È scritto nel libro di Gray da tenere sul comodino per il ripasso

Siracusa. Come e perché la vita del maschio è una vitaccia giocata sempre sulla bramosia

di Aldo Formosa

Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, ma non si deve generalizzare erroneamente

E’ scritto, papale papale, nel libro “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” di Jhon Gray, edizioni Mondolibri Milano. Un libro come un “breviario” da tenere sul comodino, Magari a titolo di “ripasso”. Insomma, come si fa il giorno prima degli esami. Perché la vita di coppia, giorno per giorno, è un continuo esame.

L’universo donna, l’ altra metà del  cielo, il pianeta donna. Chiamatelo come vi pare, rimane pur sempre una componente essenziale nei parametri esistenziali del maschio. E ce lo rammenta così Gray.

Questo è. La donna, lo voglia oppure no, propina sempre brividi di mistero che antagonisticamente esaltano oppure deprimono l’uomo che le sta accanto. Può sembrare spesso (perfino) una deliberata crudeltà quando lei si impunta su certi argomenti. Anche se ne valuta eventuali drammatiche conseguenze, tira dritto impietosamente.

Intendiamoci: qui non si vuole generalizzare. Perché, oltre a certi paradigmi comportamentali di base, non esiste una donna perfettamente uguale ad un’ altra, non esistono fotocopie.

Un fatto è certo: maschio e femmina sono sostanzialmente diversi, e non soltanto fisiologicamente. Ancestralmente sono programmati, “voluti” così dalla natura che ha avuto i suoi buoni motivi. Ma ci pensate se maschio e femmina fossero identici: che razza di grigiore, di appiattimento esistenziale, di monotonia del vivere. Decisioni all’unisono, consensi automatici, non ci sarebbe bisogno nemmeno di parlare.

Dice: il maschio ha il seme, la femmina lo recepisce e lo trasforma generando. Vi pare niente? E vabbè, lo sappiamo: per essere un “dispensatore” il maschio “deve” essere sempre pronto alla bisogna. Poveretto: è condizionato suo malgrado da questo prepotente istinto. È perciò “cacciatore”, povero disgraziato nato con questa che, alla lunga, diventa una condanna. Fino alla colpevolizzazione.

Qui contestualmente disprezziamo e condanniamo il maschio che, obnubilato dall’istinto primordiale, arriva all’orripilante violenza nella suburra della prevaricazione. La Legge parla chiaro.

La femmina, invece, vive il ferreo istinto del gelido ritegno, categoricamente selettiva, amministra il proprio potere su paradigmi difensivi che così “deve”, così è stata “costruita” prima di nascere. Guardate gli animali, puro istinto. Il maschio sempre pronto, la femmina aspetta l’intransigenza dell’estro. E il maschio deve sceglierselo lei. Povero disgraziato deve tampinare, sbavare, elemosinare, soffrire l’ardore, correrle appresso per tundre e savane. E deve anche battersi sanguinando con la concorrenza, rischiando persine la vita. Poi deve difendere quello che ha conquistato: insomma, una vitaccia.

E la femmina? Lei ha il potere dell’essere la depositaria esclusiva, monocratica, intransigente del cosiddetto “oggetto del desiderio”. E ha il potere di esercitarne l’amministrazione a suo insindacabile giudizio, oppure quando è lei stessa a perdere la “trebisonda” per lo sconvolgimento ormonale. Certo, può anche fare una “concessione” amorosa, oppure per motivi di “scambio”.

Insomma, è lei ad essere “potente”. Che ne deriva? Che i due “pupi” pirandelliani vivono piccoli o grandi contrasti (sessuali, esistenziali, filosofici, etici, estetici) che spesso portano al logorio del rapporto.

Magari ad un accomodamento, se soccorre l’intelligenza. Oppure, dionescansi, alla fatiscenza che può essere l’anticamera della cronaca nera. E una volta a letto? Genericamente (esistono eccezioni) la femmina si dispone a concedere le proprie grazie mentre è il maschio che deve ottemperare “preliminarmente” a quel viaggio attraverso il quale la femmina vuole percorrere un tragitto  fino  al traguardo. Esiste una casistica: guai al maschio che non rispetta i tempi, lasciandola in mezzo al guado. Questo non è, e non vuole essere, un saggio  di “istruzioni per l’uso”. È piuttosto, un “divertissement”. Con tutto il rispetto.

di Aldo Formosa 31 Maggio 2019 | 09:14
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