Siracusa. La cupola al Vermexio: tra appalti e voti pilotati, tangenti ai politici e l’ombra dei favori alla mafia

di Anthony Maria Bianca

Mentre gli atti della Procura delineano accordi sottobanco sugli appalti pubblici e manovre sul consenso elettorale, emergono inquietanti retroscena sui rapporti con ambienti mafiosi locali e sui tentativi di agganciare esponenti politici di vertice sempre più elevato. Siracusa si trova così davanti a un’inchiesta che rischia di incrinare ulteriormente la fiducia nella propria classe dirigente. Il denaro pubblico non è proprietà di gruppi d’interesse, gli incarichi pubblici non sono premi di fedeltà e i voti non possono diventare cambiali da riscuotere attraverso il potere amministrativo

Tremano i palazzi del potere. Oggi, a fare i conti con la realtà, è una macchina amministrativa colta in flagrante mentre svendeva le proprie funzioni al miglior offerente.

Altro che veleni o schermaglie da corridoio: l’inchiesta “Nexus” cala come un maglio sulle istituzioni locali. Il lavoro certosino della Digos di Siracusa, sotto la regia della Procura Europea, risponde a un’ipotesi d’accusa spietata: Palazzo Vermexio trasfigurato in una riserva di caccia padronale, dove l’interesse pubblico veniva continuamente barattato in un mercato sotterraneo di tangenti, silenzi, favori pretesi e appalti cuciti su misura per la ‘cupola’ del malaffare.

Il business dell’accoglienza: dalle stalle all’ostello di Cassibile

L’origine di questo cataclisma amministrativo affonda le radici in un cantiere che avrebbe dovuto rappresentare un baluardo di civiltà: il potenziamento dell’ostello di Cassibile.

Con un budget di oltre un milione e 665 mila euro garantito dalle casse dell’Unione Europea e canalizzato attraverso il Ministero dell’Interno per strappare i braccianti stranieri dalle grinfie del caporalato, la struttura era stata ampliata fino a duecentoventi posti sotto la regia dell’allora titolare delle Politiche Sociali, Concetta ‘Conci’ Carbone, finita agli arresti domiciliari per corruzione e associazione a delinquere.

Ma proprio da quelle mura sono affiorate macchie indelebili. Gli investigatori hanno registrato una serie impressionante di anomalie, dagli appalti assegnati senza gara a società di costruzioni riconducibili sempre agli stessi nomi, quelli della famiglia Boscarino, all’assenza totale dei pannelli solari previsti dai progetti al riutilizzo di scarti edilizi al posto di materiali nuovi, fino al sospetto affrettarsi di determine di incarico e liquidazioni di parcelle elaborate e firmate nel giro di poche ore.

La troika al potere: il triunvirato dell’affare diretto

Da quel cantiere per gli immigrati è venuta a galla una vera e propria macchina d’affari opaca. Gli inquirenti, guidati dall’ordinanza cautelare siglata dal giudice per le indagini preliminari Antonella Coniglio, descrivono una cricca affaristica radicata nel cuore del municipio, capace di manovrare il flusso delle commesse pubbliche tramite la scorciatoia degli affidamenti diretti.

Un espediente che avrebbe trovato terreno fertile soprattutto nel periodo in cui il Consiglio comunale era stato sciolto, permettendo all’indagata Carbone di muoversi senza troppi sguardi indiscreti. Il meccanismo poggiava su un triumvirato ben collaudato: la stessa ex assessora e vicepresidente dell’assise cittadina, che nelle intercettazioni amava definirsi il «braccio destro» del sindaco, il dirigente municipale Michele Dell’Aira e l’appuntato Salvatore ‘Luca’ Strazzulla, l’infedele militare dei Carabinieri in servizio presso la polizia giudiziaria catanese che vestiva i panni dell’intermediario tuttofare tra palazzi del potere e cordate imprenditoriali.

Il tariffario e lo «stipendio» fisso per mettersi a reddito i Comuni

Il tariffario delle tangenti era regolato con precisione svizzera. Gli imprenditori Massimo Boscarino e Tino Bugliarello, d’intesa con il carabiniere “faccendiere”, avevano strutturato una vera e propria tassa sulle opere in concessione: una mazzetta pari al sette per cento sul valore complessivo dei finanziamenti ottenuti, a cui si aggiungeva una quota d’ingresso fissa di cinquemila euro.

Questa manovra serviva a ungere le ruote della burocrazia e a stringere mani importanti nei Comuni di Ferla, Noto e Catania per l’assegnazione dei lavori sulla rete stradale. Ma l’avidità del gruppo non si fermava qui. Durante un’intercettazione ambientale, captata il 4 agosto all’interno di un’autovettura infarcita di microspie, Strazzulla e Boscarino pianificavano apertamente di agganciare il sindaco di Ferla e vertice del Libero Consorzio, Michelangelo Giansiracusa, esprimendo l’intenzione di «metterlo a reddito, con uno stipendio di mille euro al mese, tredicesima compresa», per garantirsi un canale preferenziale nella spartizione degli appalti provinciali.

Il raggio d’azione dell’organizzazione toccava vertici politici sempre più alti e contesti sempre più torbidi. Nelle registrazioni audio il carabiniere tirava in ballo persino il parlamentare regionale Giuseppe Carta, addebitandogli presunte pressioni nell’impiego dei fondi europei, una circostanza smentita dai legali dell’interessato che hanno bollato quelle frasi come semplici illazioni non riscontrate.

Agibilità ai nomadi attigui a clan Trigila, e la soffiata sull’arresto di un affiliato al clan Attanasio

Ma il capitolo più scuro riguarda i legami tra il militare e la criminalità organizzata del territorio. Per racimolare consensi elettorali a vantaggio della Carbone, il carabiniere non esitava a promettere scorciatoie e licenze.

Le cimici lo hanno sorpreso mentre si spendeva per far rilasciare l’agibilità alla cappella funeraria dei Caminanti, un gruppo nomade legato al clan mafioso dei Trigila di Noto, vantandosi apertamente del loro peso con queste parole: «Quando è il momento i voti noi ce l’abbiamo, mio fratello e gli altri no. Io centocinquanta ce li ho e devo trovarne altri, già con loro altri cento ci potrebbero essere. Questi sai cosa smuovono ora?».

Un ‘do ut des’ continuo in cui si chiedevano persino posti di lavoro, con Strazzulla che sollecitava l’amministrazione dicendo: «Senti, ti hanno dato quattro o cinque posti, dammene uno che è vicino a noi altri e ci può servire sempre».

Ancora più devastante per le istituzioni appare la condotta del militare sul fronte della sicurezza pubblica. Sfruttando la sua posizione privilegiata negli uffici della Procura di Catania, lo Strazzulla è accusato di aver vestito i panni della talpa, avvisando ambienti malavitosi dell’esistenza di cimici piazzate per un’indagine su un omicidio e soffiatando persino l’imminente arresto di un elemento di spicco del clan Attanasio.

L’ombra sul sindaco Italia: «Pantano, mettiti a disposizione di Luca»

In questo scenario fosco si inserisce il coinvolgimento del primo cittadino Francesco Italia, chiamato a rispondere delle ipotesi di associazione a delinquere e turbata libertà degli incanti. Sebbene la sua posizione non sarebbe sfociata in misure cautelari, gli atti giudiziari raccontano di un intreccio di contatti assidui.

Tra le pagine dell’ordinanza spicca la ricostruzione di un vertice a tre sul dissesto idrogeologico dove lo stesso sindaco, di fronte al carabiniere e all’assessore Vincenzo Pantano, avrebbe pronunciato la frase diretta: «Pantano, mettiti a disposizione di Luca». Un assist interpretato da Strazzulla come la promessa di un appalto sicuro, mentre la Carbone lo incalzava a verificare le tempistiche di realizzazione.

A rafforzare i dubbi degli inquirenti c’è anche una relazione di servizio datata aprile di due anni fa: durante la presentazione di un libro del senatore Calenda nei pressi del Parco Archeologico della Neapolis, gli agenti annotarono che «il sindaco Italia veniva visto in loro compagnia», riferendosi allo Strazzulla e all’imprenditore Boscarino.

Le crepe nell’alleanza e il fantasma del passato

Tuttavia, all’interno del gruppo non mancavano i malumori. Agli inizi del 2025 gli imprenditori si lamentavano per la «penuria di lavori assegnati al gruppo negli ultimi due anni», sottolineando come l’ex assessora Carbone fosse «più disponibile del sindaco Italia, nonostante anche questi sia stato supportato dal gruppo affaristico».

A dieci anni di distanza dal boato del ‘Sistema Siracusa’, che vide la magistratura locale piegata ai desiderata di abili burattinai della finanza e della legge, il capoluogo aretuseo si ritrova a vivere un incubo identico nelle dinamiche ma ancora più preoccupante nella sostanza. Questa volta i burattini e i manovratori risiedono direttamente all’interno delle stanze del Comune.

La reazione del sindaco Italia, rifugiatosi in una dichiarazione in cui si è detto «profondamente addolorato» anziché rivendicare con orgoglio il lavoro della magistratura e prendere le distanze dai soggetti indagati, lascia sbigottita una città che si chiede come sia stato possibile per la vicepresidente dell’assise comunale muovere un ingranaggio, così imponente quanto spregiudicato, proprio sotto gli occhi dei vertici che avrebbero dovuto vigilare sulla trasparenza.

di Anthony Maria Bianca 16 Ottobre 2026 | 14:16
© RIPRODUZIONE RISERVATA