L‘ultimo, clamoroso colpo di scena di questa inchiesta arriva proprio mentre i giornalisti stavano per tirare le somme. Arriva dai corridoi del CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa), il massimo organo di giustizia amministrativa in Sicilia, e si collega direttamente a quel depuratore di Augusta da cui era partito il nostro viaggio nelle fogne della provincia.
Con un’ordinanza pesante come un macigno, il Cga ha respinto la richiesta di sospensiva avanzata da Aretusacque e Acea Siracusa. Le due società volevano bloccare la sentenza del Tar che dava ragione al Comune di Augusta e al Commissario Straordinario Unico. I lavori per la realizzazione del depuratore e delle opere connesse — un mega appalto da ben 55.146.646,00 euro — possono quindi andare avanti, almeno fino all’udienza di merito fissata per il 4 novembre 2026.
Dietro i tecnicismi giuridici si nasconde una guerra di cifre e di potere che svela la vera natura dei “Signori dell’Acqua”. Acea e Aretusacque hanno tentato il colpaccio: sostenevano che quel depuratore da 55 milioni rientrasse tra le opere di loro competenza, già “affidate” dall’ATI all’interno della concessione trentennale. Volevano metterci le mani sopra.
Ma il Tar prima, e il Cga ora, hanno smascherato il grande bluff: quelle opere sono coperte da contributi pubblici a fondo perduto e sono estranee alla logica dei loro investimenti tariffari. Non solo: i giudici hanno messo a verbale una verità inquietante. Non è stato il Commissario straordinario a invadere il campo, ma è stato il Commissario dell’ATI di Siracusa ad aver inserito erroneamente nella gara a doppio oggetto un intervento che non avrebbe mai dovuto essere messo a bando. L’ennesimo regalo (o pasticcio) di Palazzo Vermexio a favore del privato, fortunatamente sventato.
Il grande inganno della gestione mista
Questo assalto fallito ai 55 milioni di Augusta è la perfetta sintesi del viaggio sotterraneo che abbiamo compiuto in questa inchiesta. Abbiamo respirato i miasmi della storica “cloaca” del Porto Grande, sacrificato per quarant’anni sull’altare del silenzio-assenso del Comune di Siracusa; abbiamo visto il castello di carta di Aretusacque tremare davanti al Tar per i ricorsi di Francofonte e Portopalo; abbiamo scoperto il danno colossale dei 30 milioni di euro del PNRR persi per sempre a causa dei ritardi burocratici nella nascita della società, e abbiamo ascoltato la rabbia dei cittadini intrappolati tra letture presunte e call center fantasma.
La narrazione ufficiale ci è stata venduta per anni come un dogma: il pubblico non ha risorse, solo il grande socio privato (Acea) può portare gli investimenti. Una menzogna ideologica. La privatizzazione mascherata dell’oro blu siracusano non ha portato efficienza, ha solo cambiato il destinatario delle lamentele. Le reti perdono ancora il 50% dell’acqua, ma in compenso le tariffe sono schizzate alle stelle dal 2022. Si è realizzata la più classica delle speculazioni: la privatizzazione dei profitti e la socializzazione dei disservizi. Quando c’è da riscuotere e da fare cassa con algoritmi impazziti, la macchina è infallibile; quando c’è da investire o da rispondere agli utenti, si alza il muro di gomma dei telefoni staccati.
Le colpe storiche di Palazzo Vermexio
In questo disegno, le responsabilità della governance di Francesco Italia, forte di ben quindici anni di continuità amministrativa, sono imperdonabili. Non è accettabile che un Sindaco, che è anche Presidente dell’ATO Idrico, liquidi la bomba ecologica dei reflui nel Porto Grande dicendo che “nulla può essere addebitato alla sua amministrazione”, mentre le delibere (come la n. 52 del 2024) venivano lasciate a marcire nei cassetti.
Così come rasenta il ridicolo il teatrino del suo vice, Edy Bandiera, che spacciava per vittoria politica il tentativo di usare i reflui siracusani per tenere in vita il depuratore industriale IAS, ignorando la sistematica distruzione dello specchio d’acqua cittadino. La verità è che l’amministrazione ha usato il privato — prima la SIAM come eterno traghettatore d’emergenza, oggi Aretusacque — come uno scudo per non assumersi l’onere di pianificare il futuro.
La rivolta della provincia: la dignità che riparte dal basso
Il “caso Avola”: la vera miccia della rivolta provinciale. Se le ordinanze su Francofonte e Portopalo rappresentano i primi cedimenti visibili del muro, il vero terremoto politico e giuridico è partito da Avola. È fondamentale ristabilire la verità storica di questa mappa della resistenza: è da Avola che è partita la prima, durissima controffensiva contro il colosso centralizzato. Se oggi il giudizio sul merito non è ancora arrivato, è solo per una precisa scelta strategica e procedurale. Il Comune di Avola ha infatti blindato la propria battaglia sdoppiando l’attacco e presentando un ricorso straordinario anche direttamente al Presidente della Regione Siciliana. Un iter più articolato e profondo, i cui esiti arriveranno subito dopo i primi verdetti estivi, ma che rappresenta la vera miccia politica che ha frantumato la finta unanimità della provincia e ha dato coraggio agli altri territori per non piegare la testa davanti ai “Signori dell’Acqua”.
La resistenza legale eretta anche dai sindaci di Francofonte e Portopalo contro un commissariamento regionale irragionevole, e la tenacia del Comune di Augusta nel difendere l’appalto del proprio depuratore dalle grinfie dei privati, dimostrano che il territorio ha gli anticorpi per reagire. I nodi stanno venendo al pettine. Tra il 4 novembre 2026 (merito per Augusta al CGA) e il 3 dicembre 2026 (merito per il collasso di Aretusacque al Tar di Catania), l’autunno segnerà la fine dei giochi. Se l’impalcatura societaria dovesse crollare, non sarà la vittoria del caos, ma la sacrosanta punizione per una politica che ha voluto svendere l’acqua pubblica sull’altare della fretta burocratica e della spartizione delle poltrone.
Riprendiamoci l’acqua
L’acqua non è una merce. Non è un asset finanziario da inserire abusivamente nei bandi per gonfiare i portafogli dei consigli d’amministrazione di Roma o Palermo. È un diritto umano universale, la linfa vitale di una comunità.
Questa inchiesta si chiude con una certezza: Siracusa e la sua provincia non guariranno finché la gestione dell’oro blu resterà ostaggio di algoritmi spietati e rimpalli di responsabilità politica. Rendere l’acqua dei nostri rubinetti finalmente imbevibile ma bevibile, azzerare lo scempio del Porto Grande e cacciare i mercanti dal tempio dei servizi pubblici sono battaglie di dignità non più differibili.
La parola adesso passa ai cittadini, ai comitati e a chi ha deciso di non abbassare la testa. Il tempo dei silenzi e dei call center fantasma è scaduto. Riprendiamoci l’acqua, riprendiamoci la nostra dignità.
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