Domenica, 27 Agosto, nel LXX Anniversario del Pianto della Madonna a Siracusa, avvenuto, dal 29 Agosto al 1 Settembre 1953, alla presenza dell’Arcivescovo di Siracusa Mons. Francesco Lomanto, presso il Santuario della Madonnina, sono esposte le 14 Stazioni della VIA CRUCIS, Opera del pittore Giorgio Orefice, si tratta di un vero e proprio evento, per la città aretusea.
Essendo, la VIA CRUCIS, la storia della passione e morte di Gesù, è stato un tema che ha appassionato, oltre che i teologi, anche i filosofi, i pittori, gli scultori, i poeti. Le sue raffigurazioni e rappresentazioni sono durate per secoli, soltanto nell’ultimo cinquantennio, gli artisti l’hanno sottratta alla propria iconografia pittorica, come se il tema del dolore, non dovesse più appartenere all’umanità.
In compenso, negli ultimi decenni, se ne è occupato il teatro, dopo una VIA CRUCIS di Paul Claudel che risale al 1914. Dobbiamo a due poeti come Mario Luzi e Giovanni Raboni la scelta dell’argomento nella dimensione teatrale. Luzi scrisse la sua “Passione” nel 1999, per la VIA CRUCIS, al Colosseo, presieduta da Giovanni Paolo II, egli si prefigurò un testo poematico di cui Gesù fosse l’unico agonista, nel momento in cui avrebbe confidato, al Padre, la sua angoscia e i suoi pensieri, dibattuti tra il divino e l’umano.

Giovanni Raboni, scrisse: “Rappresentazione della croce” nel 2020, per il Teatro Biondo di Palermo, per la messinscena di Pietro Carriglio, con le scene e i costumi del pittore Bruno Caruso, col Protagonista che, però, non si vede, sulla scena, ma che incombe con la potenza del suo pensiero. A parlare sono gli altri, ovvero i testimoni, quelli che c’erano e che, a prodigio consumato, acquistano consapevolezza degli eventi dei quali sono stati comprimari.
Oggi la VIA CRUCIS può vantare una nuova e originale realizzazione compositiva, oltre che ermeneutica, da parte di Giorgio Orefice che, ulilizzando, nel suo lavoro, la pietra di lava, del vulcano Etna, e la pittura impressa con la fiamma ossidrica, ha offerto un percorso che si distacca dalla iconografia tradizionale, con i suoi apparati didascalici, per puntare sul volto di Cristo e sulla dimensione del dolore, abbinando la tecnica scultorea con quella pittorica.
Centro dell’azione, della VIA CRUCIS di Giorgio Orefice, è il dolore, realizzato nella sua assolutezza ontologica, quello che ha a che fare col patire e col soffrire, due sentimenti tragici, ai quali, Giorgio Orefice ha attribuito un senso rivelatore che si configura, esclusivamente, nel volto di Cristo, quasi a voler rappresentare l’esperienza del dolore nella società contemporanea, sempre più afflitta dalla povertà e dalle diseguaglianze, oltre che dalle malattie, le stesse che Cristo aveva sempre combattuto.
Mi viene in mente la messinscena di un testo di Romeo Castellucci: “ Sul concetto di volto nel figlio di Dio” (2012) che aveva, come sfondo scenico, il Cristo di Antonello da Messina e , come argomento, la malattia di un padre, curato da suo figlio. Ed è, proprio, sul volto, che lavorato Giogio Orefice, quello di un giovane che si avvia alla morte, portando, sulla croce, il dolore del mondo.
Ha detto Giorgio Orefice: “Io da ragazzino, asciugai le copiose lacrime che, spontaneamentesi formavano sul volto della Madonna, raffigurata in un quadretto di gesso dipinto e ora, da vecchio, rendo onore al Magnifico Santuario eretto in onore di quella soprannaturale lacrimazione, proprio con questa mia VIA CRUCIS.
Andrea Bisicchia
© RIPRODUZIONE RISERVATA

