Non è il racconto di una singola anomalia amministrativa né la fotografia di un episodio isolato, ma la ricostruzione di un intero metodo di gestione che, secondo la relazione prefettizia alla base dello scioglimento del Comune di Francofonte per infiltrazioni mafiose, ai sensi dell’articolo 143 del Testo unico degli enti locali, avrebbe evidenziato una progressiva erosione dei confini tra istituzione pubblica, relazioni personali e loschi interessi economici.
Un corposo dossier, trasmesso dal Prefetto di Siracusa al Ministero dell’Interno dopo il lavoro della Commissione d’accesso, nel quale viene delineato il quadro di un ente locale ritenuto vulnerabile alle pressioni di soggetti indicati dagli investigatori come organici o contigui al contesto criminale dominante sul territorio.
La relazione utilizza parole che non lasciano dubbi: parla di un «diffuso quadro di illegalità in diversi settori del Comune di Francofonte», ritenuto dagli ispettori funzionale al mantenimento di determinati assetti nei quali avrebbero trovato spazio soggetti collegati, direttamente o indirettamente, all’ambiente criminale locale.
Il punto centrale della contestazione è proprio questo: secondo la Prefettura, non sarebbe emersa soltanto una sequenza di irregolarità procedurali, ma un contesto complessivo nel quale la macchina amministrativa avrebbe perso parte della propria capacità di autodifesa, diventando esposta a condizionamenti esterni in odor di mafia.
Il territorio e il clan Nardo: la lunga ombra della criminalità organizzata
La relazione prefettizia parte da un elemento considerato decisivo dagli investigatori: il contesto territoriale nel quale opera il Comune di Francofonte.
Un’area nella quale, secondo gli atti, la criminalità organizzata di stampo mafioso rappresenta una presenza radicata e storicamente strutturata, con particolare riferimento al clan Nardo di Lentini, affiliato a Cosa nostra, indicato dagli investigatori come una delle consorterie mafiose di riferimento nel territorio francofontese.
La relazione richiama gli effetti delle attività investigative e giudiziarie che negli anni hanno colpito il sodalizio, tra cui l’operazione “Agora’”, ma evidenzia come, nonostante gli interventi repressivi, la capacità di influenza del gruppo criminale non sarebbe stata completamente neutralizzata.
È all’interno di questo scenario che la Prefettura colloca la vicenda amministrativa di Francofonte, sostenendo che la presenza di un contesto criminale strutturato avrebbe richiesto una particolare attenzione da parte delle istituzioni locali, soprattutto nella gestione degli affidamenti pubblici e nei rapporti con soggetti economici operanti sul territorio.
Secondo gli ispettori, invece, proprio la debolezza dei sistemi di controllo avrebbe favorito una situazione definita come “condizionamento ambientale”, nella quale relazioni, frequentazioni e interessi economici avrebbero potuto incidere sulla piena autonomia dell’azione amministrativa.
Il sindaco Daniele Nunzio Lentini e i rapporti finiti sotto osservazione
Al centro della relazione c’è la figura del sindaco Daniele Nunzio Lentini, eletto per la prima volta nel 2018 e riconfermato alla guida del Comune nel 2023.
La Commissione d’accesso ha concentrato la propria attività sull’intero arco temporale delle due amministrazioni, considerando l’attuale esperienza politica come una continuità rispetto alla precedente consiliatura.
Secondo quanto riportato dalla Prefettura, gli accertamenti avrebbero evidenziato rapporti e frequentazioni ritenuti significativi ai fini investigativi: nel documento viene richiamata l’espressione «conclamata vicinanza a soggetti controindicati e appartenenti alla criminalità organizzata», inserita all’interno di una valutazione più ampia che tiene conto, secondo gli investigatori, delle relazioni personali, delle vicende giudiziarie richiamate negli atti e del contesto nel quale si sarebbe sviluppata l’attività amministrativa.
Secondo la ricostruzione prefettizia, tali elementi avrebbero reso concreta l’ipotesi di una possibile condizionabilità dell’ente rispetto agli interessi della criminalità organizzata.
La relazione richiama inoltre la campagna elettorale del 2018, sostenendo che l’allora candidato sindaco Daniele Lentini avrebbe ricevuto un sostegno proveniente da ambienti ritenuti vicini al contesto mafioso locale, e analizza anche la composizione della lista elettorale collegata a Lentini, evidenziando – secondo quanto riportato negli atti – la presenza di sottoscrittori con precedenti penali o di polizia, rapporti familiari e collegamenti diretti o indiretti con soggetti considerati di interesse investigativo.
Secondo gli ispettori, il dato rilevante non sarebbe stato rappresentato soltanto dalla presenza di singole persone, ma dalla rete complessiva di relazioni che avrebbe accompagnato la vita politica e amministrativa dell’ente.
Il denaro pubblico e gli affidamenti: la porta d’ingresso degli interessi criminali
Il capitolo più esteso del dossier riguarda la gestione economica del Comune. Gli ispettori hanno passato in rassegna una lunga serie di affidamenti relativi a lavori, servizi e forniture, contestando quello che viene definito un sistema privo di adeguati presidi antimafia.
Secondo la relazione, il Comune avrebbe concesso negli anni numerosi incarichi a imprese successivamente interessate da provvedimenti interdittivi antimafia oppure ritenute riconducibili a contesti familiari considerati vicini alla criminalità organizzata.
La Prefettura richiama cinque interdittive antimafia adottate nei confronti di altrettante imprese e sottolinea come, in diversi casi, le verifiche sarebbero state effettuate soltanto dopo l’avvio degli affidamenti.
Tra gli episodi più significativi viene indicato il settore dei servizi funebri destinati alle persone indigenti. Secondo gli ispettori, su 53 interventi complessivi, 34 mandati di pagamento, pari al 74% delle somme stanziate e per un valore superiore ai 61 mila euro, sarebbero stati destinati a imprese collegate a soggetti ritenuti controindicati.
Un dato che, secondo la relazione, assume particolare rilievo perché riguarda un settore nel quale il Comune avrebbe dovuto garantire massima trasparenza e rigorosi controlli.
Ma il quadro ricostruito dagli ispettori è più ampio e comprende una serie di altri affidamenti: una ditta alla quale sarebbero stati liquidati 78.564 euro per servizi diversi, tra cui attività funerarie e interventi comunali; un’impresa che avrebbe ricevuto oltre 29 mila euro per manutenzioni e servizi; una società cooperativa destinataria di circa 190 mila euro; ulteriori soggetti economici coinvolti in lavori e forniture per importi superiori alle centinaia di migliaia di euro.
Secondo la Prefettura, il nodo centrale sarebbe stato rappresentato dalla sistematica carenza di verifiche preventive, con procedure amministrative che avrebbero consentito l’erogazione di risorse pubbliche senza un adeguato filtro antimafia.
La falla dei controlli: Comune senza una vera barriera antimafia
Uno dei passaggi più critici della relazione riguarda il funzionamento interno degli uffici comunali. Gli ispettori descrivono una struttura amministrativa nella quale sarebbero mancati strumenti efficaci per prevenire il rischio di infiltrazioni.
Il dato più significativo riguarda la Banca Dati Nazionale Antimafia: secondo la relazione, su 105 dipendenti comunali soltanto uno avrebbe avuto le credenziali necessarie per accedere al sistema.
Sempre secondo gli atti, le richieste di verifica effettuate sarebbero state soltanto quattro o cinque ogni anno, un numero ritenuto dagli ispettori incompatibile con la quantità di affidamenti e procedure che avrebbero richiesto controlli.
Per la Prefettura questa situazione non rappresenterebbe una semplice disorganizzazione burocratica, ma una grave vulnerabilità amministrativa, capace di lasciare aperti spazi attraverso i quali interessi esterni avrebbero potuto inserirsi nella gestione pubblica.
Gli abusi edilizi e il messaggio della mancata reazione
Il dossier dedica un capitolo anche alla gestione dell’abusivismo edilizio, definita dagli ispettori come un ulteriore elemento di criticità.
La relazione parla di una «acquiescenza manifesta ed ossequiante» rispetto ad alcune situazioni di illegalità urbanistica. Tra gli episodi più rilevanti viene indicata una struttura di circa 65 metri quadrati realizzata su suolo pubblico comunale, in una zona centrale della città.
Secondo gli accertamenti, quello che inizialmente sarebbe stato un manufatto temporaneo sarebbe diventato negli anni una struttura stabile e inamovibile, mantenuta occupando area pubblica e interferendo con una strada comunale. La Prefettura evidenzia inoltre il mancato pagamento dei tributi relativi all’occupazione del suolo pubblico dal 2012.
Secondo gli investigatori, il valore di tale episodio non sarebbe stato soltanto amministrativo, ma anche simbolico, perché avrebbe rappresentato un segnale di debolezza delle istituzioni davanti a situazioni di illegalità visibili all’intera comunità.
Rifiuti, proroghe e affidamenti d’urgenza: gli altri fronti contestati
Un altro settore considerato delicato è quello della gestione dei rifiuti. Secondo la relazione, il servizio sarebbe stato affidato negli anni attraverso una lunga sequenza di proroghe tecniche, trasformando uno strumento nato per situazioni eccezionali in una modalità ordinaria di gestione.
Gli ispettori contestano inoltre affidamenti d’urgenza nei quali sarebbero mancati alcuni passaggi documentali previsti dalla normativa, oltre a procedure assegnate a imprese ritenute di interesse investigativo.
Il video social e la rappresentazione pubblica delle relazioni
Tra gli elementi richiamati nella relazione compare anche un episodio legato ai social network. Gli investigatori citano un video del 2020 nel quale un soggetto indicato come vicino agli ambienti criminali locali avrebbe brindato in onore di un amministratore comunale, definendolo “compare” e ringraziandolo per quanto avrebbe fatto per il paese.
Secondo la Prefettura, quel contenuto avrebbe assunto valore nell’ambito dell’istruttoria perché inserito all’interno di un quadro più ampio di rapporti e frequentazioni analizzati dagli ispettori.
Condizionata la formazione della volontà amministrativa
La conclusione della relazione prefettizia è il passaggio più grave. Secondo gli atti, sarebbero emersi «concreti, univoci e rilevanti elementi» relativi a collegamenti diretti o indiretti tra componenti dell’amministrazione locale e criminalità organizzata di tipo mafioso.
La Prefettura ritiene che tali elementi abbiano determinato un’alterazione del processo decisionale dell’ente, compromettendo l’imparzialità e il buon andamento dell’amministrazione.
Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione dei vertici giudiziari, ha condiviso – secondo quanto riportato negli atti – le valutazioni dell’organo ispettivo.
Da qui la proposta di scioglimento e l’affidamento della gestione del Comune a una commissione straordinaria per diciotto mesi.
Il caso Francofonte, nella ricostruzione contenuta negli atti dello Stato, diventa così il racconto di una lunga battaglia tra legalità amministrativa e pressioni esterne: una vicenda nella quale il tema centrale non è soltanto ciò che sarebbe accaduto, ma il potenziale rischio che un’istituzione pubblica abbia progressivamente perso la capacità di decidere in piena autonomia.
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