Il sindaco e la consigliera delegata Marina Valensise
Negli ultimi tre anni l’Istituto Nazionale del Dramma Antico ha cambiato tre sovrintendenti: Antonio Calbi, Valeria Told, Daniele Pitteri. Nessuno dei tre ha superato i sedici mesi. Nel 2016 un’inchiesta giornalistica portò al commissariamento dell’ente e alla riscrittura dello statuto, proprio per separare in modo netto le funzioni di sovrintendente e consigliere delegato. Quel nuovo statuto è ancora in vigore. E il problema, a quanto pare, non è mai stato davvero risolto.
Un modello che non funziona sulla carta prima ancora che nella pratica
La governance dell’INDA prevede tre poli di potere che, per costruzione, si sovrappongono più di quanto dovrebbero:
Il presidente per statuto. Il sindaco di Siracusa presiede il CdA dell’Istituto non per competenza culturale specifica, ma automaticamente, in virtù della carica comunale che ricopre. È una anomalia strutturale: un’istituzione culturale nazionale, che seleziona il proprio vertice operativo tramite bando ministeriale, ha come organo di garanzia un politico eletto su un mandato completamente diverso — l’amministrazione di una città — e con un orizzonte temporale (il ciclo elettorale e l’influenza sugli organi d’informazione amici) che non ha nulla a che vedere con la programmazione artistica pluriennale.
Il consigliere delegato. Una figura per cui lo statuto, a differenza del sovrintendente, non richiede comprovata esperienza nella gestione dello spettacolo dal vivo. Eppure è la posizione che, negli ultimi anni, ha mostrato la maggiore continuità: retta da Marina Valensise dal 2020, ha attraversato tre sovrintendenti diversi, coprendo due volte anche l’interim dopo le rispettive uscite di scena. Quando una funzione «di supporto» dura più a lungo, e in modo più stabile, di quella che dovrebbe guidare l’ente, è lecito chiedersi chi stia effettivamente governando.
Il sovrintendente. L’unica figura per cui il regolamento richiede esperienza specifica nel settore, nominata dal Ministero della Cultura su terna proposta dal CdA. Ed è, paradossalmente, la posizione più fragile del sistema: tre persone diverse in tre anni, in un rapporto — secondo fonti di stampa — «complicato sin dall’inizio» con la governance interna.
Il pattern che si ripete
Non è la prima volta che l’INDA attraversa una crisi di questo tipo, ed è proprio questo a rendere la situazione più preoccupante di un semplice caso isolato:
- Nel 2016, un conflitto di interessi dell’allora consigliere delegato — che ricopriva contemporaneamente incarichi come regista e attore altrove — portò al commissariamento ministeriale grazie all’inchiesta condotta da LIBERTA’ SICILIA.
- Nel 2023, la mancata scelta tra i candidati disponibili in un bando con pochi partecipanti generò richieste parlamentari di commissariamento.
- Nel 2024, le dimissioni improvvise di Valeria Told, ufficialmente per un cavillo contrattuale legato a un trasferimento all’estero, riaprirono polemiche politiche su una gestione giudicata poco trasparente.
- Nel 2026, le dimissioni di Pitteri, precedute — secondo indiscrezioni di stampa — da almeno due tentativi respinti dal CdA, chiudono un altro mandato interrotto anzitempo.
Quattro episodi in un decennio, sempre con lo stesso nodo di fondo: una linea di confine tra funzioni statutarie che continua a essere attraversata, e un organo di garanzia — la presidenza — che nei momenti di crisi è stato più volte descritto come assente o silenzioso piuttosto che risolutivo.
Cosa dovrebbe cambiare
Il problema non è riducibile alle qualità o ai difetti delle singole persone coinvolte. È un problema di disegno istituzionale:
- Competenze reali, non solo requisiti formali, per chi ha potere di fatto. Se il consigliere delegato esercita di fatto funzioni di indirizzo artistico e culturale, lo statuto dovrebbe richiedergli le stesse credenziali di settore previste per il sovrintendente — oppure delimitarne rigorosamente il perimetro operativo.
- Una presidenza con competenza e continuità specifiche, o quantomeno meccanismi di garanzia che non dipendano interamente dalla sensibilità personale di chi occupa pro tempore la carica di sindaco.
- Mandati tutelati. Un sovrintendente che si dimette (o tenta di farlo) due volte prima che le dimissioni vengano accettate racconta di un ambiente di lavoro insostenibile, non di un capriccio personale. Servono strumenti statutari — non solo buona volontà — per proteggere l’autonomia gestionale di chi viene selezionato tramite bando pubblico e nominato dal Ministero.
- Trasparenza sulle uscite. Dimissioni comunicate via mail attraverso un legale, senza una parola pubblica delle parti coinvolte, lasciano campo libero a ricostruzioni parziali e interessate — comprese quelle di chi ha un tornaconto editoriale nel raccontare la crisi in un certo modo.
Due variabili sottovalutate: il ciclo elettorale e il peso dell’informazione locale ‘amica’
Ci sono due fattori che raramente entrano nell’analisi di questa vicenda, ma che probabilmente pesano quanto le regole statutarie in senso stretto.
Il ciclo elettorale come acceleratore di instabilità. La presidenza automatica del sindaco non è solo un problema di competenza, come detto sopra: è anche un problema di tempistica. Un sindaco amministra guardando al proprio consenso e alla propria rielezione, non alla programmazione artistica pluriennale di un ente culturale. Questo significa che le nomine, le scelte di terna per il sovrintendente, persino la gestione delle crisi interne rischiano di essere lette — dagli attori coinvolti e dagli osservatori esterni — attraverso la lente degli equilibri politici cittadini del momento, più che attraverso quella della migliore gestione possibile del Teatro Greco. Un sovrintendente che entra in conflitto con la governance interna non ha solo un problema tecnico da risolvere: ha anche un presidente che deve calcolare il costo politico di ogni intervento, in un contesto dove ogni scelta sull’INDA — istituzione identitaria per la città — può diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione locale, come è già accaduto con le interrogazioni parlamentari del 2023 e le polemiche del 2024.
L’influenza degli organi di informazione locale. La stampa cittadina non si limita a raccontare le crisi dell’INDA: in almeno un caso, come visto, rivendica esplicitamente di averle causate (l’inchiesta del 2016 che portò al commissariamento) e di avere un conto aperto con l’ente per essere stata poi esclusa dai suoi circuiti promozionali. Questo crea una dinamica delicata: una testata con un interesse dichiarato a dimostrare che la governance dell’INDA è ancora opaca ha, oggettivamente, un incentivo a enfatizzare ogni nuova crisi come conferma della propria narrazione originaria. Non significa che le notizie riportate siano inventate — spesso trovano conferma in agenzie nazionali come l’ANSA — ma che la cornice interpretativa (chi ha ragione, chi ha torto, quanto è grave la situazione) viene in parte costruita da chi ha uno storico di scontro con l’istituzione che sta raccontando. In un ecosistema mediatico locale ristretto, dove poche testate coprono la vicenda con continuità, questo squilibrio pesa più che in un contesto con pluralismo informativo ampio.
Il risultato è un circolo che si autoalimenta: instabilità di governance interna → copertura mediatica locale che (legittimamente) la denuncia, ma con una cornice di parte → pressione politica sul sindaco-presidente, filtrata dal calendario elettorale → gestione delle crisi spesso rinviata o silenziosa per non esporsi → nuova instabilità. Rompere questo schema richiederebbe non solo una riforma statutaria, ma anche una maggiore trasparenza comunicativa da parte della Fondazione stessa, che finora ha lasciato che fosse perlopiù la stampa — con le sue diverse angolature — a raccontare pubblicamente cosa succede ai suoi vertici.
Una nota di metodo
Vale la pena ricordarlo: buona parte della cronaca più critica su questi episodi arriva da testate locali che, in almeno un caso dichiarato apertamente dal proprio direttore, si intestano un ruolo storico di “whistleblower” dell’ente e lamentano di essere state escluse dai suoi circuiti promozionali. Questo non rende false le informazioni riportate — molte sono confermate anche da agenzie di stampa nazionali come l’ANSA — ma impone di leggerle sapendo che non tutte le fonti in campo sono equidistanti dai fatti che raccontano.
Il problema di fondo, però, resta indipendente da chi lo denuncia: un’istituzione con 110 anni di storia e un pubblico che continua a riempire il Teatro Greco merita una governance che non produca un cambio ai vertici ogni dodici-sedici mesi.
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