No. Non può calare il sipario sulla telenovela del nuovo ospedale. Proprio perché ormai questa vicenda è divenuta una vera e propria telenovela. Senza mai fine. Tra polemiche che ballano. Come i vestiti di Rosso di San Secondo. Dal momento che parliamo di sipario consentitemi la citazione di teatro. Con questa differenza: “Tra vestiti che ballano” di Rosso di San Secondo è un dramma in tre atti e un epilogo. La telenovela del nuovo ospedale invece un epilogo non ce l’ha.
“Sul nuovo ospedale non può calare il sipario” ha tuonato, appena qualche giorno fa, l’ex deputato regionale Vincenzo Vinciullo. Ma certo che non cala questo sipario. Quale miglior palestra per i politici siracusani che questa per scontrarsi, poi dimenticarsi, quindi ritrovarsi, e ancora scontrarsi? Ognuno si fa paladino di una causa persa. Ma ancora si deve addirittura scegliere l’area sulla quale costruirlo questo benedetto ospedale.
Nessuno però ricorda che il nuovo ospedale potrebbe essere oggi una realtà già da più di una decina d’anni: da quando cioè si stava costruendo l’autostrada Siracusa-Catania. L’impresa Pizzarotti di Parma, che stava realizzando l’opera, lanciò una sua proposta di project financing. Ma i politici che oggi tuonano (forse sarebbe meglio dire blaterano) si misero di traverso contro il project financing: ci videro l’ombra delle mani private sulla sanità pubblica! E non se ne fece nulla.
Pizzarotti proponeva di realizzare l’opera a proprie spese chiedendo in cambio la gestione dei servizi parasanitari del nuovo ospedale per vent’anni e la proprietà degl’immobili che sono oggi sede degli ospedali “Umberto I” e “Rizza” nonché dell’ex ospedale civile di via delle Vergini, nel cuore di Ortigia. Certamente troppo. Ma si poteva aprire una trattativa. E venirne a capo. Per concludere. E realizzare l’opera. Fra l’altro se si fosse aperta la procedura del project financing si sarebbe dovuto pubblicare bando e offerta sulle Gazzette ufficiali, si sarebbero dovute raccogliere altre eventuali offerte e scegliere quella economicamente più vantaggiosa. Tutto ciò non accadde. Proprio per l’opposizione dei politici oggi tuonanti. E il nuovo ospedale è ancora di là da venire. Se mai ci sarà, con questi chiari di luna.
Allora gli ospedali erano aziende ospedaliere autonome (o quasi). L’azienda ospedaliera “Umberto I” era retta dal direttore generale Gurrieri e da Franco Cirillo direttore sanitario. I quali si erano detti disponibili alla trattativa. Ma con quei politici (anzi con questi che oggi baccagliano) di traverso non se ne fece nulla. E oggi siamo ancora a discutere per la scelta dell’area. Siamo ancora ai pareri interlocutori.
Il direttore generale dell’Asp si è munito del parere di un esperto esterno. Il sindaco, del parere dell’Ufficio tecnico comunale. Il quale peraltro dice e non dice, pronunciando un parere che, in buona sostanza, parere non è. E’, anche questo, una sorta di documento interlocutorio, giusto per dare una risposta al sindaco. Ma è come dire: sbrigatevela voi e lasciate in pace noi … E come diceva una vecchia canzone, così passano i giorni , e nulla si conclude. Ogni tanto un altro capitolo. E la telenovela continua … infinita … Il nuovo ospedale? Può attendere. Come il paradiso di quel film (“Il paradiso può attendere”) di Warren Beatty e Buck Henry del 1978 e quel libro di Leonore Fleischer del 1979. I bisogni della gente? Anche questi … possono attendere … Intanto una polemicuzza ogni tanto: tizio contro caio … e vai …Il seguito al prossimo numero.
Ma parliamoci chiaro. Il fatto è che scegliere un’area per il nuovo ospedale significa dar valore a terreni che magari oggi non valgono un soldo bucato. E le aspirazioni possono esser tante. Possono esserci amici e meno amici. E chi sceglie cosa sceglie? l’area per l’ospedale? il terreno dell’amico? Beh … tiriamo avanti … magari poi … in un momento di stanca … si fa quel che si vuole (pardon: che si deve …) … e nessuno può dire più nulla: volevate l’area per il nuovo ospedale? eccola … ma bisogna aspettare il momento buono. Intanto … zitti e mosca … e chi parla disturba … Fra l’altro scegliere un’area diversa da quella già prevista a suo tempo impone una revisione del Piano regolatore generale. E allora campa cavallo … Qui passano non gli anni ma le generazioni … E di nuovo ospedale se ne parla … così … ogni tanto … un po’ per celia e un po’ per non morire … Giusto per dirla con “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini e col titolo di quel libro di Franco Carlo Ricci del 2017.
Signori miei, ma quando tornerà un po’ di serietà in questa città? Almeno per le cose serie come questa vicenda del nuovo ospedale!
Intanto qua si soffre. E si rischia: si rischia la pelle della gente. Perché, non possiamo non ricordarlo, l’ospedale di Siracusa dispone di buone, ottime anche, professionalità, ai vari livelli di competenza. Ma la struttura e le attrezzature sono quelle che sono. E si soffre tutti: malati e operatori. Si registrano ogni tanto le reazioni violente di chi aspetta invano al Pronto soccorso. Senza con questo voler giustificare la violenza.
Ma solo per capire che c’è, sì, l’illecito comportamento del violento, sempre e comunque da respingere, ma c’è anche la concausa (innegabile) del bisogno insoddisfatto, dell’attesa prolungata e vana, del disagio, della sofferenza.
E allora siamo seri. Almeno per questioni come questa. Basta con le polemiche. Si agisca finalmente, concretamente, correttamente, seriamente. E ricordiamoci, una volta tanto almeno, del grande Totò (‘A livella): “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: / nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”.
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