Siracusa. Fallimento del sindaco Italia in diretta pubblica al Rizza

di Giuseppe Bianca

Dalla frase shock all’assemblea del Rizza alla storia politica e professionale controversa, il sindaco mostra un metodo comunicativo divisivo, tra arroganza, fallimenti personali e una presunta superiorità morale sempre più contestata

Io non sono come voi, sono diverso. Noi siamo persone perbene». In una sola frase, pronunciata in un’assemblea pubblica, il sindaco Italia è riuscito a suicidarsi, se c’era ancora qualche dubbio; a fare ciò che a un primo cittadino non dovrebbe mai riuscire a fare: dividere la città tra chi si arroga una superiorità morale e chi viene implicitamente collocato dall’altra parte. Non è una battuta infelice, non è un fraintendimento, non è una forzatura giornalistica. È una dichiarazione, resa davanti a studenti, docenti e cittadini, e per questo politicamente gravissima, di morte.

Un sindaco non parla mai a titolo personale. Parla sempre da una posizione istituzionale. E quando da quella posizione afferma «io non sono come voi», il problema non è il tono, ma il messaggio: la costruzione di una distanza, di una gerarchia morale, di un “noi” contrapposto a un “voi”. Un confine che nessun rappresentante democratico dovrebbe mai tracciare, soprattutto in un contesto nato per ascoltare, confrontarsi e includere.
C’è però un dato più profondo che va evidenziato. Il modo sempre più manifesto e negativamente connotato con cui il sindaco Italia parla alla città non sorprende più e non indigna più: stanca. Una stanchezza civile, diffusa, che nasce dalla percezione che non si tratti di scivoloni occasionali, ma di un metodo comunicativo e politico ormai consolidato.
Da tempo contrastiamo apertamente quella logica cinica racchiusa nell’aforisma spesso attribuito a Oscar Wilde – «parlatene male, purché se ne parli». Un principio che suggerisce come la visibilità, anche negativa, sia preferibile all’indifferenza perché mantiene una persona o un ruolo al centro del dibattito pubblico. Ma se questa filosofia può forse funzionare nel marketing, applicata alla guida di una città diventa tossica. La politica non è un brand da tenere in vita a colpi di provocazioni, e una comunità non è un pubblico da polarizzare per restare “in gioco”.

La notorietà costruita sul conflitto permanente non rafforza l’autorevolezza di un sindaco: la consuma. E quando la comunicazione istituzionale diventa sistematicamente divisiva, quando chi governa parla contro i cittadini invece che ai cittadini, la visibilità smette di essere un valore e si trasforma in un danno reputazionale. Una spirale che può facilmente degenerare in una vera e propria shitstorm, capace di travolgere non solo una figura politica, ma l’istituzione stessa che essa rappresenta.
È dentro questo quadro che va letto quanto accaduto all’assemblea pubblica dell’Istituto Rizza. Un incontro nato come esercizio di democrazia partecipativa, convocato dalla scuola e accolto dal presidente della ex Provincia Michelangelo Giansiracusa, per discutere il Piano scuole e la contestata ipotesi di trasferimento del Rizza dalla sua sede storica, il Palazzo degli Studi, all’Insolera di via Modica. Una scelta presentata come tecnica, legata alla razionalizzazione degli spazi e alla dismissione degli affitti, ma che ha toccato corde identitarie, culturali e simboliche profonde nella città.
In quell’occasione, Giansiracusa ha aperto alla possibilità di rivedere il piano, valutando proposte alternative in un tavolo dedicato. Un segnale di ascolto. È in questo contesto già delicato che il sindaco Italia prende la parola:
«C’è una voce che passa in città: che il presidente Giansiracusa fa questa scelta perché io avrei interessi: potete rivoltare come un calzino (!?!) la mia vita e quella della mia famiglia, perché io non sono come voi, sono diverso. Noi siamo persone perbene…(!?!)».

Ed è proprio quando il sindaco invita pubblicamente a “rivoltargli la vita come un calzino (!?!)” che riaffiorano, inevitabilmente, passaggi del suo percorso politico e professionale che in molti a Siracusa forse non sanno. A partire dal tentativo, da giovane, di affacciarsi alla politica nazionale a Milano, candidandosi nelle liste di Forza Italia a sostegno di Letizia Moratti, esperienza conclusasi senza successo. Un dettaglio che oggi, alla luce degli ultimi sviluppi, appare meno come una parentesi giovanile e più come una traccia coerente.
Il suo recente avvicinamento ai mondi del centrodestra siciliano, comprese realtà come Grande Sicilia di Raffaele Lombardo, non sembra dunque un’improvvisa conversione, ma piuttosto il riaffiorare di una radice ideologica mai del tutto recisa. Sul piano professionale, resta inoltre agli atti l’esperienza milanese dell’emittente Gay Tv, conclusasi anch’essa con fallimento, quando Francesco Italia ne ricopriva il ruolo di direttore editoriale. Un “calzino”, verrebbe da dire, già ampiamente rivoltato dal tempo prima ancora che dalle critiche odierne.

È in questo contesto che assume rilievo politico la sua ascesa a Siracusa: la nomina a vicesindaco da parte dell’allora primo cittadino Giancarlo Garozzo, senza un precedente passaggio elettorale, senza una campagna affrontata sul campo (mistero…). E poi la successione alla guida della città, avvenuta mentre Garozzo era in piena salute politica e personale (doppio mistero…). Una parabola che continua a sollevare interrogativi, soprattutto quando chi governa sente il bisogno di proclamarsi “persona perbene” invece di lasciare che siano i fatti a parlare.
Le parole del sindaco hanno lasciato interdetta la platea. Non a caso dalla sala si è levata una domanda tanto semplice quanto tagliente: «Cosa è venuto a fare qua il sindaco?». Da lì, la frase ha continuato a risuonare fuori dall’istituto, amplificata dai social e dalle prese di posizione di cittadini, professionisti ed ex amministratori.
Corrado Giuliano ha scritto: «Mi vergogno di vivere in una città governata da un Sindaco che dichiara serenamente ai suoi cittadini “Io non sono come voi, sono diverso, sono una persona per bene”».

Salvatore Piccione ha affondato: «“Perché io so’ io e voi non siete un ca***o”: questa la sintesi del Marchese del Vermexio».
L’ex sindaco Giancarlo Garozzo ha osservato: «Che tu non sia come “noi” l’avevamo capito molto bene… solo voi siete persone “perbene”». E Francesco Candelari ha parlato di «un atto gravissimo e indegno di un sindaco».
Non si tratta di una polemica effimera. È una frattura politica e morale. Perché quando un primo cittadino sente il bisogno di rivendicare pubblicamente la propria presunta superiorità etica, il problema non riguarda chi ascolta, ma il senso stesso di quella proclamazione.
E se c’è un fallito in questa storia, non persona perbene, non sono i cittadini, non gli studenti, non chi protesta: è chi, investito di un mandato pubblico, sente il bisogno di proclamarsi “persona perbene”, parlando contro la comunità che dovrebbe rappresentare. Chi divide, insulta e arroga superiorità morale ha già perso. E il vero fallimento ha un nome e un cognome: il sindaco Italia.

di Giuseppe Bianca 12 Gennaio 2026 | 09:17
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