Siracusa. Vittorini, oltre l’ombra del «Gattopardo»: la città gli deve un progetto, non solo un premio

di Redazione

A sessant’anni dalla scomparsa dello scrittore siracusano, il ricordo non può fermarsi all’“abbaglio” editoriale: serve un serio investimento culturale e letterario per restituirgli il posto che merita

A sessant’anni dalla morte di Elio Vittorini, avvenuta a Milano il 12 febbraio 1966, il suo nome torna ciclicamente alla ribalta, spesso legato a un episodio che ha finito per oscurare tutto il resto: il rifiuto del manoscritto del Gattopardo. Un “no” pronunciato nel luglio del 1957, quando Vittorini, consulente editoriale per Einaudi, giudicò il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa distante dai canoni della modernità e del neorealismo, permeato com’era — secondo lui — da una visione aristocratica, nostalgica e pessimistica della società siciliana.

Col senno di poi, e alla luce dello straordinario successo ottenuto dal romanzo dopo la pubblicazione per Feltrinelli, quella scelta appare come un abbaglio clamoroso. Un errore che costò a Lampedusa amarezza e delusione, consumate nei giorni immediatamente precedenti la sua morte. Ma fermarsi a quell’episodio, trasformarlo nel tratto distintivo di Vittorini, significa ridurre una delle figure più complesse e influenti della cultura italiana del Novecento a una sola pagina — per quanto controversa — della sua biografia.

Ecco perché, nel sessantesimo anniversario della sua scomparsa, Siracusa dovrebbe interrogarsi seriamente sul modo in cui lo ricorda. Non basta intestargli un premio, celebrarlo con un convegno occasionale o evocarlo in qualche ricorrenza. Vittorini merita un progetto strutturato, continuativo, capace di intrecciare studio, divulgazione, editoria, scuola e ricerca. Un centro di studi permanente, un archivio digitale accessibile, un festival che non sia solo celebrativo ma laboratorio di idee. In altre parole, una politica culturale all’altezza del suo lascito.

Nato a Siracusa il 23 luglio 1908, figlio di un ferroviere, Vittorini conobbe sin da giovane il senso dello sradicamento, seguendo il padre nei vari spostamenti in Sicilia. Studiò ragioneria con fatica e insofferenza, fino alla decisione, a diciannove anni, di lasciare tutto e trasferirsi al Nord. Fu un salto nel buio, ma anche l’inizio di un percorso che lo avrebbe portato a diventare protagonista della scena letteraria italiana.

A Milano e poi a Firenze entrò in contatto con ambienti intellettuali vivaci. Curzio Malaparte ne intuì le qualità e lo introdusse al giornalismo, procurandogli collaborazioni, tra cui quella con La Stampa. Sposò Rosa Quasimodo, sorella del poeta Salvatore, e si stabilì a Firenze, dove frequentò l’ambiente di Solaria e conobbe Eugenio Montale. Intanto lavorava come correttore di bozze e traduttore, dopo aver imparato l’inglese da autodidatta. Proprio su Solaria pubblicò a puntate Il garofano rosso, romanzo che attirò l’attenzione della censura fascista.

Il suo dissenso nei confronti del regime si fece esplicito nel 1936, quando invitò i fascisti italiani a sostenere la Repubblica spagnola contro Franco. Fu espulso dal Partito fascista. Poco dopo si trasferì a Milano, dove iniziò la collaborazione con Bompiani. Durante la guerra partecipò alla Resistenza, fu arrestato e visse in prima persona il dramma dell’occupazione.

Da quell’esperienza nacquero opere fondamentali come Conversazione in Sicilia, tradotta anche negli Stati Uniti e apprezzata da Ernest Hemingway, e Uomini e no, ambientato nella Milano del 1944. Vittorini fu anche uno straordinario mediatore culturale: con l’antologia Americana aprì una finestra sulla narrativa statunitense, introducendo in Italia autori come Steinbeck, Faulkner e Caldwell. La sua attività di traduttore e curatore contribuì a sprovincializzare il panorama letterario nazionale.

Nel dopoguerra fondò Il Politecnico, rivista destinata a diventare terreno di confronto acceso tra cultura e politica. Il contrasto con il PCI di Togliatti, sul ruolo dell’intellettuale e sull’autonomia della cultura, segnò una frattura profonda. Nel 1947 la rivista chiuse e Vittorini si allontanò dal partito. Fu una scelta dolorosa ma coerente con la sua idea di libertà intellettuale.

Negli anni successivi continuò a scrivere, ma soprattutto a fare l’editore di idee. Per Einaudi ideò la collana dei “Gettoni”, che lanciò giovani autori; per Mondadori lavorò alla “Medusa”; nel 1961 fondò con Italo Calvino Il Menabò, luogo di sperimentazione e riflessione sulla narrativa contemporanea. La sua influenza si esercitò più attraverso la costruzione di reti culturali che attraverso la produzione romanzesca in senso stretto.

Eppure, nella memoria collettiva, resta soprattutto il rifiuto del Gattopardo. Un episodio che, se da un lato racconta i limiti di un’epoca e di una visione estetica, dall’altro non può cancellare la statura di un intellettuale che ha inciso profondamente sulla modernizzazione culturale dell’Italia.

Oggi Vittorini riposa nel cimitero di Concorezzo, vicino Monza, accanto alla seconda moglie Ginetta, nella cappella della famiglia Varisco. Non è sepolto nella sua Siracusa. E forse questo dato simbolico dovrebbe far riflettere. La città che gli diede i natali non può limitarsi a evocarlo in modo episodico. Deve decidere se farne davvero un punto di riferimento identitario, un motore di progettualità culturale.

Celebrare un premio in suo onore è un gesto apprezzabile, ma insufficiente. Vittorini è stato un costruttore di collane editoriali, di riviste, di dialoghi internazionali. Se si vuole onorarne la memoria, bisogna fare ciò che lui stesso fece per tutta la vita: creare spazi, generare confronto, investire sui giovani talenti, credere nella letteratura come strumento di trasformazione.

Altrimenti, ogni anniversario rischierà di riproporre la stessa storia: l’abbaglio sul Gattopardo e poco altro. E Siracusa continuerà a perdere l’occasione di trasformare un grande nome del Novecento in una risorsa viva, capace di parlare al presente.

12 Febbraio 2026 | 09:21
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