La favola è sempre la stessa, ma il finale rischia di essere il solito incubo burocratico e contabile: quando sul piatto ci sono fondi europei da spendere a tutti i costi, la trasparenza e la logica vengono messe in secondo piano, mentre la creatività amministrativa sale in cattedra.
Al centro della bufera c’è questa volta la Riserva Naturale Orientata “Fiume Ciane e Saline di Siracusa” e un tesoretto da 5,5 milioni di euro a valere sui fondi PR FESR Sicilia 2021-2027. Sulla carta, risorse vitali per salvare un ecosistema unico e soffocato dall’erosione. Nella realtà, secondo un dettagliato esposto appena recapitato sul tavolo dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), il potenziale palcoscenico per un’operazione di pura ingegneria contabile a firma del Libero Consorzio Comunale (LCC) di Siracusa, in qualità di stazione appaltante del progetto.
La metamorfosi del progetto: come “evaporano” i lavori concreti
I fatti narrati nell’esposto firmato da Giuseppe Ansaldi e Carmelo Iapichino, a nome del Comitato per i Parchi e per la valorizzazione del patrimonio ambientale di Siracusa, mostrano i contorni di una giravolta procedurale al limite dell’acrobazia.
In prima battuta, la Regione Siciliana boccia e dichiara formalmente inammissibile il progetto presentato dal Libero Consorzio a causa della totale assenza del Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica (PFTE), passaggio invece obbligatorio ed espressamente prescritto dal Codice dei Contratti Pubblici. Un vicolo cieco da cui gli uffici della stazione appaltante preferiscono uscire imboccando una scorciatoia, piuttosto che mettersi al lavoro per redigere la documentazione tecnica prevista dalla legge.
Il piano viene così sottoposto a una “rimodulazione” che il Comitato bolla senza mezzi termini come artificiosa e puramente nominale. Attraverso una vera e propria acrobazia procedurale, la previsione originaria di oltre 4,5 milioni di euro destinati a interventi strutturali e lavori fisici viene letteralmente polverizzata: le opere concrete scendono a un risicato 18,5% del totale, pari ad appena 719.000 euro.
Parallelamente, il restante 81,5% della spesa (€ 3.168.000) viene repentinamente derubricato e riclassificato sotto la generica voce di “servizi e forniture”. La magia è servita: declassando i lavori a servizi, scompare d’incanto l’obbligo del PFTE e il finanziamento viene salvato in extremis, ma a prezzo del totale sacrificio degli interventi materiali di salvaguardia per il territorio.
Incarichi “sotto soglia” e l’artificio delle parcelle gemelle
Andando a spulciare la ripartizione dei costi, l’esposto mette a nudo quello che appare come un sistematico e scientifico frazionamento degli incarichi, concepito per eludere il confronto di mercato e scavalcare i controlli di legge. Le parcelle destinate ai servizi di ingegneria e rilievo vengono infatti modellate con chirurgica precisione: spiccano in particolare i 138.000 euro previsti per la progettazione della difesa costiera e altri 138.000 euro per la progettazione del ripristino degli argini.
Si tratta di cifre studiate al millimetro per rimanere un soffio al di sotto della soglia legale di 140.000 euro,limite oltre il quale scatta l’obbligo inderogabile della gara pubblica. In questo modo si procede per via diretta e si elude deliberatamente anche la soglia di rilevanza europea di 221.000 euro, sfidando aperto e diretto contrasto con i richiami e le delibere dell’ANAC sul divieto di frazionamento artificioso degli appalti.
Questo stratagemma procedurale porta con sé un secondo vizio capitale: sacrificare a tavolino la progettazione di fattibilità tecnico-economica pur di rincorrere e rispettare le scadenze del bando. Un’operazione che priva la stessa amministrazione degli strumenti necessari e indispensabili per verificare e garantire la reale efficacia delle opere di salvaguardia del demanio fluviale e costiero.
Il paradosso: carte bollate contro il mare che avanza
Ciò che rende la vicenda ancora più grottesca è la clamorosa sproporzione tra la gravità del pericolo reale e la risposta offerta dalla burocrazia locale. Sono gli stessi documenti ufficiali stilati dal Libero Consorzio ad attestare una progressiva e spaventosa erosione marina che rischia di sommergere un intero chilometro di fascia costiera della Riserva entro il 2100.
Eppure, a fronte di questo scenario drammatico, il progetto non prevede alcuna opera a mare concreta nell’immediato. Si sceglie piuttosto di impegnare 276.000 euro per “progettare su carta” future difese costiere che oggi non dispongono di alcuno straccio di copertura finanziaria per essere effettivamente realizzate.
Contemporaneamente, si sceglie di dirottare le preziose risorse comunitarie verso la realizzazione di un’avannotteria e l’erogazione di consulenze, ignorando del tutto le emergenze primarie di tutela e conservazione del sito e spalancando la strada al concreto rischio di un imponente danno erariale.
La richiesta di intervento e l’attacco alla politica del “purché si spenda”
Di fronte a un quadro di così grave criticità, il Comitato Parchi ha formalmente sollecitato l’ANAC affinché intervenga con decisione su più fronti. L’esposto richiede in primo luogo l’apertura immediata di un’istruttoria con contestuale acquisizione di tutti gli atti e i faldoni presso il Libero Consorzio Comunale e la Regione Siciliana. Viene inoltre richiesto il blocco tempestivo degli affidamenti diretti frazionati e la verifica rigorosa della conformità dell’intera procedura d’appalto alle normative europee e nazionali. Infine, i firmatari sollecitano la trasmissione immediata di tutti gli atti alla Procura della Corte dei Conti, affinché vengano accertati eventuali profili di danno alle finanze dell’Unione Europea.
«Non possiamo permettere che risorse così cospicue e vitali per la salvezza della riserva del Ciane vengano disperse in micro-incarichi e consulenze a tavolino, eludendo le regole di trasparenza e lasciando il territorio in balia dell’erosione», ribadiscono con fermezza Giuseppe Ansaldi e Carmelo Iapichino a nome del Comitato.
La denuncia si chiude con una presa di posizione netta contro le logiche della gestione pubblica emergenziale: «Respingiamo con forza la logica perversa di una certa politica secondo cui, pur di non perdere un finanziamento pubblico – che rappresenta sempre e comunque denaro della collettività –, si debba avallare a tutti i costi qualsiasi intervento, perfino quando è palesemente inutile, inadeguato o dannoso per le reali priorità del nostro territorio».
La palla passa ora agli organi di vigilanza anticorruzione. Resta da capire se i 5,5 milioni di euro europei serviranno davvero a strappare le Saline e il fiume Ciane dall’erosione o se rimarranno l’ennesimo capitolo di spesa pubblica affondato nel mare delle consulenze e delle difese rimaste soltanto sulla carta.
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