Nel tardo pomeriggio di ieri, il centro di Siracusa ha respirato un’aria diversa. Alle 18:30, da piazza Euripide, è partito un corteo che non era solo una manifestazione: è stata una dichiarazione di dignità e coraggio.
“Siracusa non si piega”, come un fiume in rivolta, ha investito vicoli e strade, fino a piazza Archimede, tra striscioni e bandiere che sventolavano in un pomeriggio che sembrava pesare sulle spalle della città. Una città ferita dagli attentati e dalle intimidazioni, ma ancora capace di alzare la testa.
Eppure, tra la folla che marciava, si percepiva anche un vuoto assordante. Mancavano molti commercianti e imprenditori, i più esposti al racket, come se il timore avesse vinto sulla partecipazione. Dietro queste assenze si intravedono diverse ragioni: la paura di esporsi di fronte a chi minaccia con bombe e pressioni, la sfiducia in chi dovrebbe proteggere, e quella accettazione passiva che nasce da quella codarda abitudine a pagare piccole estorsioni considerate “costi di gestione” e che rendono incoscientemente vittime e complici. Ma la storia ci insegna che restare in silenzio non protegge: chi denuncia, anche contro tutto, fa arretrare il racket; chi tace, ne facilita la proliferazione.
Durante la marcia, Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia, ha ribadito un concetto che Siracusa conosce ma spesso ignora: la mafia è presente e inserita nel tessuto economico e sociale, invisibile agli occhi di chi non vuole vedere. Le sue mani si infilano soprattutto nei settori della ristorazione e dei trasporti turistici, dove gli interessi illeciti si mescolano con l’economia legale. Recenti controlli hanno portato all’emissione di undici interdittive antimafia, concentrate quasi esclusivamente nella ristorazione, a testimonianza della vulnerabilità di questi comparti. Il Comune ha confermato l’impegno nella prevenzione, invitando cittadini e imprenditori a denunciare, perché il silenzio è l’alleato più prezioso del racket.
Eppure, la contraddizione rimane: le denunce sono quasi assenti. Come sottolineato da Paolo Caligiore, coordinatore provinciale delle associazioni antiracket, il silenzio è la regola, la rinuncia un alibi. Da anni, le cronache locali mostrano che molte vittime preferiscono pagare in silenzio, mantenendo il pizzo a livelli contenuti ma legittimandone l’esistenza. Un sistema perverso che trasforma la minaccia in routine e abbassa l’asticella a poche centinaia di euro al mese, rendendo l’intimidazione “normale” nella vita quotidiana.
Il corteo di venerdì, con il suo passo lento ma deciso, racconta più di un semplice gesto civico. È il tentativo di trasformare la paura in responsabilità collettiva, di rompere il muro del silenzio, di dire che Siracusa può resistere. Ma la strada è lunga e le sfide ancora molte. Eppure, in ogni striscione e in ogni passo, c’è la speranza che la città trovi il coraggio di ribellarsi, davvero, alle logiche del racket.
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