In Sicilia le risorse per intervenire sulle scuole non mancano. Ci sono i fondi europei, quelli nazionali e quelli regionali. Esistono programmi, procedure, graduatorie e linee di finanziamento. Quello che continua a mancare, troppo spesso, è la cosa più semplice e insieme più difficile per una pubblica amministrazione: arrivare prima dell’emergenza.
La graduatoria dell’Azione 4.2.1 del FESR, destinata proprio al miglioramento degli ambienti scolastici e formativi, è stata rinviata al 2 settembre. Pochi giorni, si potrebbe obiettare. Ma nel calendario della scuola e della programmazione dei lavori quei pochi giorni non sono necessariamente irrilevanti. Perché dopo la graduatoria arrivano gli adempimenti, gli affidamenti, i progetti, i cantieri. E l’inverno, invece, arriva comunque.
Il dato più significativo, però, è un altro. A gennaio la Regione ha aperto una procedura specifica per gli interventi di manutenzione straordinaria urgente negli istituti scolastici. Alla scadenza del 31 marzo erano arrivate 370 richieste. Ne sono state finanziate 150, fino all’esaurimento delle risorse disponibili. Altre 220 sono rimaste nell’elenco delle richieste ulteriori.
Trecentosettanta richieste non sono un dettaglio amministrativo. Sono una fotografia. E la fotografia racconta di un patrimonio edilizio scolastico che ha accumulato un fabbisogno manutentivo tutt’altro che marginale.
“È un rinvio che ci preoccupa, soprattutto se si pensa all’emergenza freddo dell’anno scorso e alle scarse capacità della Regione e degli enti proprietari di programmare per tempo gli interventi sugli edifici scolastici, evitando che problemi prevedibili vengano affrontati quando sono già diventati emergenze, afferma Nicola Candido del Partito della Rifondazione Comunista, Circolo “La Borgata” di Siracusa.
È una critica politica che pone una questione molto concreta: se un problema è già noto, perché bisogna aspettare che torni l’inverno per verificare se è stato davvero risolto?
A Siracusa il freddo non è stato un incidente: Giansiracusa che fa?
Il capoluogo aretuseo, del resto, ha già pagato il prezzo dei ritardi. Lo scorso gennaio diversi istituti superiori della città sono finiti al centro delle proteste degli studenti per il malfunzionamento degli impianti di riscaldamento.
Il 14 gennaio le scuole superiori sono rimaste quasi deserte per lo sciopero degli studenti, dopo che nei giorni precedenti l’occupazione del Corbino aveva portato il problema del freddo al centro dell’attenzione pubblica.
Non era una protesta improvvisata, né un capriccio degli studenti. Era la conseguenza di problemi che erano già lì, sotto gli occhi di tutti: caldaie ferme, impianti da riparare o sostituire, guasti che in pieno inverno diventavano inevitabilmente un’emergenza. Il Libero Consorzio Comunale di Siracusa, guidato dal presidente Michelangelo Giansiracusa e competente per gli edifici delle scuole superiori, aveva individuato le criticità e indicato gli interventi da realizzare. Ma individuare un guasto dopo che gli studenti sono al freddo non è programmazione: è semplicemente prendere atto dell’emergenza quando l’emergenza è già esplosa. E oggi, a distanza di mesi, il punto non sono più le rassicurazioni né gli impegni annunciati. Il punto è sapere quali lavori siano stati realmente conclusi e quali impianti siano davvero pronti a funzionare quando tornerà il freddo. Perché una pubblica amministrazione si giudica meno da ciò che promette e molto di più da ciò che riesce a consegnare.
Al Corbino, nella sede centrale, era stata individuata una grossa perdita al collettore principale. La caldaia non poteva essere attivata e la riparazione era stata stimata in circa 7 mila euro. Il problema è stato definitivamente risolto? L’impianto è stato riparato e collaudato?
All’Insolera erano stati affidati i lavori per la sostituzione completa della linea di adduzione del gas. La nuova linea è stata completata, collaudata e messa definitivamente in esercizio?
Al Gagini era prevista la sostituzione della centrale termica. La nuova centrale è stata installata e sarà realmente funzionante all’inizio del prossimo anno scolastico?
Al Gargallo, invece, la caldaia era stata affidata alla conduzione, ma durante il tentativo di accensione erano emerse ulteriori criticità tecniche, tali da richiedere altri interventi. Sono stati completati? L’impianto oggi è pienamente funzionante?
E nella succursale di via Pitia del Corbino-Quintiliano, dove era prevista la riattivazione dell’impianto, la riattivazione è stata effettivamente portata a termine?
Sono domande semplici. Proprio per questo sarebbe interessante avere risposte altrettanto semplici.
Perché aspettare che protestino gli studenti?
Naturalmente non tutte le situazioni hanno la stessa gravità. Un guasto può essere circoscritto. Un altro intervento può richiedere tempi e risorse maggiori. Una centrale termica vecchia non si sostituisce con la stessa rapidità con cui si ripara una tubazione.
Ma il principio non cambia: la manutenzione preventiva costa meno dell’emergenza. E c’è un costo che i bilanci pubblici non riescono a contabilizzare facilmente: quello della fiducia.
Perché quando una scuola resta al freddo, non è soltanto una caldaia a smettere di funzionare. È il sistema pubblico che arriva tardi. Sono studenti, docenti e personale scolastico costretti a segnalare, protestare, scioperare e, in alcuni casi, occupare un istituto perché un problema tecnico diventi finalmente una priorità politica.
Non dovrebbe funzionare così. Non occorre essere meteorologi per sapere che in Sicilia, prima o poi, arriverà l’inverno. E non serve aspettare dicembre per scoprire quali scuole hanno problemi: quegli edifici sono già conosciuti, quelle caldaie sono già state segnalate, quelle tubazioni hanno già perso, quegli impianti hanno già mostrato i loro limiti.
Se dunque una scuola dovesse ritrovarsi nuovamente, nel prossimo inverno, con aule a 11 o 12 gradi, dopo che il problema era noto mesi prima, sarebbe difficile continuare a chiamarlo semplicemente “imprevisto”. Sarebbe un problema di programmazione. E, inevitabilmente, di responsabilità.
La graduatoria è il principio, non la soluzione
Il 2 settembre sarà importante capire quali interventi saranno finanziati attraverso il FESR. Ma quella graduatoria non può diventare l’alibi per rinviare ancora una volta il problema.
Perché un finanziamento non equivale a un lavoro eseguito. Una graduatoria non riscalda un’aula. Un decreto non ripara una caldaia. Tra le risorse stanziate e gli studenti seduti in un’aula adeguatamente riscaldata c’è di mezzo la macchina amministrativa. Ed è proprio lì che si misura la capacità di governo.
La Regione e gli enti proprietari hanno davanti un’occasione molto precisa: usare i mesi estivi per chiudere le criticità che sono già emerse, verificare gli interventi annunciati, completare quelli avviati e programmare quelli che richiedono tempi più lunghi.
Perché settembre è l’inizio dell’anno scolastico. Dicembre è già l’inizio dell’inverno. Gennaio è il momento in cui, se qualcosa non funziona, gli studenti saranno nuovamente i primi ad accorgersene.
“E sarebbe francamente paradossale che, dopo 370 richieste di intervento urgente e dopo le proteste dello scorso inverno, la politica siciliana si ritrovasse ancora una volta a discutere di scuole fredde quando ormai fa freddo”, conclude Candido.
La vera sfida non è quindi arrivare al 2 settembre con una graduatoria. La vera sfida è arrivare a gennaio senza nuove proteste per problemi che oggi sono già conosciuti. Perché se a scuola si deve scegliere tra studiare e battere i denti, non siamo più davanti a una semplice questione di manutenzione. Siamo davanti a una questione di qualità dei servizi pubblici, di dignità degli studenti e, soprattutto, di responsabilità politica.
L’inverno non è un’emergenza imprevedibile. È una scadenza che arriva ogni anno. E questa volta la Sicilia ha già ricevuto il promemoria.
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