Siracusa. Bombe e pizzo, la mafia serpeggia negli affari: il silenzio è complice, basta assenze ingiustificate

di Anthony Maria Bianca

È tempo di trasformare la paura in responsabilità collettiva, al corteo mancavano molti esercenti, i più esposti al racket, come se il timore avesse vinto sulla partecipazione. Ma la storia ci insegna che restare in silenzio non protegge, bisogna avere il coraggio di alzare la testa: chi denuncia, anche contro tutto, fa arretrare il racket; invece chi tace, ne facilita la proliferazione

Nel tardo pomeriggio di ieri, il centro di Siracusa ha respirato un’aria diversa. Alle 18:30, da piazza Euripide, è partito un corteo che non era solo una manifestazione: è stata una dichiarazione di dignità e coraggio.

“Siracusa non si piega”, come un fiume in rivolta, ha investito vicoli e strade, fino a piazza Archimede, tra striscioni e bandiere che sventolavano in un pomeriggio che sembrava pesare sulle spalle della città. Una città ferita dagli attentati e dalle intimidazioni, ma ancora capace di alzare la testa.

Eppure, tra la folla che marciava, si percepiva anche un vuoto assordante. Mancavano molti commercianti e imprenditori, i più esposti al racket, come se il timore avesse vinto sulla partecipazione. Dietro queste assenze si intravedono diverse ragioni: la paura di esporsi di fronte a chi minaccia con bombe e pressioni, la sfiducia in chi dovrebbe proteggere, e quella accettazione passiva che nasce da quella codarda abitudine a pagare piccole estorsioni considerate “costi di gestione” e che rendono incoscientemente vittime e complici. Ma la storia ci insegna che restare in silenzio non protegge: chi denuncia, anche contro tutto, fa arretrare il racket; chi tace, ne facilita la proliferazione.

Durante la marcia, Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia, ha ribadito un concetto che Siracusa conosce ma spesso ignora: la mafia è presente e inserita nel tessuto economico e sociale, invisibile agli occhi di chi non vuole vedere. Le sue mani si infilano soprattutto nei settori della ristorazione e dei trasporti turistici, dove gli interessi illeciti si mescolano con l’economia legale. Recenti controlli hanno portato all’emissione di undici interdittive antimafia, concentrate quasi esclusivamente nella ristorazione, a testimonianza della vulnerabilità di questi comparti. Il Comune ha confermato l’impegno nella prevenzione, invitando cittadini e imprenditori a denunciare, perché il silenzio è l’alleato più prezioso del racket.

Eppure, la contraddizione rimane: le denunce sono quasi assenti. Come sottolineato da Paolo Caligiore, coordinatore provinciale delle associazioni antiracket, il silenzio è la regola, la rinuncia un alibi. Da anni, le cronache locali mostrano che molte vittime preferiscono pagare in silenzio, mantenendo il pizzo a livelli contenuti ma legittimandone l’esistenza. Un sistema perverso che trasforma la minaccia in routine e abbassa l’asticella a poche centinaia di euro al mese, rendendo l’intimidazione “normale” nella vita quotidiana.

Il corteo di venerdì, con il suo passo lento ma deciso, racconta più di un semplice gesto civico. È il tentativo di trasformare la paura in responsabilità collettiva, di rompere il muro del silenzio, di dire che Siracusa può resistere. Ma la strada è lunga e le sfide ancora molte. Eppure, in ogni striscione e in ogni passo, c’è la speranza che la città trovi il coraggio di ribellarsi, davvero, alle logiche del racket.

di Anthony Maria Bianca 24 Gennaio 2026 | 15:18
© RIPRODUZIONE RISERVATA