Don Antonio Mazzi e Salvo Sorbello, presidente del Comitato Consultivo Aziendale dell'Asp di SiracusaCon la scomparsa di don Antonio Mazzi si chiude una delle pagine più significative dell’impegno sociale e dell’educazione in Italia. Il sacerdote veronese, fondatore della Fondazione Exodus, è morto ieri all’età di 96 anni, lasciando un’eredità costruita in oltre quattro decenni di lavoro accanto ai giovani più fragili, segnati dalla tossicodipendenza, dall’emarginazione e dal disagio sociale. Figura fuori dagli schemi, don Mazzi aveva fatto della vicinanza alle persone la propria missione. Non si limitava a parlare di disagio, ma sceglieva di viverlo accanto a chi lo affrontava ogni giorno, offrendo ascolto, fiducia e nuove opportunità.
Tra quanti hanno voluto ricordarlo c’è Salvo Sorbello, presidente del Comitato Consultivo Aziendale dell’Asp di Siracusa, che ebbe modo di conoscerlo durante la sua esperienza come responsabile nazionale dei Comuni italiani per le politiche familiari.
«Don Antonio Mazzi era uno di quei sacerdoti che andavano incontro alle persone, senza aspettare che fossero loro a chiedere aiuto – afferma Sorbello –. Si interessava prima dell’essere umano che delle sue difficoltà ed è stato uno dei pionieri nella lotta alla tossicodipendenza in Italia. Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e ho sempre ammirato la sua straordinaria capacità di ascoltare e di non lasciare mai nessuno da solo».
Nato a Verona nel 1929, don Mazzi si definiva con ironia un “ragazzo ribelle”. Dopo il percorso in seminario e gli studi in teologia, filosofia, psicologia e pedagogia, maturò un’idea di educazione fondata sulla relazione e sulla responsabilità. L’incontro con la drammatica emergenza della droga nella Milano della fine degli anni Settanta cambiò definitivamente il suo percorso.
Fu proprio nel 1979 che nacque l’intuizione di Exodus, diventata pochi anni dopo una realtà concreta grazie all’assegnazione della Cascina Molino Torrette da parte del Comune di Milano. Da quel luogo prese forma un modello educativo che avrebbe accompagnato migliaia di ragazzi nel difficile cammino di recupero e reinserimento sociale. Con il passare degli anni Exodus si è trasformata in una rete di comunità e progetti presenti in Italia e anche all’estero. Se inizialmente l’impegno era rivolto soprattutto alla lotta contro l’eroina, successivamente l’attività si è estesa alle nuove forme di dipendenza e ai disagi che interessano le giovani generazioni, dall’isolamento alla depressione, fino alle fragilità emotive e relazionali.
Il metodo educativo di don Mazzi si fondava sulla vita comunitaria, sul valore del lavoro, dell’attività fisica e dell’esperienza condivisa. Emblematiche sono state le “Carovane”, percorsi itineranti che univano cammino, impegno e crescita personale, diventando uno degli strumenti più rappresentativi della sua pedagogia.
Negli ultimi anni il sacerdote aveva lavorato per garantire continuità alla sua opera, affidandone il futuro a una nuova generazione di educatori. Era convinto che educare non significasse applicare formule precostituite, ma accompagnare ogni persona con passione, creatività e sensibilità.
La sua scomparsa lascia un vuoto profondo nel mondo del volontariato, dell’educazione e del sociale, ma anche un patrimonio di valori e di esperienze che continuerà a vivere attraverso l’opera di Exodus e nelle migliaia di vite che, grazie al suo impegno, hanno ritrovato una speranza.
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