Sia il calco che il rosone furono opera di uno scalpellino, Giuseppe Gallone, all’epoca appena sedicenne

Siracusa. Quel centenario di un rosone

di Laura Cassataro

Per volontà del vescovo Luigi Bignami la finestra venne sostituita da un rosone realizzato con un calco effettuato su quello esistente sul prospetto della Basilica di San Giovanni alle Catacombe

Gli edifici sia civili che religiosi del centro storico aretuseo sono in linea di massima, com’è noto, veri e propri palinsesti, frutto di rifacimenti e riutilizzi di materiali di spoglio. Condizioni che spesso, in assenza di documenti, rendono difficile una determinazione cronologica dei manufatti, che si rivelano nelle loro parti architettoniche pertinenti ad età fra le più disparate. Non si sottrae a questa peculiarità la piccola chiesa di San Martino ubicata lungo l’omonima via in Ortigia.  Erroneamente definita paleocristiana da diversi autori, tra i quali Giuseppe Salonia, potrebbe essere già di impianto bizantino (VI secolo).  Se il portale rivela la sua appartenenza al XIV secolo (nel lunotto si legge la data incisa del 1338), la costruzione dell’organismo architettonico è stata collocata nel periodo normanno da Giuseppe Agnello: “Al tempo di Ruggero fu edificatala chiesa di san Martino vescovo, forse non ancora terminata nel 1169, quando fu fortemente danneggiata dal terremoto (del 1196)”. L’appartenenza alla florida fase costruttiva normanna è ribadita da Giuseppe Michele Agnello: “La volontà di grandezza manifestata da Ruggero II provocando un fervore edilizio, che serviva da manifesto di propaganda dell’alto rango sancito con la promotio regia”. L’abside con una monofora e le pareti ad essa ammorsate appartengono alla fase originaria. La storia del restauro della chiesa inizia agli inizi del XX secolo (un intervento recente negli anni Novanta) quando, essendo Sovrintendente ai Monumenti Paolo Orsi, l’architetto Giuseppe Agati, ne diresse il cantiere. La facciata della chiesa di San Martino si presentava all’epoca munita di un finestrone sovrastante il portale d’ingresso aragonese – catalano. La finestra, visibile nelle foto e cartoline d’epoca, avrebbe sostituito un precedente rosone del quale forse era sopravvissuto qualche elemento come affermato da Giuseppe Salonia “però nei  lavori di restauro furono trovate tracce sicure del preesistente rosone, poiché la parte superiore della facciata fu certamente rifatta a seguito di qualche terremoto successivo come fu detto, infatti non è più in conci di pietra ma con semplice muratura a pezzame”. Per volontà del vescovo Luigi Bignami la finestra venne sostituita da un rosone realizzato da un calco effettuato su quello in posto lungo il prospetto est della Basilica di San Giovanni alle Catacombe. Il rosone trova le sue origini nell’occhio delle basiliche del V-VI secolo e cominciò ad essere utilizzato nella seconda metà del XII secolo. Da un punto di vista architettonico, la sua forma circolare e il suo intreccio lapideo assumono un particolare valore espressivo attirando l’attenzione dell’osservatore. Poiché nella tradizione cristiana rappresenta il dominio di Cristo sulla Terra, si carica di un ulteriore significato simbolico. Non molti sanno quindi che il rosone è appena centenario e che l’autore, anche del calco, fu un giovane scalpellino di soli sedici anni, Giuseppe Gallone. “Quel rosone non ha sostituito un bel niente; al suo posto c’era nel 1917 una finestra rettangolare, e io questo lo so bene, perché quel rosone l’ho fatto io, tutto con le mie mani”, come riportato da Anna Abbate. Raccogliendo la testimonianza dell’allora novantasettenne signor Giuseppe, l’Abbate così ci informa: “Il giovane Gallone realizzò col gesso un perfetto calco del rosoncino di S. Giovanni che a pezzi ricompose sul pavimento della chiesetta ortigiana e per la pietra furono scelte alcune “balate” che sostenevano l’inferriata, appena demolita del Duomo. I colpi sapienti dello scalpellino trasformarono la pietra squadrata, in conci sagomati per la cornice circolare, e in frammenti di merletto che calzavano perfettamente nel calco di gesso. Nel giro di poche settimane, il rosone apparve composto in tutta la sua magnificenza sul pavimento della chiesa”. Giuseppe Adorno, un muratore di Avola, fu colui che legò materialmente i frammenti con un impasto di sabbia e calce bianca e collocò l’opera nel vano sopra il portale. Larghi furono i consensi sull’opera realizzata e Mons. Bignami, nel giorno di inaugurazione della riapertura della chiesetta di San Martino, avvenuta nel 1919, ebbe a congratularsi personalmente con Giuseppe Gallone. Un momento di gloria che rappresentò l’inizio della sua ascesa nel mondo dell’edilizia, tant’è che diventò successivamente titolare di un’impresa di costruzioni.

Bibliografia

Salonia, “La Basilica paleocristiana di San Martino”, 1981; G. Agnello “Siracusa Medievale”,        ; id.”Siracusa in età normanna (1085-1194); L. Acerra “Architettura religiosa in Ortigia”, 1995; S. Russo, M. Minnella, “Siracusa medioevale e moderna”, 1992, p. 127; A. Abbate (“ Il rosone di Giuseppe Gallone, maestro scalpellino da Siracusa”, in “I Siracusani”, anno III, n. 11, 1998, pag. 50; G. M. Agnello, “L’architettura normanna”.

di Laura Cassataro 20 Dicembre 2018 | 09:30
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