Problema gas, c’è una sola soluzione possibile: il governo centrale avochi a sé la questione energia e tutte quelle connesse. Procedure autorizzative innanzitutto.
Altrimenti rischiamo di tornare alla vecchia bombola di Gpl (Gas di petrolio liquefatto) di gran lunga più pericolosa del rigassificatore, anzi pericolosa, laddove il rigassificatore non lo è, e inquinante: si tratta infatti di gas ricavato dal petrolio e tenuto in bombola sotto pressione, quindi pericoloso.
Ora, dopo sette anni di permanenza nel limbo di signora Regione, si torna a parlare del rigassificatore di Porto Empedocle. E però tornano in campo gli oppositori in cerca del consenso facile di quello che Lui (il Duce) chiamava “il popolo bue”.
Eppure il Mediterraneo è pieno di gas: da Goro, in Emilia Romagna, nella zona del delta del Po, alla Sicilia al giacimento di Zohr in Egitto, ai giacimenti d’Israele. Ma se lo prendono gli altri (la Croazia, per esempio) perché i nostri ambientalisti a noi non lo consentono.
Ne abbiamo anche nel mare siciliano. E qui, grazie all’Eni, qualcosa si muove
Aumentare la produzione nazionale di gas naturale sarebbe la scelta sensata per l’Italia, sia nel breve che nel medio termine. E’ possibile. Ma rimane tutto bloccato. La guerra in Ucraina ha ora portato al centro dell’attenzione le debolezze del sistema energetico italiano ed europeo. La dipendenza dell’Italia e dell’Europa dal gas russo è un dato di fatto. E per questo motivo bisogna cercare una soluzione alternativa che ci renda più indipendenti.
Anche il premier Mario Draghi ragiona in questa direzione: “Le vicende di questi giorni dimostrano l’imprudenza di non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni”. E anche lui, dopo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è volato ad Algeri.
Una delle soluzioni è lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale presenti nei fondali dei nostri mari. “Il Mediterraneo è pieno di gas. Bisogna solo trovare il modo, in alcuni casi, per estrarlo e, in altri, per trasportarlo, perché le infrastrutture sono insufficienti”. Lo ha detto il manager Franco Bernabè parlando della delicata questione gas di cui tanto si discute in Italia. Anzi, si chiacchiera.
Per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia si può puntare, afferma Bernabè, allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale disponibili nel mar Mediterraneo. In Italia, nella zona a nord di Goro, sul delta del Po, sono stati individuati giacimenti dai 50 ai 70 miliardi di metri cubi di gas, mai messi in produzione. Si tratta di giacimenti ben distanziati dalla costa che rispetterebbero le condizioni richieste.
Non solo, sempre in territorio italiano ci sono giacimenti nel canale di Sicilia, per esempio quelli recentemente scoperti dall’Eni al largo di Gela e denominati Argo e Cassiopea (circa 15 miliardi di metri cubi). Ora l’Eni sta costruendo, sempre a Gela, l’impianto per il trattamento di questo gas. Ma ci vorranno un paio d’anni prima di poterne usufruire. Ad andar tutto bene e liscio. L’inizio della produzione è infatti previsto per il 2024. Ad emissioni zero.
Dall’Italia basta poi spostarsi appena un po’ ad est, sull’Adriatico, verso i giacimenti Ivana e Izabela della Croazia, attivi da più di vent’anni, ma in mano a Edison. La società, ormai francese da anni, appartenente al gruppo EdF (Eléctricité de France), detiene una partecipazione del 70 per cento in joint venture con la compagnia petrolifera croata Ina, per il giacimento Izabel. E il governo croato va avanti, con nuove esplorazioni in Adriatico. Poche miglia al largo di Venezia.
Il giacimento Ivana è sul versante croato di confine tra le acque croate e quelle italiane. Oggi è gestito dalla compagnia petrolifera croata Ina. Fino a qualche anno fa era gestito dalla compagnia Inagip, società costituita fra la croata Ina Naftaplin e l’Eni. Vi operano tre piattaforme: Ivana A, B e C. La D, priva peraltro di equipaggio, s’inabissò, anni fa, sotto i colpi di una tremenda tempesta di vento.
Ci sono inoltre due piattaforme gestite dalla francese Edison che operano sul campo Izabel. Anche nel mare dell’isola di Cipro è presente una riserva di circa 130 miliardi di metri cubi di gas. Ma sta accadendo peggio di quel che è accaduto e accade in Italia. Da Cipro dovrebbe infatti partire un altro mega-gasdotto. Si chiama Eastmed e, come con il TAP (Trans Adriatic Pipeline) prevede un segmento finale destinato ad approdare in Italia. Sempre in Puglia, ma questa volta a Otranto.
Se ne parla da un po’ di anni. Nel dicembre 2020 Consiglio e Parlamento europeo hanno confermato l’inclusione di Eastmed nel regolamento TEN-E (Trans-European Networks for Energy, Reti Trans Europee per l’Energia) che comprende i progetti strategici da finanziare per il settore energetico.
Peraltro l’opera rimane sulla carta. E il recente scetticismo degli Stati Uniti non aiuta. Certo: gli Usa vogliono vendere il loro gas. Senza concorrenza alcuna. E la guerra in Ucraina è un’occasione propizia. Tuttavia le esplorazioni in mare aperto, dove sono stati individuati ricchi giacimenti di gas, continuano. Con tutto quello che ciò comporta in un angolo di mondo in cui gli equilibri geopolitici sono precari.
L’isola di Cipro si trova infatti, in posizione strategica, in un’area molto calda: il Mediterraneo orientale, nel bel mezzo del mare tra Egitto, Israele, Grecia e, soprattutto, Turchia. Eastmed potrebbe ingarbugliare ancor di più una situazione già estremamente complessa.
Il pasticciaccio brutto del mare di Cipro. Grecia (con l’Unione Europea) e Turchia pericolosamente contrapposte
Esiste una frattura apparentemente insanabile fra Turchia e Cipro, per la divisione dell’isola in due dal 1974: la parte greca è entrata nell’Unione europea nel maggio del 2004, ma nel frattempo è diventato il paradiso fiscale d’elezione dei russi; quella turca non è invece riconosciuta da nessun Paese, fatta eccezione per Ankara. A far da camera di compensazione tra le due fazioni una zona cuscinetto dove ancor oggi sono acquartierate alcune centinaia di caschi blu delle Nazioni Unite.
Le relazioni tra il governo cipriota e quello turco si sono ulteriormente deteriorate dopo una serie di prove di forza del governo di Ankara fra il 2018 e il 2020. Ovvero quando a più riprese Ankara ha spedito imbarcazioni per l’esplorazione dei fondali, accompagnate da navi della Marina militare turca, nelle acque dei giacimenti ciprioti.
Queste operazioni sono viste dall’Unione europea come una provocazione, tanto da portare all’imposizione di sanzioni alla Turchia nel 2019. E sono interessati anche blocchi d’esplorazione in cui è presente la più importante multinazionale italiana, l’Eni. In definitiva anche qui il gas c’è. Ma non si tocca. Almeno per ora. E non sappiamo fino a quando.
Giacimenti di gas naturale sono presenti anche in Israele, esattamente nel Leviathan, dove nel 2010 ne è stato scoperto uno dalla capacità di 500 miliardi di metri cubi. Ma se lo prendono gl’Israeliani.
Il maggior giacimento del Mediterraneo si trova a Zohr, in Egitto. Con 850 miliardi di metri cubi è il giacimento più grande del Mediterraneo. E appartiene agli egiziani.
Non solo. Sempre nei pressi del nostro Paese è possibile trovare ancora importanti quantità di gas naturale in Libia e Algeria: 53 miliardi di metri cubi nella prima e 159 miliardi nella seconda. Si tratta comunque di stime approssimative.
Alla Libia e all’Algeria siamo collegati da due gasdotti: dall’Algeria ci arriva il 27,8 del nostro metano. A questa fornitura si aggiungeranno ora i nove miliardi di metri cubi l’anno nel periodo 2023-2024 derivanti dall’accordo appena firmato fra il presidente dell’Eni e quello di Sonatrach: una fornitura aggiuntiva, utilizzando le capacità disponibili di trasporto del gasdotto, fino a 9 miliardi di metri cubi di gas l’anno nel periodo 2023-24.
Dalla Libia ci arriva il 4,2 per cento. E ora sono ripresi i contatti fra Tamoil ed Eni. Tamoil è il marchio commerciale con il quale è conosciuta Oilinvest, società petrolifera con sede nei Paesi Bassi e siti estrattivi in Libia. Oilinvest opera principalmente in Europa ed Africa. Ma siamo ancora ai contatti. E sappiamo quanto Libia e Algeria siano affidabili.
C’è inoltre un terzo gasdotto che ci collega con l’Azerbaijan e ci porta il 9,5 per cento del gas che consumiamo. In totale 51,5. Con i nove aggiuntivi dell’Algeria potremo arrivare a 60,5 metri cubi. Per completare il fabbisogno ce ne vuole. Questo vuol dire che un buon 40 per cento del nostro fabbisogno di gas metano dovrebbe esser prodotto dai rigassificatori: un sogno, allo stato attuale delle esperienze.
Insomma siamo seduti su un mare di gas. Ma se lo prendono gli altri. Noi no. Perché quando furono scoperti i giacimenti dell’Adriatico e stavano cominciando le trivellazioni gli ambientalisti insorsero. Agitarono rischi di subsidenza (abbassamento dei fondali) con possibili effetti disastrosi anche sulla laguna di Venezia. E tutto si fermò. Tutto da dimostrare peraltro. Mentre i geologi (quelli seri) affermano che queste trivellazioni sarebbero per i fondali come punture di spillo. Non di più. Ora siamo in piena emergenza gas. Intanto il gas dell’Adriatico se lo prende la Croazia.
Ci sarebbe il capitolo rigassificatori per poter importare metano liquido, comprarlo ovunque se ne trovi la disponibilità, trasportarlo via nave allo stato liquido, e rigassificarlo. Ma sappiamo com’è andata a finire con il progetto del rigassificatore di Priolo: nulla dopo sette anni di attesa. E la società titolare del progetto, la Ionio gas, joint venture paritaria al 50 per cento Eg-Shell, mollò tutto e si sciolse.
Ora si riparla del progetto rigassificatore Enel a Porto Empedocle. Progetto fermo da sette anni. Ma già alcuni deputati regionali, come accennato prima, si stanno agitando. E hanno chiesto audizioni alla competente (si fa per dire!) commissione dell’ARS.
A Gioia Tauro ancora peggio di Priolo. Si attende da diciassette anni l’autorizzazione definitiva per la costruzione di un rigassificatore: un investimento da circa un miliardo. Che oggi sarebbe prezioso. E invece nulla. Le procedure autorizzative furono iniziate nel 2005. Nel 2012 (sette anni dopo) arrivò l’autorizzazione dal ministero. Ma nel 2013 il ministero sospese quell’autorizzazione.
Diversamente va nel resto del mondo. Per fare soltanto due esempi la Spagna ha sei rigassificatori, il Giappone venti. E via così. L’Italia ne ha solo tre: a Porto Venere (La Spezia), Rovigo e Livorno. Ora si parla di navi con impianto di rigassificazione a bordo. Ma già il governatore del Friuli-Venezia Giulia, Fedriga, ha detto che non ne vuole nel golfo di Trieste.
Se poi passiamo alle energie rinnovabili la questione è ancor più tragicomica: no all’eolico perché disturba il paesaggio; no al fotovoltaico perché occupa terreno. E allora? Allora lume di candela.
Avanti di questo passo finirà così: poco o niente metano e ritorno alla pericolosa bombola di inquinante Gpl (gas di petrolio liquefatto). A meno che qualche benpensante voglia tornare ai fornelli a carbone. Ma anche quelli inquinano. Anche di più. E allora dovremo contentarci di mangiare carne cruda e verdure crude. Senza pane quotidiano. Che nemmeno il Padre nostro ci darebbe. E a lume di candela. Come i primitivi sulla faccia della terra. Allegria!!!
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