Non è una patologia censita nei manuali medici, ma una condizione dell’anima politica. La cosiddetta «sindrome dello smemorato di Collegno», resa celebre nell’immaginario collettivo dall’irresistibile ironia di Totò nel famoso film, nasce da uno dei casi giudiziari e mediatici più grotteschi del Novecento italiano. Quando le indagini della polizia e le impronte digitali smascherarono il presunto amnesico, scoprirono che sotto le panni dello “sconosciuto” si nascondeva Mario Bruneri: un tipografo torinese con precedenti per truffa ed evaso dai propri debiti, che aveva trovato nella perdita di memoria il comodo alibi per rifarsi una verginità ed eludere le proprie responsabilità.
Se oggi trasferiamo questa parabola nell’arena politica della provincia di Siracusa, la coincidenza sconcerta. Tutti si dichiarano verginelli, tutti cadono dalle nuvole, tutti fingono di aver dimenticato accordi, tessere e strette di mano siglate soltanto il giorno prima. L’amnesia strategica non è più un alibi giudiziario: è diventata il metodo di governo ideale per trasformisti ed equilibristi.
Il camaleonte autonomista
Al centro di questa galassia fluida c’è Grande Sicilia, il movimento guidato da Enzo Vinciullo e puntellato da figure di peso come il deputato regionale e sindaco di Melilli, Giuseppe Carta. Un soggetto nato nel centrodestra che indossa con disinvoltura l’abito politico più utile a seconda della piazza.
Nel capoluogo il copione è ormai un classico: nel 2023 Grande Sicilia candida il centrodestra con Ferdinando Messina, salvo poi “dimenticare” tutto al ballottaggio e correre a sostenere il centrosinistra di Francesco Italia. Risultato? Una maggioranza ballerina che oggi barcolla a ogni debito fuori bilancio — come dimostrano le recenti tensioni sul caso Edison — ma che tira avanti in nome del pragmatismo.
Il contagio provinciale
Il virus dell’amnesia si estende rapidamente nei comuni della provincia. A Solarino, il leader Giuseppe Carta festeggia apertamente l’elezione a sindaco del deputato PD Tiziano Spada, garantendogli appoggio esterno. Contemporaneamente, ad Augusta, il movimento giura fedeltà assoluta ai candidati di Fratelli d’Italia. Un piede in due scarpe? Molto peggio: la pretesa di dichiararsi coerenti mentre si calcano due palcoscenici opposti.
«Come il Bruneri si finse smemorato per sfuggire ai creditori, così la politica siracusana usa l’amnesia per cancellare le proprie contraddizioni».
Le accuse e il grande bluff
Di fronte a questa geometria variabile, Forza Italia grida al “trasformismo sistematico”. Peccato che gli autonomisti rispondano ricordando il caso di Lentini, dove proprio Forza Italia avrebbe sostenuto un candidato di centrosinistra, facendo poi eleggere il proprio Presidente del Consiglio comunale con i voti determinanti del Partito Democratico. Nel frattempo, il PD sfrutta gli appoggi di centrodestra per governare dove non ha i numeri, e Fratelli d’Italia rivendica una “purezza territoriale” mentre sgomita per non restare isolata.
L’anestesia del dibattito
Mentre a Palermo e a Roma i vertici dei partiti si scontrano ideologicamente su ogni dossier, nel Siracusano quelle stesse appartenenze vengono congelate alle porte dei palazzi municipali. Assistiamo a un’anestetizzazione del dibattito in cui l’assenza di confini ideologici trasforma i cittadini da elettori consapevoli a spettatori di un’eterna trattativa d’aula, dove i voti raccolti sotto una bandiera sono semplice merce di scambio per le giunte di segno opposto.
Insomma, c’è una geografia del potere, in provincia di Siracusa, che non coincide più con quella dei partiti. È la mappa di Grande Sicilia, il movimento che in pochi anni ha imparato a essere maggioranza ovunque conti esserlo, indipendentemente da chi la comanda. A Siracusa capoluogo siede stabilmente nella giunta di centrosinistra di Francesco Italia, di cui è oggi uno degli architravi più ingombranti. Ad Augusta rivendica un’intesa con l’ex sindaco di centrodestra di Fratelli d’Italia. A Solarino, il suo stesso leader è sceso in campo per garantire l’appoggio esterno a un sindaco eletto nelle file del Partito Democratico.
Tre comuni, tre schieramenti politici opposti
Tre comuni, tre schieramenti opposti, un solo comune denominatore: Grande Sicilia c’è sempre, e conta sempre.
I suoi dirigenti la chiamano radicamento territoriale, pragmatismo amministrativo, cultura del fare. Dicono che contano i programmi e non le etichette, che un movimento autonomista risponde ai cittadini e non alle segreterie romane, che la vera coerenza si misura nei voti in Consiglio comunale e non negli organigrammi di partito. Non hanno tutti i torti: chi amministra un piccolo comune sa che le fogne da riparare non hanno colore politico.
Peccato che l’accusa suoni meno solida se si guarda a Lentini, dove è proprio Forza Italia ad aver sostenuto un sindaco di centrosinistra e a essersi poi garantita un presidente del Consiglio comunale con i voti del Pd. In questa provincia, insomma, il trasformismo non ha bandiera: ce l’hanno un po’ tutti, ma solo Grande Sicilia ne ha fatto un metodo dichiarato.
Ma un partito che governa ovunque, con chiunque, rischia di somigliare più a un’agenzia di collocamento per amministratori che a una proposta politica.
L’epilogo
Proprio come Mario Bruneri cercava di sfuggire al suo passato cancellando la memoria, la politica siracusana usa la “sindrome dello smemorato” per non pagare il conto della propria incoerenza di fronte agli elettori. La provincia si conferma così un laboratorio spietato, dove l’alleanza perfetta non è quella fondata su una visione di futuro, ma quella che garantisce la gestione del presente.
Resta solo da chiedersi: quando le impronte digitali dei fatti sveleranno la realtà agli elettori, quanti “smemorati” troveranno ancora credito nei palazzi del potere?
Inclusa la sfiducia nell’elettorato.
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