Il capoluogo aretuseo rischia di diventare una città sempre più difficile da abitare. L’aumento dei prezzi delle case e degli affitti, con il valore medio delle abitazioni che ha ormai superato i 1.180 euro al metro quadrato, non è soltanto una questione immobiliare.
Dietro l’impennata dei valori e le difficoltà di migliaia di famiglie si intravede, secondo Roberto Alosi, già ai vertici della Cgil di Siracusa e oggi segretario generale del Sunia Cgil Sicilia, una trasformazione più profonda che investe il modello stesso di sviluppo della città.
Il dato più preoccupante riguarda le oltre 10 mila famiglie della provincia che vivono una condizione di povertà o di forte sovraccarico abitativo. Numeri che, osserva Alosi, impongono di spostare il dibattito oltre la semplice dinamica tra domanda e offerta. «Dietro i numeri – sottolinea – si nasconde una questione molto più profonda: la crisi del modello di sviluppo della città».
La questione abitativa, dunque, non può essere affrontata soltanto attraverso il numero degli alloggi disponibili o attraverso gli strumenti urbanistici. Per il Sunia, il punto è interrogarsi su quale città si stia costruendo e, soprattutto, su chi possa ancora permettersi di viverci.
Il diritto alla casa e il diritto alla città
Per troppo tempo, sostiene Alosi, il diritto alla casa è stato interpretato in una dimensione quasi esclusivamente materiale: avere un tetto sopra la testa. Oggi questa impostazione non è più sufficiente. Abitare significa poter vivere in una città dotata di servizi, spazi pubblici, mobilità, cultura, occasioni di socialità e opportunità.
È il concetto di «diritto alla città» che entra così nel cuore della riflessione del dirigente sindacale. Una casa accessibile, ma collocata in un contesto privo di servizi o distante dai luoghi della vita sociale e lavorativa, non può essere considerata una risposta compiuta all’emergenza abitativa.
«La vera questione – afferma Alosi – non è semplicemente quante case rimettere in piedi, ma quale idea di città vogliamo consegnare alle future generazioni».
Una domanda che a Siracusa assume un peso particolare, alla luce della crescita del settore turistico e della progressiva trasformazione del patrimonio immobiliare. Il timore espresso dal Sunia è che l’espansione dell’offerta ricettiva, insieme alla crescita degli affitti brevi e alla crescente finanziarizzazione del patrimonio immobiliare, finisca per alterare l’equilibrio tra la funzione residenziale della città e quella turistica.
Il centro storico e il rischio dell’espulsione dei residenti
Il fenomeno, secondo Alosi, non è improvviso. Sarebbe il risultato di un processo che prosegue da anni e che sta progressivamente modificando la composizione sociale di alcune aree della città.
I residenti vengono spinti fuori dai centri storici, mentre gli immobili acquistano un valore sempre più legato alla capacità di generare rendita. In questo scenario, sostiene il Sunia, anche immobili pubblici e beni di valore storico rischiano di perdere la loro funzione originaria per essere destinati a strutture ricettive.
Il nodo non è, dunque, il turismo in sé. Alosi non mette in discussione la possibilità di una crescita economica legata ai flussi di visitatori. La questione è piuttosto il modo in cui questa crescita viene governata e i costi sociali che può produrre.
Quando la rendita immobiliare prende il sopravvento sulla funzione sociale dell’abitare, il mercato può finire per determinare non soltanto il prezzo delle case, ma anche la composizione della città.
«Non possiamo trasformare Siracusa in un parco a tema»
È questo il passaggio più netto dell’analisi di Alosi. Il rischio, avverte, è che Siracusa perda progressivamente la propria dimensione di comunità per trasformarsi in uno spazio prevalentemente orientato al consumo turistico.
Una sorta di «parco a tema», nella sua definizione: un luogo nel quale la bellezza, la storia, la cultura e l’identità diventano merci, mentre la vita quotidiana di lavoratori, giovani coppie, pensionati e famiglie viene progressivamente spostata ai margini.
La posta in gioco, quindi, non sarebbe soltanto urbanistica. È identitaria e sociale. «Quando una città perde i suoi abitanti, perde anche la propria anima», sostiene il segretario generale del Sunia Cgil Sicilia. Perché insieme ai residenti rischiano di scomparire anche la memoria quotidiana dei luoghi, le relazioni sociali, le reti di solidarietà e quella dimensione di appartenenza che rende una città qualcosa di diverso da una semplice destinazione turistica.
Da qui l’avvertimento: nessuna crescita del turismo può essere definita sostenibile se produce esclusione sociale e nuove disuguaglianze.
La proposta: una nuova politica dell’abitare
La risposta indicata dal Sunia non è il blocco dello sviluppo turistico, ma una sua gestione diversa. Alosi chiede di aprire una «grande discussione pubblica» sul futuro di Siracusa e di costruire un progetto organico di rigenerazione urbana.
Al centro dovrebbero esserci il recupero del patrimonio pubblico, la riqualificazione delle periferie e una nuova connessione sociale e urbana tra le diverse parti della città. Un intervento che non si limiti alla riqualificazione fisica degli edifici, ma che ricostruisca servizi, relazioni e opportunità.
La casa, in questa prospettiva, torna a essere una questione politica. Non una voce tecnica dell’urbanistica, né un semplice indicatore del mercato immobiliare, ma uno dei parametri attraverso i quali misurare la qualità democratica e sociale di una comunità.
La tesi del Sunia è netta: senza una nuova politica pubblica della casa non possono esserci né crescita economica duratura né coesione sociale. Il diritto all’abitare, in questa lettura, non è il risultato finale dello sviluppo, qualcosa da garantire quando la crescita lo consente. È una delle condizioni che rendono possibile uno sviluppo equilibrato.
La sfida è governare la trasformazione
Siracusa si trova così davanti a un bivio. Da una parte, la crescita del turismo e l’attrattività del patrimonio storico e culturale rappresentano una straordinaria opportunità economica. Dall’altra, la pressione sul mercato immobiliare rischia di rendere sempre più difficile per una parte della popolazione vivere nei luoghi in cui è nata, lavora o ha costruito le proprie relazioni.
Per Alosi, la soluzione non consiste nel fermare il turismo né nello sviluppo economico. Consiste nel governarli, fissando un equilibrio tra interesse economico e interesse collettivo.
La sfida, in definitiva, è stabilire chi debba essere al centro della trasformazione urbana. Se la rendita immobiliare, il mercato e la domanda turistica oppure le persone che ogni giorno abitano la città.
«Invertire la tendenza è ancora possibile», è il messaggio del Sunia. Ma per farlo occorre riaffermare un principio tanto semplice quanto decisivo: una città vive soltanto se continua a essere, prima di tutto, un luogo in cui abitare, crescere, lavorare e costruire il proprio progetto di vita.
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