Sono sempre di più i viaggiatori che, in visita nella nostra città, non perdono l’occasione di respirare l’aria teatrale del mercato, “A Píscaria” in Ortigia, nel quale la policroma mercanzia sui banconi, dalla frutta alle verdure dalle spezie al pesce fresco unitamente al “vanniare” dei venditori, creano un’atmosfera indimenticabile che da Sicilia la connotazione di terra di mercato.
Da li quattro passi nella storia millenaria del centro storico tra vicoli, chiese sconsacrate, palazzi nobiliari e architetture moderne. Non può mancare lo scatto fotografico con lo sfondo delle rovine di uno dei templi più antichi dell’Occidente Greco, quelle del Tempio di Apollo degli inizi del VI secolo a.C. (vedi Libertà 13-07-16 Il Tempio di apollo nella fossa, pag. 10).
Proprio da questi imponenti resti del passato, tristemente abbandonati e affossati nel recinto che le ingabbia, si comincia a percepire lo stato di degrado (che non concerne purtroppo solo l’isolato che prenderemo in considerazione) che apparirà quanto mai evidente percorrendo da est la via Dione, la via Sacra dei Greci. Un’arteria dove miseria, rifacimenti, riutilizzi ma soprattutto degrado e pericoli di crolli si fondono e si confondono. I rumori del traffico si attenueranno, si potranno ascoltare le voci degli abitanti (pochi ormai) nel tipico dialetto locale.
Potrà anche capitare, ed è capitato, di incontrare una signora che passando, ai turisti attoniti di fronte ai puntelli ormai fatiscenti risalenti al terremoto del 1990 e ai palazzetti in via di crollo di via Carmelo Campisi, abbia detto: – “Nu tsunami ci vulissi”, per poi entrare nella sua casa con delizioso balconcino secentesco! Certamente uno tsunami sarebbe una soluzione troppo drastrica, ma in quelle parole, traspare la rabbia di chi ancora abita nel quartiere.
La settimana scorsa è stato interdetto il passaggio a pochi metri dall’incrocio con via Carmelo Campisi, fettucciando un breve tratto per via degli edifici pericolanti. Ma le fettucce si sono staccate e i viandanti, aretusei e turisti, vi passano ignari dei rischi. Al successivo incrocio si snoda verso est la via Vincenzo Mirabella, lungo la quale insistono l’Assessorato Beni ed attività Culturali Turismo e Spettacolo del Comune e il Museo Leonardo da Vinci e Archimede, arteria che conduce a pluristellati alberghi siracusani. Qui il decadimento è protagonista.
La chiesa normanna di San Tommaso meriterebbe un restauro. Il Palazzo Abela Danieli, al civico 23, di età aragonese – catalana (XV secolo) è in stato precario e sui conci del prospetto sono visibili le offese del tempo (o meglio dell’uomo), come buchi per il passaggio di cavi e biodegrado nerastro. La Chiesa del Carmine poco più avanti, presenta il muro che guarda a mezzogiorno totalmente lacerato. Si rincuora il viandante nel vedere opere di recupero nel tratto terminale.
Eppure lo stupore coglierà ancora il visitatore.
Sugli edifici recuperati e restaurati per i quali ancora la via olezza d’intonaco, si articolano grovigli di cavi tenuti insieme da fascette di plastica e metallo. Un’intreccio di fili, cavi elettrici, cavi di telecamere che, con idea quanto mai discutibile, sono stati avvolti da guaine di plastica rossi o bianchi attirando maggiormente l’attenzione e che non danno certo l’idea di una riqualificazione.
Sui cavi lungo i paramenti murari ortigiani si potrebbe fare una interessante mostra fotografica. Se in qualche modo possiamo perdonare l’uso di questo vecchio sistema, certamente molto più difficile è farlo per quello attuale.
Un’offesa al decoro e alla civiltà. Ortigia, magica e misteriosa è l’isola dove il degrado si mescola all’eleganza, alla raffinatezza delle opere del passato. Nonostante tutto, fra isolati in via di crollo, si impone la ricchezza e la vastità culturale del luogo. Ma è su questa Ortigia abbandonata, ammalorata e oltraggiata che dobbiamo riporre attenzione, prima che lo tsunami dei crolli ci porti via quelle stesse macerie che dopo l’Iliade funesta del 1693 servirono alla ricostruzione di una buona parte dell’abitato.
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