro di se stessa, destinata a sprofondare nel baratro dell’insignificanza. La cronaca di questi sessant’anni parla chiaro, il tempo delle scuse è scaduto: senza perdonare nessuno.

di Giuseppe Bianca 05 Gennaio 2026 | 10:20
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