Siracusa. Show allo Sbarcadero, sindaco Italia pratica ‘panem et circenses’: in scena la deriva culturale e politica

di Redazione

Dietro la facciata scintillante dell’inaugurazione, teatro di una contraddizione evidente, si apre una frattura profonda: nell’incapace silenzio delle principali istituzioni culturali cittadine, l’ennesimo segnale di una trasformazione dell’identità storica che privilegia il "Modello TV" rispetto al contenuto

di Corrado V. Giuliano*

L’inaugurazione del nuovo Sbarcadero di Santa Lucia, prevista per il 7 giugno, affidata alla performance di Giuliano Peparini, rappresenta un ulteriore passo nel processo di “vetrinizzazione” di Siracusa.

Prescindiamo dalla miseria retorica di Sindaco e progettista esecutivo Minioto, che hanno dimenticato di dare la vera paternità a quel progetto, pensato e curato sino alla fase di definitivo (progetto di territorio) dall’equipe comunale dell’Arch. Giuseppe Di Guardo e dell’ing. Andrea Figura e collaboratori oltre dieci anni fa. Non una parola di riconoscimento.

Ora questa inaugurazione, non si tratta di una semplice scelta artistica, ma dell’ennesima conferma di un’estetica che la nostra amministrazione comunale ha fatto propria: una cultura da “Vanity Fair”, dove la forma patinata sostituisce il contenuto e la profondità.

La deriva dello standard televisivo: dall’estetica “dell’auto” al palcoscenico

Il problema di base è l’origine stessa della cifra stilistica del protagonista di questa stagione teatrale, Peparini che ora tracima anche in questa occasione di vita civile cittadina.

Il regista proviene da quel “prodotto televisivo” – si pensi ai talent show come Amici – che ha introdotto nelle nostre case un modo di fare spettacolo basato su balletti, esuberanza visiva forzata e una gestione acustica che ignora la natura profonda della voce umana.

L’estetica di Peparini è descritta come quella di chi “entra in macchina e parte la musica alta” senza nemmeno averla scelta: un’imposizione sonora che maschera la mancanza di un registro espressivo autentico. Portare questo approccio – caratterizzato da basi pre-registrate, recitazione che necessita di rinforzi tecnologici per esistere – significa rinunciare a priori alla natura del teatro.

È un “fritto misto” di standard televisivi che non ha nulla a che vedere con l’artigianalità del rito drammatico, dove il tempo breve complice la brevità del periodo di prova. Cura la spettacolarità della becera pratica panem et circenses.

Il main stream “Vanity Fair”

La scelta di puntare sistematicamente su questo modello non è casuale. Incarna una visione politica che preferisce il luccichio superficiale al rischio culturale. È una Siracusa che cerca il consenso attraverso l’immediato e il “popolare” inteso nella sua accezione più degradata: quella del reality, del litigio televisivo, della forma che sovrasta la sostanza.

Questa “cultura Vanity Fair” trasforma luoghi di enorme potenziale, come lo Sbarcadero di Santa Lucia ed il Porto Piccolo, in scenografie usa e getta. Il contesto storico, ben noto all’Amministrazione meritava ben altro, non patina di effetti speciali ma forse un tentativo di dialogo con l’immaginario che suscita il lakkios quel ‘porto marmoreo’ descritto da Tito Livio e Diodoro Siculo ridisegnato secoli dopo dall’utopia urbanistica di Mirabella.

“Posizione Morale” assente: il grave silenzio dell’INDA e la resa culturale

Ciò che rende questo scenario ancor più desolante è l’assordante silenzio delle grandi istituzioni siracusane. L’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) e gli “Amici dell’INDA” avrebbero il dovere istituzionale e morale di intervenire, ma la loro inerzia è palese.

Il venir meno di una critica seria da parte di chi dovrebbe custodire il dramma antico è una grave responsabilità sintomo di una vera resa culturale. Si è accettato che il modello di riferimento non sia più quello che “cerca di connettersi con quel mondo lì”, come auspicava Strehler, ma quello di chi ne calpesta il valore, trattando la tragedia o i luoghi simbolo come semplici sfondi per performance che meglio dialogherebbero con ‘non luoghi’, con gli spazi globali ed appiattiti di realtà Dubai.

L’incapacità di reagire è evidente: chi gestisce la cultura in città, dall’INDA in giù, non possiede gli strumenti necessari per opporsi a questa deriva o, peggio, è complice di un sistema che preferisce la comodità di un regista “a portata di mano” alla complessità ed al rischio  di una ricerca artistica.

Il 7 giugno, Siracusa non inaugurerà solo un’opera pubblica, ma celebrerà il trionfo definitivo di un modello che ha reciso i legami con l’autenticità. La tragedia è morta quando smette di essere “posizione morale” per diventare intrattenimento televisivo.

E mentre l’INDA continua a guardare altrove, la nostra città scivola verso una banalizzazione estetica che cancella la memoria, in nome di un’immagine patinata che, proprio come su Vanity Fair, dura lo spazio di una copertina, e fa perdere al territorio l’identità culturale che anima i luoghi.

*Opinionista e illustre giurista

04 Giugno 2026 | 13:20
© RIPRODUZIONE RISERVATA