Nuova impresa per Guglielmo Venticinque, ingegnere siracusano con la passione per la montagna e le scalate. Venticinque si è allenato duramente per mesi per raggiungere l’obiettivo. Non sono naturalmente mancate le difficoltà, ma alla fine ce l’ha fatta.
Che tipo di Impresa alpinista è stata?
Giorno 7 Aprile alle 08:20 ora locale, l’ingegnere siracusano ha scalato i 6189m dell’ IMJA TZE (conosciuta anche con il nome di Island Peak) una montagna dell’Himalaya nepalese. Questa montagna fino allo scorso anno era considerata una vetta “facile” in quanto raggiungibile attraverso un ghiacciaio di inclinazione non superiore a 60°, affrontabile con corde di sicurezza e ramponi.

Lo scorso autunno questo serracco ghiacciato è venuto giù (a causa del riscaldamento globale) e raggiungere la cima di questa montagna è diventata una vera sfida per gli appassionati alpinisti di tutto il mondo. Il piano d’attacco alla vetta è completamente cambiato rispetto agli anni precedenti: Il Campo Base è posto a 5080m ed è costituito da una manciata di tende che fungono da rifugio, da cucina e da magazzino attrezzature. Dal campo base si sale attraverso un percorso trekking tra massi e ghiaccio fino a quota 5700m, arrivati al cosiddetto “crampons point” è il momento di indossare ramponi da ghiaccio, imbracatura, corde, moschettoni e piccozze ed affrontare una distesa immensa di ghiaccio e crepacci.
Il ghiaccio sommitale che fino allo scorso anno si trovava 500m sopra, adesso si trova a questa quota e forma una distesa pericolosa e informe da attraversare. Il pericolo crepacci è sempre alto, in quanto molti di essi possono essere coperti da una sottile coltre di neve fresca. Il ghiacciaio si attraversa legati da una corda di 20/25m che unisce due alpinisti e, nel caso uno dei due dovesse sprofondare dentro un crepaccio, l’altro avrebbe la possibilità di sorreggerlo. Superato questo “campo minato di ghiaccio” ci si trova davanti a 300m di parete verticale, un muro infinito costituito da ghiaccio e roccia, che porta alla vetta. Attraverso l’utilizzo di corde fisse e usando gambe e braccia ci si arrampica letteralmente verso la vetta. Gli ultimi 30m alla cima sono invece un pendio inclinato su di una cresta tra due burroni.
Quando è iniziata l’avventura?
Giorno 25 Marzo dall’aeroporto di Catania. Dopo un lungo transito a Doha (Qatar), sono atterrato a Kathmandu, capitale nepalese. Qui ad attendermi la ELITE EXPEDITION, società esperta in spedizione alpinistiche, il cui proprietario Nims Purja è diventato una star mondiale dopo le imprese alpinistiche raccontate nel video documentario di Netflix “14 vette”.
A Kathmandu Guglielmo Venticinque, detto “Gulli” da amici e familiari, ha conosciuto la guida locale che l’avrebbe accompagnato questa avventura. Si tratta di una delle pochissime guide donne sherpa autorizzate dal Governo Nepalese: ‘Mingmar Yangzi La Sherpa’, una fortissima scalatrice professionista di 28 anni, che lo scorso Ottobre ha scalato in solitaria la temutissima AMA DABLAM, la montagna più difficile del Nepal (paragonabile al K2). “Iangila” (in accento siciliano) così come simpaticamente chiamata da Gulli durante tutta la spedizione, è nata tra le montagne della Khumbu Valley, è praticamente di casa tra queste vette imbiancate.
Come si è sviluppato il viaggio?
Gulli e “Iangila” hanno preso un piccolo aereo bielica e sono atterrati nel temutissimo aeroporto di Lukla, famoso per essere il più pericoloso al mondo. “Un volo alla “Indiana Jones” dice ridacchiando…Una stretta lingua di asfalto tra una parete rocciosa e un burrone di 1000m a fine pista.
Da Lukla l’ingegnere siracusano ha percorso per 8 giorni il “Khumbu Trek”, un famoso percorso di trekking che risale il fiume Khumbu e che porta al Campo Base Everest. Ogni anno migliaia di escursioni percorrono questo sentiero tra ponti tibetani, boschi di rododendri e paesaggi mozzafiato, immedesimandosi in quegli impavidi alpinisti che invece rimarranno 2 mesi al Campo Base Everest, in preparazione all’impresa alpinistica.
Per affrontare i 6189 metri dell’Imja Tze, Gulli si è dovuto acclimatare seguendo un rigido programma: da Lukla (quota 2840m) percorrendo il Khumbu Trek, salire max +500m al giorno di quota. Ogni due giorni (+1000m guadagnati) un giorno di acclimatamento. Questo giorno apparentemente di pausa, serve al fisico ad abituarsi alla mancanza di ossigeno. Durante l’“Acclimation Day” gli alpinisti scalano delle cime poco impegnative per allenamento.
Dopo aver attraversato diversi villaggi ed aver donato scarpe e vestiti ai bambini, l’ingegnere siracusano ha abbandonato il famoso percorso di trekking per dirigersi a Chhukhung (quota 4730m) ultimo avamposto della civiltà prima del Campo Base della montagna IMJA TZE. “A Chhukhung e’ stata davvero dura. La temperatura è costantemente sotto lo zero, anche di giorno, e trovare acqua allo stato liquido diventa impossibile. Ci si ritrova attorno ad una stufa a legna posta al centro della stanza e fuori nebbia fitta e tantissimo freddo. È l’occasione per scambiare due chiacchiere con guide e portatori sherpa che parlano un discreto inglese o con escursionisti di tutto il mondo, tutti accomunati dalla grande passione per l’alta quota. Lì a Chhukhung ho avuto il mio ultimo giorno di acclimatamento, durante il quale la mia guida “Iangila” mi ha proposto di scalare la “Chhukung Ri”, una montagna di 5555m. Ed è così che mi son ritrovato in vetta a quella che è stata di fatto la quarta montagna più alta mai scalata. Un antipasto di quello che avrei dovuto affrontare qualche giorno dopo”.
Parlaci del giorno della vetta
I giorni al campo base sono sembrati infiniti. Il tempo risulta dilatato quando vivi dentro una tenda e fuori ci sono condizioni inimmaginabili. Si legge un libro dentro il sacco letto, si pranza dentro una tenda e ci si confronta con altri escursionisti. “Nel mio caso ho condiviso questa attesa con un alpinista polacco, un giapponese e tre provenienti da Singapore”. Dopo un’attesa sembrata infinita, la mia guida sherpa mi ha comunicato che l’ufficio di Kathmandu le aveva inviato il bollettino meteo e che saremmo partiti alle 01:30 di mattina puntando direttamente la vetta.
“Non riesco a descrivere la sensazione di adrenalina mista a paura che ho provato. Mi tremavano le gambe e non certo per il freddo”. Tantissimi sacrifici fatti mesi prima, la lunga preparazione, il viaggio a Roma per comprare l’attrezzatura adatta all’impresa. Tutto si concentrava nelle successive 12 ore (7-8 in salita + 4 in discesa).
Sveglia alle 00:30 e colazione alle 01:00: “pouridge e uova sode, un accostamento per alpinisti temerari” ridacchia Guglielmo Venticinque.
Alle 01:30 partiamo direzione vetta. Si decide di partire tutti insieme. Dopo qualche ora si capisce che io e Iangila abbiamo un altro ritmo e decidiamo di staccare il gruppo. Arrivati al “Crampons Point” a quota 5700m ho davanti uno spettacolo impressionante, una distesa enorme di blocchi di ghiaccio buttati là a casaccio, fusi tra loro e con una coltre di neve soffice che copre in parte i vari crepacci. La mia guida mi dice di indossare tutta l’attrezzatura. Mi sento come un pistolero con l’imbracatura posta attorno ai fianchi e tutti i moschettoni, jumers, discendenti, e piccozze pendenti ai lati.
Ad ogni passo il ghiaccio sotto i piedi scricchiola, o così sembra e il cuore a mille
Ci leghiamo mutuamente con una corda di 20 metri e accendo la GoPro del caschetto. Io davanti, lei dietro. Ad ogni passo il ghiaccio sotto i piedi scricchiola, o così sembra, il cuore a mille, mi attendo di sprofondare giù da un momento all’altro. Nella mia testa una serie di pensieri negativi e tante parolacce in siciliano nei confronti di Iangila… “Ma perché farcela di corsa ed essere i primi della giornata a tracciare la pista in questo campo minato?” . Dopo circa 90 Min, ci troviamo dall’altra parte di questa distesa di ghiaccio, sani e salvi. In alcuni tratti abbiamo utilizzato piccozza e jumer per scalare tratti verticali.
Guardo in alto e trovo una parete verticale a perdita d’occhio. Il ghiaccio ha un meraviglioso colore azzurro. Penso che il serracco crollato lo scorso autunno abbia lasciato a vista la parte più dura e antica del ghiacciaio. Mi domando quanti anni possa avere una singola particella di quel ghiaccio. Non c’è tempo da perdere. Iangila mi avverte che alle 11:00 è previsto vento forte in vetta ed è meglio non indugiare.
Fisso il tampone destro su quel ghiaccio duro come pietra dando un’energico calcio di punta, lo stesso col sinistro, jumer sulla mano sinistra e piccozza sulla destra. Faccio forza sul quadricipiti e mi porto in alto di 30cm. Dai Guglielmo, hai appena scalato i primi 30cm di questa parete di 300 metri. La scalata è davvero impegnativa, a darmi forza la mia guida Iangila, che più in basso sembra complemente a suo agio, ogni tanto mi incita, altre volte la sento canticchiare canzoni nepalesi. Quasi la odio.
Alle 08:30 arriviamo in vetta, siamo i primi insieme ad un’altra guida sherpa ed uno scalatore tedesco suo cliente. La vetta è proprio il vertice sommitale della montagna. Sarà larga 2 mq. Mi assicuro con un moschettone ad un chiodo da ghiaccio. Rimango seduto paralizzato dalla vista e dai burroni a 360°. Le guide sherpa restano in piedi inclinati verso il vuoto, assicurati al mio stesso chiodo da ghiaccio, ma pur sempre nel vuoto. Provo terrore solo a guardarli.
Ci abbracciamo, urliamo, le guide nepalesi recitano quella che a me sembra una preghiera. Tolgo il guanto ed esco le varie bandiere che ho portato. La giornata è perfetta, zero vento. In basso a circa 100m l’alpinista giapponese del “mio” gruppo iniziale. Attorno una vista incredibile. Migliaia di vette innevate, alcune più basse della “mia”, alcune enormemente più alte. Proprio di fronte a noi si scaglia il Lotse, un “mostro” di oltre 8000m. Il mio pensiero va a chi veramente compie imprese eccezionali, scalando montagne del genere. Il pensiero dura poco, per me l’Imja Tze è stata l’impresa delle imprese, di quelle che non dimenticherò mai.
È il momento di tornare giù. La vetta non è l’arrivo, è solo la metà di un percorso pericoloso. Guardo in basso e vedo la parete verticale di 300 metri scalata 15 minuti prima. Il mio cervello quando sono stressato o spaventato, ha un dialogo interiore in lingua siciliana “e ora comu scinnu???”. Guardo negli occhi la mia sherpa e lei mi sorride, mi dice “go slowly…”, avrei voluto risponderle “grazie al c…o” ma non è il momento. Aggancio il discensore all’imbracatura e sporgo il piede destro nel vuoto. Ho i brividi dall’alluce alla nuca. Conficco il rampone sul ghiaccio, poi l’altro e affido la mia vita ad un’esile corda. Mi ripeto: Gulli se ti ha tenuto in salita ti terra’ in discesa. Guardo sotto e vedo dei puntini colorati in basso. Sono altri alpinisti che attendono il loro turno per salire. Preferisco non pensare.
Quattro ore dopo sono al Campo Base. Mi rendo conto di essere in movimento da 11 ore consecutive, durante le quali non ho fatto pipì, ho bevuto 3 sorsi d’acqua calda del termos e mangiato 3 mandorle. Ho gli occhi socchiusi, le lacrime della vetta si sono congelate e le ciglia si sono fuse. Voglio solo scrivere ai miei familiari che sono vivo.
A chi vuoi ringraziare?
Il primo ringraziamo è per l’Elite Expedition per il supporto logistico e per avermi affiancato una guida sherpa davvero d’altissimo livello. Un ringraziamento va al mio socio e fraterno amico Francesco Fazio, che mi ha letteralmente “guardato le spalle” durante la mia assenza al lavoro in Agenzia marittima.
Guglielmo Venticinque: “I prossimi progetti? Dedicarmi alla mia famiglia”
Un enorme ringraziamento a mia sorella Viviana che mi ha sostituito nella gestione quotidiana del centro sportivo di famiglia e per avermi regalato un libro che ho portato con me fino al Campo Base, che mi ha coccolato ed ispirato per tutti questi giorni. Un ringraziamento ai miei genitori per la vicinanza e la fiducia, alla mia compagna Milena per averti sopportato e supportato durante gli ultimi mesi.
In ultimo, ma non per importanza, un ringraziamento al mio preparatore atletico Dario Pennisi, che mi ha allenato con dedizione e professionalità ed ha permesso di fatto questa impresa.
Quali sono i prossimi progetti?
L’Imja Tze mi ha portato vicino ai miei limiti fisici e tecnici, mi ha posto davanti a rischi che non so se vorrò più prendere in futuro. Per me l’alpinismo e’ un hobby e non voglio correre rischi fuori dal “normale”. Alla luce di questo penso che nel prossimo futuro mi dedicherò ad un altro tipo di Impresa, forse la più coraggiosa: dedicarmi alla mia famiglia, alla mia amata Milena e perché no…pensare ad un piccolo Guglielmino/a.
Chi è Guglielmo Venticinque?
Classe 1980, è laureato in ingegneria edile e architettura, proprietario di un’agenzia marittima specializzata in commercio petrolifero e di un noto impianto sportivo a Siracusa. Un passato da scout, ama lo sport e l’avventura: windsurf, snowboard, running, trekking e alpinismo. Nell’Agosto 2022 è salito alle cronache per aver scalato il Kilimanjaro (Tanzania) raggiungendo la vetta a 5895m. Prima ancora ha scalato il monte Whitney (USA) e Kalappathar Peak (Nepal).
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