Siracusa nel buio: i conti non tornano

di Giuseppe Bianca

Dietro i trionfalismi di facciata dell'Amministrazione Italia emerge il rischio concreto del blocco dei servizi e dello stallo infrastrutturale

C’è un modo onesto di leggere i numeri, e uno comodo. Il consuntivo 2025 del Comune di Siracusa, approvato in consiglio comunale lo scorso 30 aprile, si presta a entrambe le letture, e la differenza tra le due racconta più di qualunque tabella contabile lo stato reale della città.

La lettura comoda è quella che l’amministrazione ha consegnato alla stampa nelle ore successive al voto: un disavanzo che si riduce, una cassa che cresce, tempi di pagamento tra i migliori della Regione, un utile di esercizio di 566mila euro. Il sindaco Francesco Italia ha parlato di un Comune che torna a un pieno allineamento con i tempi della programmazione finanziaria, definendolo un cambio di passo nella gestione della città. L’assessore al Bilancio, Pierpaolo Coppa, ha aggiunto che il disavanzo si è ridotto di oltre il 60 per cento in tre anni, e che rispettare le scadenze non è un dettaglio formale, ma la condizione per essere credibili davanti ai mercati, alla Corte dei conti e ai partner istituzionali.

Tutto vero, e va riconosciuto senza pregiudizio: rispetto a un Comune che in passato ha sfiorato il dissesto, chiudere un rendiconto nei termini di legge, con un disavanzo in calo e senza ricorrere a proroghe, è un risultato che non si può liquidare con un’alzata di spalle. Soprattutto se si guarda al contesto regionale in cui questo risultato è maturato: in Sicilia oltre il 70 per cento dei Comuni si trova in dissesto finanziario o in riequilibrio, e una quota ancora più ampia non riesce nemmeno ad approvare il bilancio nei tempi previsti dalla legge. Su questo sfondo, Siracusa che chiude in orario fa, oggettivamente, un’eccezione.

Ma è qui che comincia la lettura onesta, quella che non si ferma al titolo del comunicato stampa. Il disavanzo di amministrazione, anche dopo la riduzione, resta fissato a 5 milioni 587mila euro. Non è un dettaglio, è un buco che la città deve ancora colmare, e che per anni a venire continuerà a pesare sulla programmazione di bilancio, riducendo i margini di spesa per servizi e investimenti. Dire che il disavanzo è sceso non equivale a dire che il problema è risolto: equivale a dire che si è ridotta la velocità con cui si affonda, non che si è tornati a galla.

C’è poi un dato che le slide istituzionali tendono a citare con minore enfasi: la capacità di riscossione dell’ente si ferma al 45,76 per cento. Significa che meno della metà di quanto il Comune accerta di dover incassare si trasforma effettivamente in liquidità disponibile. È la differenza, fondamentale, tra un bilancio scritto bene sulla carta e un bilancio capace di liberare davvero risorse per la città. Gli stessi uffici tecnici, va detto a loro merito, non hanno nascosto il problema: lo hanno definito la principale criticità ancora aperta. Ma un dato così basso, ripetuto anno dopo anno, dovrebbe pesare nel giudizio complessivo più di qualunque trionfalismo sulle scadenze rispettate.

E poi c’è la politica, che con i numeri ha un rapporto complicato quando i numeri non bastano a coprire le scelte. Il bilancio consuntivo è passato con 19 voti favorevoli, 8 contrari e un’astensione: non un’opposizione marginale, ma quasi un terzo dell’aula che ha votato contro o si è astenuta su un documento che la maggioranza presentava come un successo. Gli interventi critici, quasi tutti dai banchi dell’opposizione, si sono concentrati su un punto preciso e tutt’altro che tecnico: dietro la contabilità in ordine, hanno sostenuto i consiglieri, non ci sono politiche capaci di affrontare le principali difficoltà della città. Il rigore contabile, insomma, come fine a se stesso, scollegato dalle risposte che i siracusani aspettano.

A rendere il quadro più inquieto è arrivato, a stretto giro, un episodio che pesa più di mille comunicati: durante la discussione su un debito fuori bilancio di diversi milioni di euro, la maggioranza ha abbandonato l’aula. Non un dettaglio di cronaca consiliare: un segnale politico che ha spinto l’opposizione a chiedere apertamente al sindaco di prendere atto della fine della sua esperienza politica e di rassegnare le dimissioni. Si può essere d’accordo o no con la durezza di questa richiesta, ma il fatto resta: una maggioranza che lascia l’aula mentre si discute di debiti non è l’immagine di una città che ha trovato la via d’uscita dal buio, è l’immagine di chi quella via, semplicemente, preferisce non guardarla.

Lo stesso copione, fatto di rivendicazioni tecniche e responsabilità scaricate altrove, si è visto sul fronte idrico. Il Forum per l’acqua ha accusato il sindaco, anche nella sua qualità di presidente dell’organo politico di indirizzo sulla gestione delle reti, di essersi sottratto alle proprie responsabilità di fronte alla crisi idrica che la città vive da tempo. Al centro delle accuse, il ritardo nella costituzione della società Aretusacque, che sarebbe dovuta essere operativa già dal 2022 e che invece ha visto la luce solo nel 2025: un rinvio che, secondo il Forum, avrebbe fatto perdere alla città e alla provincia circa 30 milioni di euro di fondi del PNRR destinati proprio all’ammodernamento delle reti idriche e fognarie. Trenta milioni che non sono un’ipotesi contabile su un foglio excel, ma soldi veri, già stanziati altrove, persi per ritardi amministrativi mentre i cittadini restano a secco.

Ma al di là dei singoli episodi, quello che manca all’amministrazione guidata dal sindaco Italia, e che nessun rendiconto contabile potrà mai certificare, è una visione della città futura. Non bastano i conti in ordine, se non si accompagnano a un disegno chiaro di dove Siracusa debba andare nei prossimi dieci o venti anni. Lo dimostra, tra i tanti esempi possibili, lo stato di perenne stallo in cui versano i principali strumenti di pianificazione urbanistica e strategica. Il Piano Regolatore Generale (PRG) resta un fantasma del passato, incapace di ridisegnare lo sviluppo del territorio in chiave moderna e sostenibile, lasciando la città priva di una bussola per la gestione degli spazi complessi. Lo dimostra la gestione del turismo, asse portante dell’economia locale, che continua a essere subìto come un fenomeno spontaneo e caotico anziché governato: Ortigia è ormai satura e spogliata della sua identità residente, mentre manca una programmazione culturale e di servizi capace di decongestionare il centro storico e valorizzare i quartieri periferici.

C’è poi il capitolo emblematico della mobilità urbana: piste ciclabili tracciate senza un piano intermodale organico, un sistema di trasporto pubblico che non riesce a essere una reale alternativa all’auto privata e il cronico caos parcheggi che soffoca l’accesso alle aree nevralgiche. Anche sul fronte del decoro urbano e della gestione dei rifiuti, la transizione verso standard europei è rimasta a metà strada, con periferie che scontano una costante sensazione di abbandono e una manutenzione ordinaria delle strade e del verde pubblico che viaggia sempre in perenne ritardo rispetto alle necessità. Infine, la mancata valorizzazione degli asset strategici — dai contenitori culturali inutilizzati al totale disallineamento nella programmazione dei fondi comunitari — fotografa un’amministrazione che spende le proprie energie a spegnere incendi quotidiani piuttosto che ad accendere una visione di sviluppo a lungo termine. Lo stesso vale per la crisi idrica, per il nodo dei collegamenti tra le periferie e il centro, per tutte quelle infrastrutture che richiedono scelte politiche coraggiose oggi per evitare emergenze domani. Un sindaco che si limita a gestire l’ordinario, per quanto in modo tecnicamente corretto, non è un sindaco che guida una città: è un sindaco che la accompagna, passo dopo passo, verso un futuro che altri avranno deciso per lei.

Ecco perché il titolo di questo editoriale non è una provocazione gratuita. Siracusa brancola nel buio non perché i conti siano falsi o drammaticamente fuori controllo come in altri Comuni siciliani: brancola nel buio perché il miglioramento tecnico dei numeri non si è ancora tradotto, agli occhi di chi vive la città ogni giorno, in una luce chiara sulla direzione da prendere. Si può rispettare ogni scadenza di legge e continuare, allo stesso tempo, a perdere fondi europei per ritardi politici. Si può ridurre un disavanzo del 60 per cento e restare comunque a metà strada nella capacità di incassare quanto si è accertato. Si può votare un bilancio con la maggioranza assoluta e poi abbandonare l’aula proprio quando si discute di debiti.

Il rischio più grande, per la città, non è che il Comune finisca in dissesto: i numeri, va detto con onestà, oggi non raccontano questo scenario. Il rischio è che la narrazione del miglioramento tecnico diventi un alibi, un modo elegante per chiudere il discorso sui problemi reali: la riscossione che non decolla, gli investimenti che restano sulla carta, le infrastrutture mai realizzate, l’acqua che manca, i debiti fuori bilancio che riemergono a sorpresa nelle sedute consiliari. Un bilancio in ordine è una condizione necessaria per amministrare bene una città. Non è, e non potrà mai essere, una condizione sufficiente.

Ai siracusani non interessa sapere se il disavanzo è sceso di tre o sei punti percentuali rispetto all’anno precedente. Interessa sapere se l’acqua arriverà regolarmente nelle case, se le strade si potranno percorrere senza ingorghi quotidiani, se i fondi europei destinati alla provincia non verranno persi per ritardi evitabili. Su questi terreni, al momento, la città continua a muoversi a tentoni. E nessun comunicato stampa sui conti in ordine può sostituire la luce che ancora manca.

Il vero rischio è che l’amministrazione Italia spenga le luci lasciando le casse vuote, scaricando l’onere dei debiti sul prossimo, «sventurato» sindaco.

Un quadro desolante, sufficiente a scoraggiare chiunque sogni la poltrona di sindaco solo per brama di celebrità: il prossimo inquilino di Palazzo Vermexio non troverà onori, ma una montagna di debiti da caricarsi sulle spalle.

di Giuseppe Bianca 22 Giugno 2026 | 10:24
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