Acqua, gole, vegetazione e sentieri naturali. L’aquatrekking nei fiumi iblei è diventato negli ultimi anni una delle esperienze più ricercate dagli amanti dell’escursionismo e del turismo nella natura.
Ma dietro quella che appare come una semplice passeggiata immersa nei corsi d’acqua, la Lipu individua un problema crescente per la conservazione degli ecosistemi fluviali. L’associazione per la conservazione della natura e la tutela della biodiversità punta il dito in particolare contro l’aumento dei gruppi che frequentano gli alvei delle riserve naturali di Cavagrande del Cassibile e Valle dell’Anapo, oltre al Calcinara.
Secondo la Lipu, il fenomeno avrebbe ormai assunto dimensioni tali da non poter più essere considerato sporadico. «Centinaia di persone, anche in gruppi di decine per volta, camminano all’interno degli alvei fluviali», denuncia l’associazione, sottolineando come l’impatto possa risultare poco evidente ai visitatori ma essere significativo per fauna e vegetazione.
Il problema del calpestio
Nel mirino c’è soprattutto il continuo passaggio delle persone sul fondale. Secondo la Lipu, vengono potenzialmente danneggiate o distrutte uova e forme larvali di diverse specie, tra cui granchio di fiume, odonati, anfibi e pesci come la trota macrostigma.
Un aspetto particolarmente delicato, evidenzia l’associazione, perché il periodo nel quale si concentrano le escursioni coinciderebbe con fasi importanti del ciclo riproduttivo di alcune specie.
Al calpestio si aggiungerebbero poi l’intorbidamento delle acque e l’alterazione del substrato del fiume. La Lipu richiama, a sostegno delle proprie preoccupazioni, la letteratura scientifica che ha analizzato gli effetti della presenza umana direttamente negli ambienti fluviali e ricorda come in alcune zone d’Italia siano state introdotte limitazioni particolarmente severe.
Non è più un fenomeno sporadico
La questione sollevata dall’associazione riguarda anche il rispetto delle regole nelle aree protette. La Lipu sostiene che nelle zone A delle riserve, comprese Cavagrande, Anapo e Calcinara, l’uscita dai sentieri autorizzati non sarebbe consentita e che alcune attività di aquatrekking, se svolte in tali condizioni, potrebbero quindi risultare incompatibili con i regolamenti.
Da qui l’appello agli enti gestori affinché intensifichino i controlli. «Se in passato venivano tollerate, attesa la loro sporadicità, ora che sono diventate quasi una forma di turismo di massa, facciamo appello agli enti gestori perché siano represse e sanzionate», afferma la Lipu.
L’associazione rivolge inoltre un richiamo alle guide naturalistiche e alle realtà che organizzano le escursioni, chiedendo una riflessione sulle conseguenze ambientali di attività che, pur nascendo con finalità ricreative e di conoscenza della natura, possono diventare problematiche quando assumono dimensioni rilevanti.
«La natura non è un parco giochi», sottolinea la Lipu, che richiama anche la posizione dell’AIGAE, sostenendo che l’associazione di categoria abbia già invitato i propri iscritti a non praticare l’aquatrekking.
L’annuncio: “Segnalazioni alle autorità”
Per la Lipu c’è infine un elemento decisivo: l’informazione. Molti partecipanti, secondo l’associazione, potrebbero non essere consapevoli dell’impatto prodotto da quella che percepiscono come una «innocente» camminata nel fiume. Da qui la richiesta di maggiore responsabilità da parte di chi organizza e accompagna i gruppi.
La posizione dell’associazione è netta anche sul fronte dei controlli. «La LIPU segnalerà alle autorità competenti chi organizzerà attività non consentite all’interno delle aree protette», annuncia.
Il caso apre così un confronto più ampio sul delicato equilibrio tra turismo naturalistico e tutela degli habitat. Perché la crescente popolarità dei canyon e dei corsi d’acqua iblei porta con sé una domanda ormai inevitabile: come consentire a sempre più persone di conoscere questi luoghi senza trasformare la loro stessa attrattività in una minaccia per l’ambiente che li rende unici?
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