Nel cuore della costa priolese si sarebbe consolidato, secondo l’impianto accusatorio, un sistema mafioso di controllo capillare su attività stagionali e flussi di clienti, capace di incidere sulla vita economica di chioschi e stabilimenti balneari.
Un meccanismo che, stando alle contestazioni degli inquirenti, avrebbe rivelato estorsioni tramite servizi di “guardiania” imposti e richieste di denaro per parcheggi della zona, trasformate in una forma di pressione asfissiante: chi non si adeguava avrebbe rischiato ritorsioni di particolare gravità tra cui incendi, danneggiamenti e aggressioni.
È questo lo scenario ricostruito in un’ordinanza del GIP, composta da 111 pagine, che delinea un quadro investigativo complesso e stratificato. Nell’inchiesta compaiono 35 indagati a piede libero, mentre un filone parallelo ha portato all’esecuzione di cinque misure cautelari nei confronti di due maggiorenni e tre minorenni, tutti originari di Priolo Gargallo.
Le accuse contestate spaziano dall’estorsione consumata e tentata in concorso, aggravata dal metodo mafioso, fino all’associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, passando per intestazione fittizia di beni, detenzione e porto abusivo di armi da fuoco e danneggiamento seguito da incendio. Nel corso dell’operazione è stato inoltre eseguito un ulteriore provvedimento cautelare disposto dall’autorità giudiziaria.
Nei confronti dei due indagati maggiorenni è stata disposta la detenzione in carcere, mentre per due dei soggetti minorenni è stato stabilito l’inserimento in comunità; per il terzo, invece, è stato applicato il regime della permanenza domiciliare.
Voti in cambio di favori: tre esponenti politici coinvolti nell’inchiesta
Sul versante politico-giudiziario emerge anche il capitolo del presunto scambio elettorale. Tra le ipotesi al vaglio figurano tre esponenti politici locali, chiamati in causa nell’ambito di presunti accordi basati su promesse di voti in cambio di favori.
Nel fascicolo d’indagine compaiono i nomi di Giuseppe Pennisi e Manuel Pennisi, entrambi ex consiglieri comunali di Priolo Gargallo, insieme a Diego Giarratana, ex vicepresidente del Libero Consorzio di Siracusa. Secondo la ricostruzione investigativa, si sarebbero avvicinati a figure ritenute centrali dell’organizzazione, ovvero Fabio De Simone e il figlio Dilan De Simone, entrambi accusati dalla Procura Distrettuale Antimafia di associazione mafiosa, e già comparsi in videoconferenza davanti al gip del Tribunale di Catania, Fabio Di Giacomo Barbagallo.
L’ipotesi investigativa descrive una possibile convergenza di interessi: da un lato la promessa di pacchetti di voti e consenso elettorale, dall’altro la prospettiva di assunzioni e impegni lavorativi da garantire sul territorio. Un intreccio che, se confermato nel prosieguo giudiziario, delineerebbe una rete di rapporti in cui criminalità e politica locale si sarebbero sfiorate fino a sovrapporsi.
Tutte le contestazioni restano ora al vaglio delle autorità giudiziarie competenti, chiamate a verificare la solidità del quadro indiziario e la reale consistenza delle ipotesi accusatorie prospettate dagli investigatori.
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