Disoccupazione in media generale oltre il 30 per cento. Disoccupazione giovanile quasi al 60. Turismo in chiaroscuro: quanti giovani lavorano in nero, sottopagati, precari, nel settore? Mentre in Ortigia oltraggiata impazza la movida. Da giovani e non. Talvolta anche con conseguenze tragiche. Come a bordo del Titanic in quella notte di tragica allegria, durante la quale si beveva e ballava mentre si andava a sbattere contro l’iceberg fatale. E da Bankitalia arrivano dati preoccupanti per Siracusa. Come già dall’Istat. Come già dalle classifiche annuali del Sole 24 Ore. E come ora, di nuovo, nell’analisi di Italia Oggi e dell’Università La Sapienza di Roma.
Siamo sempre in fondo alle classifiche che misurano la qualità della vita: stavolta addirittura al centesimo posto. “Servono quindi politiche più efficaci per incrementare il benessere (non solo economico) delle comunità locali – ha giustamente affermato il consigliere comunale Sorbello. – Serve cogliere i temi negativi che emergono da questa ulteriore bocciatura e utilizzarli come indicazioni per rimediare agli errori compiuti e fermare un declino che sta producendo effetti devastanti sul futuro dei nostri giovani”.
Poco prima c’erano stati i dati del primo semestre 2019, per l’aggiornamento congiunturale sull’economia della Sicilia, presentati dalla Banca d’Italia e ricordati anch’essi da Sorbello. E quei dati, ribadiva ancora il consigliere comunale, “disegnano un quadro purtroppo in peggioramento”.
Sono lontani anni luce i tempi in cui l’Istituto Tagliacarne autorevolmente certificava Siracusa come la provincia a più alto reddito pro capite dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Ricordiamo che l’Istituto Guglielmo Tagliacarne è la fondazione dell’Unione Italiana delle Camere di commercio e di altre pubbliche amministrazioni che si occupa di studi e ricerche, esaminando in particolare i processi di sviluppo locale, le dinamiche delle imprese, le tendenze dei settori economici, l’impatto delle politiche di sviluppo, la contabilità economica territoriale.
Siamo arrivati in coda ai capoluoghi italiani. Perché? Perché questa politica ha ammazzato la città e la provincia. Attenzione: questa politica; non la politica in generale, che, in quanto tale, ribadisco sempre, è necessaria, anzi indispensabile, proprio per il fatto di essere Politica (con la P maiuscola) ovvero governo della Polis, della Città, dello Stato.
Il problema è questa politica inetta e litigiosa, inefficiente e inconcludente, arruffona e arraffona, insipiente e pure arrogante (fatta salva qualche eccezione, naturalmente), che ha rovesciato su Siracusa vagonate di fango e ne ha fatto il Comune più inquisito d’Italia, oltre che più tassato; la solita politica che ha paralizzato ogni tentativo d’investimento, in tutti i settori, e ha fatto e fa scappare tutti gl’investitori.
Ora vediamo di analizzare cause e particolari di questo disastro annunciato. Ma non possiamo non ricordare che l’avevamo detto e ripetuto: ogni anno, in occasione delle classifiche di Italia Oggi e del Sole 24 Ore, avevo sempre, puntualmente, avvertito che il disastro era ormai annunciato. Ma ogni anno gli amministratori di turno hanno sciorinato insulse giustificazioni. Arrivando persino ad accampare fantomatici difetti nella elaborazione dei dati. Come se questi eventuali difetti, quand’anche ci fossero, non coinvolgessero, alla pari, tutte le città analizzate: non certo Siracusa soltanto. E, a parità di condizioni per tutti, ecco sempre Siracusa fanalino di coda.
Ora c’è di più. Siracusa è, con Catania, la città in cui si paga di più per la Tasi: Tassa per i servizi indivisibili. Ma dove sono questi servizi?
Così anche per la Tari: la tassa sui rifiuti. Ma di rifiuti in giro non ce ne mancano davvero. Proprio in questi giorni sono stati dimezzati i giorni di ritiro dell’indifferenziato. Nonostante la mazzata del costo per il loro smaltimento. E intanto la città è sommersa dai rifiuti. Peggio che a Roma.
E chi paga siamo tutti noi. Con una disoccupazione da brivido: siamo ormai a oltre il 30 per cento della disoccupazione generale e quasi il 60 di quella giovanile. Con un precariato diffuso, che sembra divenuto la regola. Con un sottosalario altrettanto diffuso. Il disastro è servito.
Dobbiamo anche ricordare l’errore di fondo della nostra economia del secondo Novecento: lo sviluppo fondato sulla monocultura industriale. Entrato in crisi quel settore è stata crisi generale.
E va detto ancora che ci sono state occasioni d’oro alle quali è stato dato un calcio. Citiamone due soltanto: rigassificatore e dintorni per l’industria, Pillirina e dintorni per il turismo. E ora c’è anche la questione del deposito di Gnl (Gas naturale liquefatto) nell’area del porto commerciale di Augusta. A Porto Marghera, in piena laguna di Venezia, sì. Ad Augusta, in piena zona industriale, no. Col rischio che tante navi a metano, non potendo rifornirsi, saltino lo scalo megarese.
Ma vediamo, seppur brevemente, lo sfacelo dei vari settori.
Industria. Per il rigassificatore è stato tenuto in stand by per sette anni un progetto che avrebbe potuto avviare la trasformazione della zona industriale da polo petrolchimico in polo energetico e aprire nuove opportunità a valle per piccole e medie imprese: sette anni senza un sì e senza un no a un progetto che avrebbe portato quasi un miliardo di investimenti esclusivamente privati e ricadute di nuove opportunità, di ulteriori investimenti, di nuova occupazione; sette anni scorrettamente trascinati fra rinvii e prese in giro, finchè gl’investitori se ne sono andati.
Ora, pur senza entrare nel merito del sì e del no per il rigassificatore, tuttavia una cosa è certa: una pubblica amministrazione degna di questo nome (la Regione siciliana in questo caso) una risposta la deve comunque dare: sì o no, ma in tempi ragionevoli e certi e attraverso procedure chiare e celeri.
Per contro, dei 170 milioni originariamente previsti (e assicurati) dalla mano pubblica (Stato e Regione) per le bonifiche si è perso pure il ricordo.
Si è persa, si è dissolta, la credibilità di questo territorio. Ora di investitori in questa zona industriale non ne vengono più. Nemmeno l’Eni (ente di Stato) investe più qui da noi: preferisce investire a Gela.
Restano soltanto vuote parole quelle del presidente della Regione, Musumeci, e del presidente di Confindustria Siracusa, Bivona.
Turismo. I turisti devono poter arrivare senza svuotarsi le tasche per il costo del trasporto pubblico (oltre che del privato). Devono essere accolti in un ambiente vivibile. E devono esser facilitati gl’investimenti di privati operatori del settore. Ma tutto ciò non accade.
Caso Pillirina. Per anni si è trascinato un progetto d’investimento, privato anche questo. Anni tra ni e so, tra sotterfugi e inganni, tra revisioni del progetto e dinieghi opposti comunque. Finchè l’investitore mancato ha citato il Comune per danni.
Ma il Comune se ne frega. Come faceva il Duce. Anzi gongola perché sono un po’ aumentati gli arrivi di turisti. Peraltro risulta che, in realtà, sono calate le presenze attese: 43.306 presenze effettive invece delle 55.711 attese. Di che sorridono gli amministratori comunali (ormai ex)? della loro insipienza?
C’è di più: Ortigia è stata resa invivibile, trasformata in una friggitoria all’aperto, maleodorante e caciarosa, che fa fuggire turisti e sollevare proteste. Ma tutto è inutile. Alla faccia di tanti turisti che se ne vanno protestando. Alla faccia del turismo del quale dovremmo poter vivere, a detta di alcuni. Alla faccia della sicurezza stessa, con i giovani che nottetempo si schiantano contro i pilastri degli archi del lungomare.
Il risanamento di Ortigia si è fermato. Quello della Borgata non è mai cominciato.
Agricoltura. Il settore si trascina tra antichi e nuovi guai, causati dalle pesanti carenze di infrastrutture e servizi. Agricoltura oggi non significa soltanto campi da coltivare. Occorrono infrastrutture e servizi: strade, ferrovie, trasporti efficienti e a costi sostenibili perché i nostri prodotti possano raggiungere per tempo i mercati del Nord: in Italia e in Europa. Ma oggi la ferrovia richiede tempi da tartaruga, il trasporto gommato e l’aereo costano da nababbi. E i nostri prodotti finiscono fuori mercato. Per i tempi lunghi di movimentazione e per gli alti costi. E così anche l’agricoltura “va a ramengo”. Come dicono i veneti.
Si afferma sempre che una sana economia cresce su tre gambe: agricoltura, industria e terziario. Noi queste gambe le abbiamo azzoppate tutt’e tre. Stando così le cose, chi ci allontanerà più dal fanalino di coda?
Eppure, tutto ciò nonostante, Siracusa è sempre amata dai forestieri. Le potenzialità non mancano. Ma occorre far trovare ai forestieri strade non dissestate e pulite, tanti piccoli autobus circolanti con tante linee, a ramificazione capillare sul territorio, e tante corse per ogni linea, traffico veicolare senza caos, vigili urbani sulle strade (e non per fare cassa soltanto!), punti d’informazione e di assistenza: in poche parole occorre cultura (e conseguente politica) dell’accoglienza e del servizio degni di una città civile non soltanto per la storia bensì anche per la realtà attuale. Ma da questa politica la Città continua ad esser maltrattata.
A proposito, che ne è del Teatro Comunale? Ogni tanto si dà notizia di un prossimo intervento di completamento. Ma allora non è vero che è agibile? E del cine-teatro Verga? Silenzio. E dell’Inda? L’Istituto è finito nel pantano di un’altra crisi gestionale, attraversando anche vicende giudiziarie. Ai leoni e gattopardi (per dirla con Giuseppe Tomasi di Lampedusa), che furono i Gargallo, i Sammartano, i Romagnoli, i Cambellotti, i Monaco e pochi altri grandi, alla guida dell’Inda sono succeduti gli sciacalletti e le iene di oggi. Il caso è aperto. Ma i tempi sono cambiati. Ci vorranno un altro salto generazionale, un altro sforzo di buona volontà, un altro ritorno all’amore per la cultura per restituire a Siracusa e al mondo l’Inda che è stato.
E il Liceo Gargallo? Istituito nel 1861, il liceo ginnasio “Tommaso Gargallo”, oggi ha perso la sua sede originaria e la sua stessa identità, è stato trasferito in una nuova sede in periferia: in contrada Pizzuta.
Della sede storica, ridotta a cantiere perpetuo per consolidamenti e restauri a morsi e bocconi, non si sa ancora che fare. Si sa soltanto che deve rimanere sede di attività culturali. Ma nessuno dice quali. Come per la vicina chiesetta dei Cavalieri di Malta, data in mano a privati senza uno straccio di gara. Intanto la storica sede di via Gargallo ogni tanto perde un pezzo.
E il carcere borbonico? Costruito fra il 1849 e il 1854, è stato abbandonato dopo il terremoto del 1990. Anni fa un imprenditore siracusano lanciò una proposta di project financing per riconvertirlo, a proprie spese, in albergo a 5 stelle e ottenerne la gestione per vent’anni, contro versamento di un canone alla Provincia, che ne è proprietaria.
La Provincia aveva dichiarato la propria disponibilità ad aprire la procedura del project financing: pubblicazione della proposta sulle Gazzette ufficiali, apertura dei termini per eventuali proposte concorrenti, e via discorrendo. Ma il Piano regolatore di Ortigia prevede per questo edificio la destinazione a usi turistici e culturali. Il Consiglio comunale avrebbe dovuto deliberare la variazione della destinazione d’uso. Ma la negò. La Provincia non ha soldi nemmeno per la messa in sicurezza. E l’edificio sta crollando.
Ma perché la destinazione d’uso alberghiero è stata autorizzata per il vicino edificio dell’ex Posta centrale e non per l’ex carcere borbonico? Ognuno si dia la sua risposta.
E l’Antico mercato? In che mani è finita questa splendida struttura di Ortigia? La solfa non cambia.
E la Camera di commercio? Dopo 154 anni di onorato servizio (in linea di massima onorato) la Camera di commercio di Siracusa è stata estinta. Era stata istituita con il regio decreto 5 ottobre 1862, n.872, che diede vita alla “Camera di Commercio ed Arti di Siracusa”. E il 27 gennaio 1863 uscì il primo numero del Giornale della Camera di Commercio ed Arti.
In data 18 novembre 2016 la Camera di Commercio, Industria, Agricoltura e Artigianato (CCIAA) di Siracusa è stata definitivamente dichiarata estinta con delibera del commissario ad acta. Ora fa parte della Camera di commercio della Sicilia Sud Est. Nelle mani di chi?
E l’Autorità portuale di Augusta? In extremis è stata salvata la sede, che invece Catania voleva per sé. Ma la governance chi la difenderà? In che mani finirà? o è già finita?
Intanto Augusta rischia di perdere la qualifica di porto Core delle TEN-T (Trans European Network-Transport): in pratica porto terminale del corridoio multimodale scandinavo-mediterraneo. E con questa qualifica perderà anche la sede dell’Autorità portuale. Ebbene, ce la stiamo mettendo tutta. Per perdere tutto. Siamo ancora lontani dal completamento delle infrastrutture portuali in progetto. Del collegamento del porto con la vicina ferrovia non si parla proprio. Con buona pace per la intermodalità. E con buona pace per la funzionalità delle attività portuali. Ce la stiamo mettendo proprio tutta.
Ferrovia. Sempre a proposito di trasporti e di intermodalità sognata va ricordato che abbiamo perso i principali collegamenti ferroviari sulle lunghe percorrenze. La tratta Siracusa-Catania, nonostante ritocchi e rappezzi, rimane lunga, obsoleta, perditempo, insicura per l’attraversamento del polo petrolchimico. Il cosiddetto treno veloce per Palermo si ferma, manco a dirsi, a Catania. La tratta Siracusa-Ragusa-Gela, arcaica, non elettrificata, costellata di passaggi a livello, con tempi di percorrenza scoraggianti, è in odore di chiusura. Lo scalo merci Pantanelli è ridotto a parcheggio treni. E restano inutilizzate o sottoutilizzate opere come la fossa di manutenzione, la platea lavaggio, lo stesso scalo merci.
Del collegamento ferroviario con l’aeroporto di Catania Fontanarossa si parla ogni tanto. Poi si tace. E dire che basterebbe appena un chilometro di binario tra Bicocca e Fontanarossa per avere praticamente l’aeroporto a centro città.
La cosiddetta autostrada Siracusa-Gela procede a morsi e bocconi. Il tronco Rosolini-Modica avrebbe dovuto esser completato entro il 31 dicembre 2015. Son passati quasi quattro anni dopo la scadenza. Ma ancora di arrivare a Modica non se ne parla proprio. E il tratto in esercizio rimane a fondo dissestato e con frequenti riduzioni di carreggiata. I due presidenti della Regione e del Consorzio autostrade siciliane (Cas) ogni tanto s’incontrano, chiacchierano, perdono tempo. E tutto rimane tale e quale.
E il Porto Grande? Destinazione turistica, nuova banchina, ampliata e rinnovata, al Foro Italico (la Marina); molo Sant’Antonio ampliato e rinnovato anch’esso. Anni di vicissitudini giudiziarie. E dopo tutto questo? Un po’ di lavoro in primavera-estate. E nulla più. Altro che polmone di sviluppo!
Ma c’è da chiedersi: chi lo gestisce questo porto? La Capitaneria esercita soltanto la regolamentazione del traffico in arrivo e partenza e l’attività di polizia marittima. Non certo i servizi portuali. Né la promozione del porto nel mondo. Chi dovrebbe fare tutto questo? Il Comune? Dio ne liberi! Magari si aspetta un messia anche per il porto.
E i progetti per i porti turistici? Tutto fermo. Da anni. Tra un cavillo e l’altro. Naturalmente. Però continuiamo sempre a blaterare di turismo!
E il terminal bus? Se ne parlava. Ogni tanto. Ora non se ne parla più. E gli arrivi e partenze di bus urbani e interurbani sono lasciati lì, in quel tratto di via Rubino, sotto il sole d’estate e la pioggia d’inverno. Roba da selvaggi. Altro che turismo!
La filiale della Banca d’Italia l’abbiamo persa da tanti anni ormai. In Sicilia l’abbiamo persa soltanto noi ed Enna. Perfino Caltanissetta ha conservato la sua filiale BankItalia. Noi no.
Ecomostro di via Francesco Crispi: quello che doveva essere l’albergo scuola, sul quale si è spesa una montagna di soldi, si è litigato per averne la titolarità, e poi è rimasto lì, tana pericolosa di relitti umani, topi, scarafaggi, siringhe e altro ancora, proprio davanti alla stazione. E ora, giustamente, Italia Nostra ne rivendica la demolizione con conseguente risanamento di quel pezzo di territorio.
Villa Reimann. Nel 1976 la danese Christiane Reimann, assistita dall’avvocato Corrado Piccione, fa testamento lasciando tutti i suoi averi al Comune di Siracusa. E pone un vincolo testamentario: la villa, che era stata costruita nel 1881 e che lei aveva acquistata nel 1933, quando decise di stabilirsi a Siracusa, dev’essere destinata dal Comune a “perenne sede di attività formative ed educative, manifestazioni culturali di rango universitario o di elevato interesse intellettuale, aventi lo scopo di contribuire al progresso civile della città”. Non sempre peraltro il Comune rispetta questo vincolo.
Che fine farà Villa Reimann? Intanto sopravvive grazie alle iniziative di volontari come Lucia Acerra e Marcello Lo Iacono.
E ancora. La città è priva di una rete di smaltimento delle acque meteoriche. Ed ogni pioggia è un allagamento. Soprattutto in zone come quella compresa tra viale Cadorna e corso Gelone e quella del villaggio Miano.
I fiumi Anapo e Ciane e i canali dei Pantanelli sono da anni privi di manutenzione. Incombe sempre un’alluvione come quelle del 1951 e ’52. E il mitico papiro è in pericolo.
Giudecca e Graziella, salvo qualche restauro qua e là, sono rimaste in abbandono. Come la Borgata . Tante chiese monumentali sono chiuse, in attesa di restauro. A cominciare dalla chiesa del Collegio.
Ma la chicca delle chicche è la vicenda del nuovo ospedale. Avremmo potuto averlo già da una decina d’anni. Con fondi privati. Ma questa politica si è opposta. Due politici, per l’esattezza: l’allora deputato nazionale Pippo Gianni e il deputato regionale Enzo Vinciullo.
Tra il 2005 e il 2009 infatti l’impresa Pizzarotti di Parma, costruendo l’autostrada Siracusa-Catania, approssimandosi la fine dei lavori autostradali, lanciò una proposta di project financing: costruisco io il nuovo ospedale e in cambio mi date la gestione dei servizi parasanitari nella nuova struttura per vent’anni e la proprietà dell’Umberto I, del Rizza e dell’ex ospedale civile di Ortigia. Un po’ eccessiva la richiesta. Ma, anche in questo caso, si sarebbe dovuta aprire la procedura del project financing: bando pubblico, offerte, confronto, aggiudicazione. E invece no.
La proposta trovò il sensato sostegno della ministra Stefania Prestigiacomo. Ma, forse proprio per questo, s’infranse contro l’opposizione di Gianni e Vinciullo. E ancora si litiga per il terreno sul quale costruirlo questo benedetto ospedale. Anche qui sarebbe da chiarire perché si litiga senza decidere. Con la solita domanda dei latini: cui prodest? a chi giova? E siamo ancora qui a parlarne. Evviva.
Il fatto è che se tutto è pubblico tutto è politica. E la politica (questa politica) prende senza dare. “Servire, non servirsi” diceva don Luigi Sturzo. Qui è al contrario: “Servirsi, non servire”.
Questi citati sono soltanto casi emblematici di una situazione complessivamente inceppata e degradata. Il problema di fondo è la mancanza di un progetto organico e complessivo di sviluppo: manca un progetto Siracusa. Al di là dell’utilizzo di questo binomio.
Ora sarebbe tempo di voltar pagina. Dopo i 2750 anni di storia sia l’inizio per la risalita della china. Le potenzialità per farlo ci sono. Se però si cambia totalmente il modo di pensare e agire. Ne va della vita delle nuove generazioni. Ne va anche dell’ordine pubblico e della sicurezza. Perché la mancanza di lavoro, inevitabilmente, finisce per provocare bisogno, dissesto sociale, protesta, arte di arrangiarsi, devianze.
Si deve cominciare, inevitabilmente, da infrastrutture e servizi per dare una mossa all’economia. E per liberare la nostra gente dal bisogno. Perché la prima libertà è la libertà dal bisogno. Non dimentichiamolo. Ebbene, ancora oggi non è cambiato nulla. Siamo come l’Italia del Purgatorio di Dante: “Nave senza nocchiero in gran tempesta”. E va ribadito ancora che questa politica ha sovvertito il monito di don Luigi Sturzo: “Servire e non servirsi” diceva i sacerdote di Caltagirone; oggi per i nostri politici è al contrario: “Servirsi, non servire”. Ma cambiare si deve. Altrimenti per i nostri giovani resterà sempre una sola opportunità: il treno per il Nord. E ormai è difficile anche prendere il treno.
Riprendendo e parafrasando il vecchio slogan dell’Eni consentitemi di ribadire: cambiare si può, quindi si deve. Ma non posso non aggiungere: prima che sia troppo tardi.
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