C‘è una tentazione facile, quando si guarda a ciò che Siracusa ha perso negli ultimi anni — la gestione autonoma del porto, la rada di Santa Panagia, un peso reale nella governance dell’Autorità di Sistema Portuale, un ateneo mai nato — ed è quella di trovare un colpevole esterno. Catania, in questo racconto, diventa comoda: la città che assorbe, che drena, che sposta altrove il baricentro. È una lettura che consola, perché sposta la responsabilità fuori dai confini cittadini. Ma è anche una lettura pigra, e alla lunga controproducente, perché nasconde il vero nodo: Siracusa non è stata scippata da un nemico più forte. È stata lasciata sola da una classe politica che, davanti a partite decisive, non ha mai avuto il carattere per giocarle fino in fondo.
Il caso dell’Autorità Portuale
Prendiamo i fatti, che sono verificabili e non opinabili. L’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale coordina formalmente Catania, Augusta, Siracusa e Pozzallo. Ma quando nel 2024 si è trattato di far entrare a pieno titolo Siracusa — con la rada di Santa Panagia e il Porto Grande, cuore del Polo petrolchimico di interesse strategico nazionale — nella governance dell’ente che ne amministra gli asset, ci sono voluti un emendamento parlamentare e anni di trattativa perché la città ottenesse un riconoscimento formale che altri scali avevano da subito.
Questo non è accaduto perché Catania ha “rubato” spazio con la forza. È accaduto perché nessuno, a Siracusa, ha condotto in tempo utile la battaglia istituzionale necessaria a garantirsi un posto strutturale al tavolo. La differenza è sostanziale: un avversario che vince perché è più organizzato non è un ladro, è semplicemente meglio attrezzato. E il compito di una classe dirigente è proprio quello di attrezzarsi, non di lamentarsi a cose fatte. Ed è proprio qui che va riconosciuto, per onestà, l’unico vero successo politico siracusano recente. Prima del 2024, il gettito delle tasse portuali generato dal traffico su Santa Panagia e Porto Grande — la tassa d’ancoraggio, ripartita al 50% tra Regione e Stato, e la tassa portuale, interamente allo Stato — non tornava sul territorio: restava fuori, redistribuito altrove. Con l’ingresso di Siracusa nell’Autorità di Sistema Portuale, sancito dall’emendamento del senatore Antonio Nicita (condiviso con l’onorevole Pogliese) approvato in Parlamento nel 2024, quel gettito — oltre dieci milioni di euro l’anno secondo le stime circolate — resta per intero nelle casse dell’Authority, reinvestibile in dragaggi, banchine, stazioni marittime. È la prova che, quando la politica siracusana si è mossa con compattezza e con un obiettivo chiaro, il risultato è arrivato. Il problema, appunto, è che è rimasto un episodio isolato, non un metodo.
La Camera Commercio: quando anche la protesta non basta
Se c’è un caso che dimostra come il problema non sia mai stato “Catania troppo vicina” ma la mancanza di una regia politica capace di trasformare il consenso sociale in risultati concreti, è proprio quello della Camera di Commercio.
Da quasi un decennio, le associazioni datoriali e di categoria del Siracusano — Confindustria, CNA, Confartigianato, Confesercenti, e in alcune fasi anche i sindacati dei lavoratori e gli ordini professionali — chiedono la stessa cosa: sciogliere l’accorpamento con Catania e Ragusa nella Camera del Sud Est e istituire una circoscrizione camerale autonoma per Siracusa, o quantomeno un ente condiviso solo con Ragusa. Lo hanno messo nero su bianco in documenti congiunti, lo hanno ribadito in audizioni ministeriali, lo hanno chiesto formalmente al Governo nazionale quando la Regione ha deciso, nel 2023, di confermare lo status quo dell’accorpamento. Non è mai stata, va detto per onestà, una battaglia “contro Catania”: le stesse associazioni hanno sempre precisato che l’obiettivo non era la contrapposizione territoriale, ma la tutela di una rappresentanza economica che rischiava — e rischia tuttora — di restare marginale dentro un ente a trazione catanese.
Ebbene: quella mobilitazione, ampia, trasversale, durata anni, non si è mai tradotta in un risultato politico. La Regione ha confermato la Camera del Sud Est. E oggi, nel 2026, la vicenda è ulteriormente peggiorata: la Camera vive una fase di commissariamento pressoché ininterrotto, con il rinnovo degli organi ordinari rinviato più volte attraverso proroghe e gestioni straordinarie — una situazione che le stesse associazioni di categoria denunciano come compressione della rappresentanza democratica delle imprese, proprio mentre sul tavolo c’è la partita, tutt’altro che secondaria, della possibile vendita della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania, di cui la Camera è tra i soci pubblici.
È la fotografia più nitida del problema che questo editoriale prova a mettere a fuoco. Il corpo sociale ed economico di Siracusa ha fatto, in larga misura, la sua parte: si è organizzato, ha prodotto documenti tecnici, ha portato le proprie ragioni fin dentro i ministeri romani. Ciò che è mancato, sistematicamente, è stata una politica locale capace di trasformare quella pressione in una vittoria istituzionale duratura. Non basta protestare bene, se poi manca chi, nelle stanze dove si scrivono le delibere, sa trasformare il dissenso organizzato in un risultato scritto nero su bianco in una norma. E finché questo scarto tra mobilitazione sociale e capacità negoziale della politica resterà aperto, ogni nuovo accorpamento — camerale, portuale, o di qualunque altra natura — troverà Siracusa nella stessa posizione: quella di chi protesta a cose ormai fatte.
I soldi della rada, e la domanda che nessuno fa
Le risorse che la rada della Targia genera ogni anno — cinque, sette, nove milioni di euro secondo le stime circolate in sede politica — nascono dal traffico petrolifero legato al Polo petrolchimico siracusano. Sono soldi prodotti da questo territorio, dai suoi rischi ambientali, dalla sua industria pesante. Ma la domanda che l’opinione pubblica siracusana dovrebbe porsi non è solo “chi li amministra oggi”, bensì: in vent’anni di governance portuale, quale amministrazione locale ha mai presentato un piano organico per reinvestire quelle risorse in un’economia circolare del territorio? Un piano che tenesse insieme bonifica industriale, riconversione produttiva, formazione tecnica legata al petrolchimico, sviluppo di filiere collegate alla logistica portuale?
Se la risposta è “nessuna”, allora il problema non è la sede dell’Authority. È che a Siracusa manca da tempo una visione politica capace di trasformare una rendita di posizione geografica e industriale in un ecosistema economico autosufficiente.
L’università che non c’è
Lo stesso schema si ripete sul fronte universitario. È vero che l’Università di Catania drena ogni anno gran parte degli studenti siracusani: è un fenomeno fisiologico, quando accanto a te c’è un ateneo storico, strutturato, con decenni di investimenti alle spalle. Ma la vicinanza geografica non spiega tutto. Spiega la facilità della scelta per lo studente. Non spiega perché, in decenni di dibattito pubblico, la politica siracusana non sia mai riuscita a costruire un polo universitario capace di trattenere quei giovani, di offrire percorsi legati alle vocazioni reali del territorio — chimica industriale, ingegneria ambientale, beni culturali, blue economy — che avrebbero potuto competere non per dimensione, ma per specializzazione.
L’assenza di un’università siracusana forte non è una sottrazione subita. È un progetto mai scritto, mai finanziato con continuità, mai difeso in sede regionale con la stessa determinazione con cui altrove si difendono le proprie prerogative.
Il caso INDA: quando persino il proprio teatro non garantisce voce in capitolo
Se esiste un simbolo dove Siracusa dovrebbe pesare per storia, prima ancora che per convenienza politica, è l’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Nasce a Siracusa nel 1913, per iniziativa del conte siracusano Mario Tommaso Gargallo, con l’obiettivo dichiarato di restituire il teatro classico al suo luogo naturale, il Teatro Greco. Il 16 aprile 1914, dopo secoli di silenzio, quel teatro torna a ospitare una tragedia, l’Agamennone di Eschilo. Nessun’altra città al mondo può rivendicare un legame così diretto, fisico e ininterrotto con l’origine stessa della fondazione.
Eppure, come riporta ieri l’edizione siracusana de La Sicilia, il rinnovo del Consiglio di Amministrazione dell’INDA sarebbe avvenuto senza la presenza di alcun componente siracusano. Un dato che, se confermato nei dettagli, andrebbe letto insieme a un altro elemento tutt’altro che secondario: la presidenza dell’ente spetta al sindaco di Siracusa non in virtù di un legame identitario con la città, ma per automatismo statutario — tant’è che lo stesso Francesco Italia, attuale sindaco e quindi presidente dell’INDA, è nato e cresciuto a Milano. Anche il vertice formale dell’istituzione più simbolicamente siracusana d’Italia, insomma, non richiede alcuna radice nel territorio: basta occupare la poltrona di Palazzo Vermexio.
Anche qui vale la stessa domanda che attraversa questo editoriale: la responsabilità è di chi nomina, o di chi, in decenni, non ha mai preteso che gli statuti e le prassi di nomina garantissero una rappresentanza sostanziale — non solo simbolica — del territorio che ha dato i natali all’istituzione? Un conto è la casualità geografica della nascita di un sindaco. Un altro è l’assenza, nel board che decide il futuro artistico e gestionale dell’INDA, di chiunque viva, respiri e conosca Siracusa da dentro. Se questo è vero, non è un “ennesimo schiaffo” calato dall’alto: è l’ennesima dimostrazione di quanto la rappresentanza vada conquistata con regole chiare e pretesa con costanza, non invocata a cose fatte.
Il vero nodo
Non si tratta di assolvere Catania da ogni responsabilità, né di negare che esistano squilibri strutturali nella governance del sistema portuale regionale: gli squilibri ci sono, e vanno denunciati con i numeri e i fatti, come è giusto fare. Ma continuare a raccontare la vicenda siracusana come una storia di predazione subita rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: deresponsabilizza chi governa la città, e consegna all’opinione pubblica un nemico esterno comodo invece di una domanda scomoda ma necessaria.
La domanda è questa: perché, a parità di risorse naturali, industriali e strategiche — un porto, una rada, un polo petrolchimico di interesse nazionale — Siracusa non è mai riuscita a trasformarsi in un soggetto capace di negoziare da una posizione di forza, mentre altri territori, con meno, hanno costruito governance solide e durature? Fino a quando questa domanda non troverà una risposta onesta, ogni ulteriore passaggio di competenze verso Catania o verso qualunque altro centro decisionale non sarà la causa del declino economico siracusano. Ne sarà solo l’ennesima conferma.
Chi scrive lo fa con la consapevolezza che criticare da fuori è sempre più facile che decidere da dentro. Chiedere a una classe dirigente coraggio, coesione, capacità di visione è un esercizio che chiunque può permettersi da una scrivania. Trovarli davvero, quando è il proprio nome a dover rispondere di una scelta, è un’altra cosa: richiede risorse che non sempre si hanno, un consenso che non si costruisce a comando, e la lucidità di distinguere l’amore per la propria città dalla vanità di volerla salvare da soli. Non è un’attenuante per chi, negli anni, ha avuto responsabilità e non le ha esercitate fino in fondo. È solo un promemoria, anche per chi scrive: le stesse domande scomode che si pongono agli altri, prima o poi, vanno poste anche a se stessi.
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