Autodromo di Siracusa, dal mito della Formula 1 al resort

di Giuseppe Bianca

Lo spettro di un tracciato privato per motociclisti debuttanti e senza gare iridate nel ‘circoland’

C’è qualcosa di profondamente malinconico, e al contempo di fortemente irritante, nel modo in cui le pubbliche amministrazioni locali gestiscono il patrimonio storico, culturale e infrastrutturale del nostro Mezzogiorno. La vicenda dell’Autodromo di Siracusa, passata recentemente dalle mani dell’Organismo Straordinario di Liquidazione (Osl) a quelle degli uffici del Libero Consorzio Comunale presieduto da Michelangelo Giansiracusa, rappresenta la perfetta, amara metafora di una politica della resa. Una politica disposta a tutto pur di fare cassa e ripianare i bilanci, persino a snaturare l’anima più profonda e nobile di un tempio internazionale della velocità. Il rischio concreto, ormai alle porte, è quello di vedere degradato un glorioso circuito automobilistico a una sorta di parco giochi privato, un “motorsport resort” d’élite o, per meglio dire, un disordinato “circoland” a uso e consumo di centauri della domenica e motociclisti agli albori, totalmente orfano di qualsiasi reale velleità agonistica di caratura mondiale.
La cronaca degli ultimi anni ci racconta di un valzer grottesco di cifre, aste deserte e trattative sfumate. Prima, nell’estate del 2023, la doccia fredda del closing mancato con la Metaphor Corporation Pty del magnate italo-australiano Ross Pelligra, che sembrava pronto a rilevare il tracciato per poco più di tre milioni di euro prima del definitivo dietrofront. Poi, dopo ben comprese cinque aste pubbliche andate deserte tra il 2020 e il 2023, l’annuncio trionfale della fine del 2025: un nuovo fondo di investimenti internazionale, rimasto a lungo coperto dall’anonimato, capace di formalizzare un’offerta da 3.136.000 euro con tanto di deposito cauzionale da 152.000 euro già trasferito presso le casse dell’ente intermedio. La scadenza per l’atto definitivo di compravendita, fissata inizialmente entro il febbraio del 2026, ha riacceso le speranze della burocrazia aretusea, ansiosa di liberarsi di una patata bollente amministrativa ereditata dal default finanziario della ex Provincia Regionale.

Ma qual è il prezzo reale, in termini di dignità e futuro, che la città di Siracusa si appresta a pagare per questo risanamento di bilancio? Se si scava oltre i comunicati entusiastici diffusi dalla politica locale, emerge una realtà commerciale inquietante. Il progetto proposto dagli acquirenti prevede la trasformazione dell’intera area di contrada Fusco in un complesso turistico-alberghiero di lusso, costellato da ristoranti, negozi, hotel e strutture ricettive operative trecentosessantacinque giorni l’anno. Un “club residenziale” esclusivo costruito intorno alla passione per i motori. In termini più espliciti e meno edulcorati, l’autodromo cesserà di essere un’infrastruttura sportiva pubblica deputata alle grandi competizioni per trasformarsi in una pista “a noleggio”, un immenso anfiteatro dell’intrattenimento privato dove l’attività motoristica viene declassata a mera “esperienza emozionale” per turisti facoltosi e aziende in cerca di team building.
È proprio in questo snaturamento radicale che risiede il cuore della nostra denuncia. Pur di incassare quei benedetti tre milioni di euro necessari a colmare i vuoti finanziari lasciati da gestioni passate fallimentari, le istituzioni stanno avallando la mutazione genetica del tracciato. Quello che nacque nel 1950 come un circuito automobilistico di fama planetaria, capace di ospitare tra il 1951 e il 1967 ben sedici edizioni del leggendario Gran Premio di Siracusa di Formula 1, rischia di ridursi a un banale e rumoroso “circoland” per motociclisti dilettanti. Non si parla qui di riportare nel meridione d’Italia le grandi sfide del motomondiale o della Superbike; non ci sono all’orizzonte i bolidi della Moto GP guidati dai campioni mondiali, né progetti in grado di rimettere Siracusa al centro della mappa del motorsport d’élite internazionale. Al contrario, l’impianto viene tarato al ribasso, per accogliere moto di cilindrate inferiori o piloti alle prime armi che cercano semplicemente uno spazio sicuro dove sfogare la propria passione domenicale, senza alcuna vera competizione, senza punti iridati in palio, senza gloria. Una declassazione epocale contrabbandata per rilancio economico.

Fa male ricordare, in questo contesto di declino culturale, la statura e la lungimiranza degli sforzi compiuti negli anni passati da figure illuminate come Giuseppe Bianca. Il suo impegno non era dettato da un nostalgico amarcord, né dalla volontà di assecondare un turismo d’élite mordi e fuggi. L’obiettivo visionario di Bianca era preciso, ambizioso e rigoroso: stimolare, sollecitare e pressare la Provincia affinché avviasse una riqualificazione strutturale profonda, capace di adeguare l’impianto ai severissimi parametri tecnici e di sicurezza imposti dagli autodromi moderni per poter disputare, finalmente, il Gran Premio di Formula 1. Bianca voleva riportare Siracusa nel massimo pantheon dell’automobilismo mondiale. Fu proprio per risvegliare le coscienze siracusane e spingere le istituzioni verso questa sfida monumentale che egli ebbe il merito di riportare in città piloti del calibro di Tony Brooks – trionfatore nel 1955 a bordo della mitica Connaught della scuderia britannica nel Gran Premio che si correva sul suggestivo Circuito degli Aranci. Brooks, insieme ad altri illustri colleghi piloti di Formula 1 dell’epoca, tornò in Sicilia a bordo di auto d’epoca per testimonianre il valore inestimabile di quel nastro d’asfalto.
Un appello politico e ideale che allora fu accolto con sincero e pragmatico slancio dall’ex presidente della Provincia, Bruno Marziano. Con amara e lucida onestà, Marziano non esitò a definire pubblicamente quel circuito per come appariva: un vero e proprio “catafalco”, un monumento spettrale al degrado, schiacciato dall’incuria e dal peso degli anni. Ma lo fece con l’ardore di chi riconosce la gravità della malattia per poter approntare la cura più radicale. Forte di quel rinnovato entusiasmo e di una visione istituzionale alta, Marziano avviò le prime e complesse procedure di riqualificazione per risvegliare quel gigante addormentato. L’obiettivo non era nascondere le macerie dietro un maquillage commerciale, ma trasformare il “catafalco” in un tempio tecnologico degno della Formula 1.

Oggi, quel patrimonio morale, quella battaglia per l’eccellenza tecnica e sportiva, viene svenduta sull’altare del pragmatismo finanziario più cinico. La trasformazione dell’autodromo in un motorsport resort privato senza gare ufficiali rappresenta una capitolazione culturale e politica. Chi difende a spada tratta l’operazione parla di indotto economico per il territorio, di destagionalizzazione dei flussi turistici, di servizi di lusso capaci di attrarre investitori esterni e famiglie facoltose. Si tratta, purtroppo, della solita e trita retorica applicata ai beni comuni: si privatizza un pezzo di storia collettiva per trasformarlo in un parco a tema recintato, accessibile solo a chi può permettersi rette da club esclusivo. La pista tecnica di Siracusa, celebre per le sue curve iconiche e impegnative come il gruppo 3, 4 e 5, meriterebbe ben altro destino. Meriterebbe investimenti lungimiranti finalizzati al ripristino degli standard omologativi per le grandi categorie internazionali, le uniche in grado di generare un indotto autentico, duraturo, culturale e di prestigio per l’intera Sicilia orientale.
Accettare passivamente che l’area si trasformi in un anonimo “Motorland” all’italiana, privo di competizioni ufficiali e ridotto a pista d’allenamento per motociclisti debuttanti, significa decretare la morte sportiva definitiva dell’Autodromo. Significa rassegnarsi all’idea che il nostro territorio non possa più ambire ad essere protagonista dello scenario internazionale, ma debba accontentarsi del ruolo di comparsa, di area di servizio per l’intrattenimento privato dei non professionisti. Il Libero Consorzio ha il dovere morale di pretendere garanzie formali e vincoli di destinazione d’uso stringenti dagli acquirenti: se vendita deve essere, che sia vincolata a un piano di rilancio agonistico reale, che non escluda a priori le grandi federazioni e le massime categorie del motorsport.
In caso contrario, l’accordo da poco più di tre milioni di euro non sarà ricordato come il salvataggio dell’Autodromo, bensì come la sua pietra tombale più ipocrita. Siracusa non ha bisogno di un resort di lusso con pista annessa a uso e consumo di pochi eletti o di un “circoland” per motociclisti alle prime armi; ha bisogno che le sue infrastrutture tornino a splendere con l’orgoglio, l’ambizione e la dignità che Giuseppe Bianca indicò e che la loro stessa storia impone. Vendere per disperazione finanziaria significa tradire il passato e ipotecare, al ribasso, il futuro sportivo di una città intera. Quel vecchio “catafalco” meritava la rinascita, non la profanazione.

di Giuseppe Bianca 18 Giugno 2026 | 12:53
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