C’è un tradimento silenzioso che si consuma ogni estate sulla pietra bianca della cavea di Siracusa, ed è tanto più grave perché avviene con il sorriso di chi crede di fare del bene. Nell’intervista concessa domenica al Corriere della Sera, la Consigliera delegata dell’INDA Marina Valensise ha rivendicato con orgoglio i numeri della sua gestione e difeso le scelte registiche più spinte del cartellone siracusano. Ma a leggere bene le sue parole, non è Eschilo a essere in pericolo, né il verso di Sofocle: è la memoria stessa del gesto che, oltre cent’anni fa, ha reso possibile tutto questo.

Nel 1914 il conte Mario Tommaso Gargallo non fondò un festival. Fondò un rito. Restituì al Teatro Greco non uno spettacolo qualunque, ma la possibilità che la tragedia antica tornasse a parlare nel luogo esatto in cui era nata, con la stessa cura filologica con cui uno storico restaura un manoscritto. I costumi d’epoca, le scenografie fedeli al mondo classico non erano un vezzo estetico: erano il patto stesso su cui si reggeva l’Istituto. Un patto tra la pietra e il testo, tra il pubblico e la storia.
Oggi quel patto viene liquidato come un residuo polveroso da superare in nome della ‘contemporaneità’. Ma la contemporaneità non si costruisce vestendo Clitemnestra in tailleur o mettendo un kalashnikov in mano a un coro tragico per strappare l’applauso della critica compiacente — e non è un caso che sia la stessa Valensise, nell’intervista, a citare proprio l’immagine del kalashnikov sottobraccio come esempio di regia “moderna” di cui va fiera. Questo non è coraggio registico: è un modo comodo per non fare i conti con la difficoltà vera, che è far vibrare un testo di duemilacinquecento anni fa restando fedeli alla sua lettera e al suo mondo. Chiunque abbia studiato un classico sa che l’attualità di Eschilo non ha bisogno di travestimenti: è già lì, scritta nel testo, e basta avere l’umiltà di non coprirla di rumore.

Nella stessa intervista, Valensise si vanta di un bilancio da dieci milioni di euro e di duecentomila biglietti venduti in appena otto settimane, come se fossero la prova di una gestione illuminata. Ma quei numeri non sono figli di un anno di direzione: sono l’eredità di un secolo di pubblico costruito con pazienza, spettacolo dopo spettacolo, dalle maestranze e dai direttori artistici che hanno preceduto l’attuale gestione e che hanno saputo rispettare il patto di Gargallo anche quando non faceva notizia. Intestarsi il merito di un successo secolare, mentre se ne smonta pezzo per pezzo il fondamento, non è modernizzazione: è un atto di appropriazione.

Non è passatismo chiedere il ritorno ai costumi e alle scenografie d’epoca. È l’esatto contrario: è chiedere che l’Istituto torni a essere all’altezza del proprio nome. Un Istituto Nazionale del Dramma Antico che tratta l’antico come un ostacolo da aggirare ha smarrito la propria ragione sociale. Siracusa non ha bisogno di chi guarda ai classici con la sufficienza di chi si crede più intelligente del testo: ha bisogno di chi sa inginocchiarsi davanti a Eschilo, non di chi lo usa come sfondo per la propria carriera.
Il conte Gargallo non chiese mai al Teatro Greco di essere alla moda. Gli chiese di essere vero. È tempo che chi oggi lo dirige se ne ricordi.
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