Siracusa. Catania crea valore, la città aretusea resta indietro: il paradosso industriale della Sicilia orientale

di Redazione

I nuovi dati Istat sul valore aggiunto raccontano due modelli opposti: da un lato Catania seconda in Italia per capacità di trasformare il fatturato in ricchezza, dall’altro Siracusa con volumi enormi ma un ritorno locale minimo. Un divario che chiama in causa scelte industriali e politiche di sviluppo

Non basta vendere molto per essere davvero ricchi. A dirlo, con la freddezza dei numeri, sono i più recenti dati Istat sugli aggregati economici delle imprese, aggiornati al 2023, che offrono una fotografia impietosa ma istruttiva della Sicilia orientale. In particolare, mettono a confronto due province geograficamente vicine ma economicamente lontanissime: Catania e Siracusa.

L’indicatore chiave è il valore aggiunto sul fatturato, una misura che va oltre il semplice volume delle vendite e racconta quanta ricchezza resta davvero sul territorio sotto forma di salari, competenze, ammortamenti, imposte e utili. In altre parole, su 100 euro di ricavi, quanti euro diventano valore prodotto localmente, al netto di materie prime, energia e servizi acquistati all’esterno.

A livello nazionale, la classifica premia province che sanno “pesare” di più ogni euro venduto: Rieti, L’Aquila, Lecce, Sassari, Siena. Ma è entrando nel dettaglio del solo settore industriale – estrazione e manifattura – che emerge un dato clamoroso: Catania è la seconda provincia italiana su 107, con un valore aggiunto pari al 32,2%, superata soltanto da Rieti. Sotto l’Etna, un euro di fatturato industriale vale più che altrove. Non è un caso isolato né un’anomalia statistica: la serie storica 2015-2023 mostra una crescita costante, da un già solido 26,1% fino agli attuali livelli, con una media di periodo del 29,6%. Un risultato che smentisce le narrazioni più pigre sul Mezzogiorno come area di sola subfornitura o assemblaggio a basso valore.

Il quadro cambia radicalmente spostandosi a Siracusa. Qui si manifesta uno dei grandi paradossi dell’economia siciliana. La provincia aretusea è un colosso dei volumi: circa il 45% del fatturato industriale siciliano si concentra nel suo territorio, trainato dal polo petrolchimico e dall’industria energetica. Eppure, a fronte di questi numeri impressionanti, il valore aggiunto generato localmente è appena il 12,6% del totale regionale, con un rapporto valore/fatturato che precipita al 4,5%, ultimo posto in Sicilia. Non è un errore di calcolo, ma la caratteristica strutturale di filiere ad altissima intensità di input esterni. Materie prime importate, costi energetici elevati, componentistica acquistata fuori: i ricavi scorrono, spesso anche verso l’export, ma la ricchezza netta che resta sul territorio è sottile. Siracusa “fattura” moltissimo, ma trattiene pochissimo.

Il confronto con Catania è illuminante. La provincia etnea pesa solo per il 15,7% del fatturato industriale siciliano, ma produce il 31,6% del valore aggiunto regionale del comparto. Una sproporzione virtuosa che segnala una struttura produttiva più trasformativa, con maggiore densità di lavoro qualificato, know-how, ricerca, servizi avanzati e margini industriali più robusti lungo la catena del valore.

Siracusa, al contrario, resta intrappolata in un modello estrattivo e capital intensive che genera occupazione limitata, scarsa diversificazione e una debole ricaduta sul tessuto economico locale. Un modello che, pur garantendo numeri macro rilevanti, espone il territorio a shock esterni, transizioni energetiche e crisi settoriali senza adeguati ammortizzatori di competenze e filiere alternative.

Il dato Istat, dunque, non è solo statistica: è una bussola di politica industriale. Se l’obiettivo è far crescere salari, qualità del lavoro e investimenti, non basta inseguire il fatturato. Occorre aumentare il valore aggiunto. E qui Siracusa paga decenni di scelte mancate: poca integrazione a monte e a valle, limitata presenza di servizi industriali avanzati, scarsa trasformazione tecnologica delle filiere esistenti.

La domanda, inevitabilmente, è politica e strategica: come colmare questo divario? Come evitare che Siracusa resti un gigante dai piedi d’argilla mentre Catania diventa un’isola felice? La risposta passa da concetti noti ma mai davvero praticati: fare sistema, costruire filiere locali, attrarre attività di progettazione, manutenzione avanzata, chimica verde, digitalizzazione dei processi, logistica intelligente ed efficienza energetica.

La Sicilia orientale mostra così due facce della stessa medaglia. Catania dimostra che creare valore è possibile, anche al Sud. Siracusa ricorda che senza una strategia di trasformazione, i grandi numeri rischiano di essere solo un’illusione contabile. La vera sfida non è scegliere tra i due modelli, ma decidere se il caso Catania debba restare un’eccezione o diventare la leva per ripensare, finalmente, lo sviluppo industriale dell’intera regione.

22 Gennaio 2026 | 11:58
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