Siracusa. Ciane e Saline, 42 anni di fallimenti. Carta ‘getta fumo negli occhi’: «Basta retorica, silurare la gestione»

di Redazione

La Riserva soffre, la politica convoca tavoli. E dopo decenni il rischio è che, davanti a problemi ambientali mai definitivamente risolti, la soluzione sia ancora una volta quella di moltiplicare comitati, organismi e parole sulla concertazione. Per gli ambientalisti è proprio questo il pericolo: trasformare il confronto in un alibi per diluire responsabilità. Prima di creare l’ennesimo contenitore, la politica dovrebbe spiegare perché quelli che già esistono non siano riusciti a tutelare il Ciane

Quarantadue anni. Tanto è passato dall’istituzione della Riserva Ciane e Saline. Abbastanza, secondo gli ambientalisti, per smettere di cercare nuove formule, nuovi tavoli e nuove parole d’ordine e cominciare, finalmente, a chiedere conto dei risultati.

Per Giuseppe Ansaldi del Comitato Parchi e Carmelo Iapichino, ornitologo della LIPU, il problema della Riserva non è l’assenza di un’altra legge, né la mancanza dell’ennesimo organismo di concertazione. È una gestione che, nella loro denuncia, non sarebbe riuscita a risolvere le criticità ambientali che da decenni affliggono l’area.

È da qui che parte l’attacco al deputato regionale Giuseppe Carta – presidente della Commissione legislativa Ambiente, Territorio e Mobilità dell’ARS – accusato di aver costruito attorno alla Riserva una narrazione politica capace di spostare l’attenzione dal vero nodo della questione: chi gestisce il Ciane, come lo gestisce e perché, dopo oltre quattro decenni, i problemi restano ancora sul tavolo e da qui delineare precipue responsabilità.

Per i due ambientalisti, il comunicato con cui Carta ha rilanciato il tema della tutela e della valorizzazione della Riserva sarebbe poco più di un esercizio di retorica politica, incapace di confrontarsi con le criticità concrete dell’area.

Una distrazione di massa

Ansaldi e Iapichino definiscono il comunicato di Carta «il classico esempio di retorica politica progettata per distrarre l’opinione pubblica» e parlano senza mezzi termini di un’«arma di distrazione di massa».

Nel mirino finisce soprattutto l’impostazione del disegno di legge che, secondo i due esponenti ambientalisti, punta su tutela, fruizione sostenibile e istituzione di un Comitato di concertazione. Una soluzione che viene giudicata non solo insufficiente, ma potenzialmente controproducente. La lettura proposta dagli ambientalisti è infatti radicalmente diversa: moltiplicare i soggetti coinvolti rischierebbe di rendere più sfumati i confini delle responsabilità, distribuendo l’onere dell’inefficienza tra istituzioni, associazioni e cittadini.

La domanda che pongono è, in sostanza, molto semplice: se un ente ha il compito di gestire una Riserva, perché invece di rafforzarne la responsabilità si dovrebbe costruire un nuovo contenitore decisionale?

Il nodo dei fondi FESR

La contestazione riguarda anche l’indirizzo degli interventi programmati per la Riserva. Secondo Ansaldi e Iapichino, da tempo cittadini e associazioni denunciano quelle che definiscono «opache manovre» dell’attuale ente gestore, il Libero Consorzio Comunale.

L’accusa è che l’obiettivo sia quello di intercettare fondi strutturali europei FESR attraverso interventi considerati inutili o comunque estranei alle emergenze ambientali storiche dell’area.

Un punto particolarmente delicato, perché introduce una questione che va oltre il semplice confronto politico: come vengono individuate le priorità di spesa pubblica per una Riserva naturale?

Per gli ambientalisti, il problema non è la quantità di risorse da investire, ma la qualità e la coerenza degli interventi. Spendere denaro pubblico non equivale automaticamente a tutelare un ecosistema. Anzi, sostengono, il rischio è che finanziamenti consistenti vengano utilizzati per opere di forte impatto visivo o di immediata fruibilità, lasciando irrisolte le criticità ambientali strutturali.

La Riserva non è stata istituita per fare sport

C’è poi una questione di fondo sulla quale Ansaldi e Iapichino chiedono di riportare l’attenzione: la ragione originaria per cui la Riserva è stata istituita.

Secondo i due esponenti ambientalisti, il Ciane non sarebbe nato per trasformarsi in un contenitore di attività sportive, sociali o turistiche. La missione prioritaria, ricordano, è la rivitalizzazione della stazione di Cyperus papyrus e la tutela dell’area umida delle Saline, habitat fondamentale per la sosta e la nidificazione dell’avifauna migratoria.

Ed è proprio qui che la polemica assume una dimensione più ampia: la valorizzazione turistica deve essere conseguenza della tutela ambientale o rischia di diventare la sua sostituzione?

Per gli ambientalisti, la risposta è netta. Una Riserva naturale non può essere giudicata dal numero di percorsi realizzati, dalle infrastrutture costruite o dalla capacità di attrarre visitatori se, nel frattempo, le ragioni ambientali per cui quella Riserva è nata continuano a essere trascurate.

Il ‘tavolo tecnico’ e la partecipazione contestata

Il caso più emblematico, secondo Ansaldi e Iapichino, sarebbe quello di un tavolo tecnico convocato nei mesi scorsi per discutere un progetto destinato al finanziamento.

Le associazioni, raccontano, sarebbero state chiamate a esprimere il proprio parere su un progetto che, però, sarebbe stato già sostanzialmente definito dall’ente gestore.

La circostanza più significativa, nella loro ricostruzione, sarebbe il fatto che i rappresentanti presenti avrebbero espresso parere contrario a diverse opere, chiedendone la cancellazione perché ritenute dannose o inutili.

Quelle osservazioni, denunciano, non sarebbero state recepite.E qui arriva l’accusa istituzionale più grave: secondo gli ambientalisti, il confronto sarebbe stato successivamente trasformato nella rappresentazione di una partecipazione che, nella realtà, non ci sarebbe stata.

Parlano infatti di una «mistificazione istituzionale», contestando il riferimento dell’ente a una «campagna di ascolto e confronto» e a un Comitato Tecnico Scientifico che, sostengono, non sarebbe mai stato istituito né avrebbe svolto regolarmente le funzioni attribuitegli in quella circostanza.

Si tratta di affermazioni circostanziate e particolarmente rilevanti, che chiamano direttamente in causa l’operato dell’ente gestore e che, proprio per la loro natura, meriterebbero una replica documentale da parte delle istituzioni coinvolte.

Il paradosso della concertazione

Il punto politico della contestazione è forse tutto qui: la partecipazione può diventare una semplice scenografia se le decisioni fondamentali sono già state prese.

Un tavolo tecnico, osservano gli ambientalisti, ha senso se il confronto può modificare realmente una scelta. Se invece serve soltanto a dare una patente di condivisione a decisioni già assunte, rischia di diventare l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere.

Da questa prospettiva, il nuovo Comitato di concertazione proposto da Carta non convince Ansaldi e Iapichino. Non perché siano contrari al dialogo, ma perché ritengono che il dialogo non possa sostituire responsabilità, competenza e controllo pubblico.

La loro posizione è radicale: per salvare il Ciane non servirebbero nuove leggi. Servirebbe, piuttosto, applicare quelle esistenti.

L’Ente gestore faccia il gestore

La conclusione degli ambientalisti è un vero e proprio atto d’accusa. «L’Ente gestore faccia il gestore», sostengono, mentre cittadini e associazioni dovrebbero conservare il proprio ruolo di controllori democratici dell’azione pubblica, senza essere coinvolti in organismi percepiti come meramente consultivi o di facciata.

E qui il bersaglio politico diventa direttamente Carta. Da un presidente della Commissione Ambiente, sostengono Ansaldi e Iapichino, ci si sarebbe aspettati non una nuova architettura normativa, ma una scelta molto più drastica: chiedere la revoca della gestione della Riserva all’attuale ente.
Quarantadue anni, nella loro lettura, rappresentano un arco di tempo più che sufficiente per tirare una linea e chiedersi se il modello adottato abbia funzionato.

La provocazione finale è dunque anche la più politica: se quattro decenni di gestione non hanno prodotto la tutela attesa e l’area continua a presentare criticità, il problema potrebbe non essere l’assenza di una nuova legge, ma chi quella Riserva è chiamato a gestirla.

È una domanda che nessun comitato, per quanto partecipato sulla carta, può eludere. E che riporta il dibattito al punto di partenza: chi ha la responsabilità del Ciane e delle Saline, e soprattutto cosa ha fatto, concretamente, per proteggerli?

13 Agosto 2026 | 13:27
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