Palermo. Furti d’auto, sgominata una rete criminale: nove arresti

di Redazione

L’indagine della Polizia di Stato ha ricostruito l’intera organizzazione: dai ladri alle staffette, fino allo smontaggio dei veicoli e al business del “cavallo di ritorno”. Giro d’affari stimato in circa due milioni di euro

Un’organizzazione strutturata, capace di operare con metodo e continuità, trasformando il furto di automobili in una vera e propria industria criminale. È il quadro emerso dall’operazione condotta dalla Polizia di Stato di Palermo che ha portato all’esecuzione di nove misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata ai furti aggravati di autoveicoli, riciclaggio e attività estorsive legate al cosiddetto “cavallo di ritorno”. I provvedimenti sono stati emessi dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo su richiesta della Procura della Repubblica, al termine di una complessa attività investigativa sviluppata dagli agenti del Commissariato di Pubblica Sicurezza “Porta Nuova”.

L’inchiesta ha preso forma dall’analisi di un fenomeno che negli ultimi mesi aveva registrato una crescita significativa: numerosi veicoli rubati e, in diversi casi, restituiti ai proprietari dopo pochi giorni, spesso dietro pagamento di somme di denaro o rinvenuti già smontati e privati delle componenti più richieste sul mercato clandestino dei ricambi. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo avrebbe operato senza interruzioni tra aprile 2024 e febbraio 2025, periodo nel quale sono stati documentati ben 55 furti di autovetture. Il valore economico dell’attività illecita sarebbe stato particolarmente elevato, con un volume d’affari complessivo stimato attorno ai due milioni di euro.

Le indagini hanno consentito di individuare una vera e propria centrale operativa situata al piano terra di un immobile lungo viale della Regione Siciliana. All’interno di questo spazio venivano trasferiti e custoditi i mezzi rubati, compresi veicoli di grossa cilindrata, prima di essere smontati e privati delle parti riutilizzabili. Durante le attività investigative sono stati inoltre scoperti sofisticati strumenti utilizzati dalla banda, tra cui dispositivi “jammer” capaci di inibire i segnali elettronici e neutralizzare i sistemi di localizzazione satellitare installati sulle auto, oltre ad apparecchiature tecnologiche impiegate per forzare l’avviamento dei veicoli.

L’organizzazione avrebbe pianificato ogni colpo nei minimi dettagli. Le vetture venivano selezionate dopo accurati sopralluoghi, privilegiando quelle parcheggiate in strada, in aree prive di telecamere e facilmente raggiungibili durante le ore notturne. Una volta portato a termine il furto, il mezzo veniva nascosto in luoghi ritenuti sicuri, in attesa della successiva destinazione. In alcuni casi l’automobile diventava oggetto del cosiddetto “cavallo di ritorno”: i proprietari venivano contattati indirettamente e invitati a pagare una somma di denaro per riottenere il veicolo. Quando questa soluzione non risultava praticabile, l’auto veniva trasferita nella base logistica dell’organizzazione per essere completamente smontata.

L’inchiesta ha evidenziato anche l’esistenza di una rete di supporto composta da motocicli e autovetture utilizzati come staffette e apripista. Il loro compito era monitorare i percorsi e segnalare l’eventuale presenza delle forze dell’ordine durante il trasferimento dei mezzi rubati verso il deposito clandestino. Una volta arrivati a destinazione, i veicoli venivano rapidamente “cannibalizzati”. Motori, parti meccaniche, elementi di carrozzeria e componenti in plastica erano destinati alla vendita sul mercato nero dei ricambi. Gli investigatori hanno accertato che alcuni addetti allo smontaggio lavoravano anche per turni estremamente lunghi, fino a quindici ore consecutive, a testimonianza dell’intensa attività svolta dall’organizzazione.

La struttura del sodalizio criminale appariva rigidamente organizzata, con ruoli ben definiti: coordinatori, esecutori materiali dei furti, autisti delle staffette, apripista, addetti allo smontaggio e soggetti incaricati della commercializzazione dei pezzi recuperati. Oltre ai nove destinatari delle misure cautelari, risultano complessivamente trenta le persone indagate a piede libero per reati che vanno dal concorso in furto al concorso in estorsione, fino alla ricettazione. In due episodi, alcuni degli indagati sarebbero stati intercettati dagli investigatori mentre trasportavano componenti provenienti da veicoli rubati.

Nel corso dell’operazione sono state infine effettuate verifiche all’interno di sette officine meccaniche. Due di queste, una situata nella zona di corso Calatafimi e l’altra nell’area di Montegrappa, sono state poste sotto sequestro dopo il rinvenimento di numerosi pezzi di ricambio risultati compatibili con quelli asportati dalle auto rubate. L’operazione rappresenta uno dei più significativi interventi degli ultimi mesi nel contrasto ai furti di veicoli nel capoluogo siciliano e ha consentito di interrompere una filiera criminale che, secondo gli investigatori, era ormai diventata un sistema consolidato e altamente remunerativo.

31 Maggio 2026 | 11:58
© RIPRODUZIONE RISERVATA