Siracusa. «Avete fallito con l’istruzione», lo sfogo di un’alunna del Rizza al presidente Giansiracusa: «Dovreste vergognarvi»

di Redazione

La studentessa, 16 anni, affida a una lettera aperta tutta la sua rabbia per la vicenda del trasloco dalla sede storica: «Ho vissuto qui tre anni, era la mia seconda casa. Mi è stata strappata dalle mani come se nulla fosse». Poi il duro atto d’accusa al Libero Consorzio: «Ci avete trasformati in numeri. Avete fallito»

«Abbiamo combattuto, provato, pregato e soprattutto sperato, ma non ce l’abbiamo fatta». Comincia così la lettera aperta con cui una studentessa di 16 anni dell’Istituto “Rizza-Insolera” si rivolge al presidente del Libero Consorzio Michelangelo Giansiracusa, affidando alla scrittura la propria amarezza per una vicenda che, ai suoi occhi, va ben oltre il semplice trasferimento di una sede scolastica.

Nelle sue parole c’è innanzitutto il dolore per la perdita di un luogo diventato, nel corso degli anni, parte della propria identità. «Non si tratta solo della sede storica», scrive la ragazza. «Io qui ho vissuto tre anni della mia vita, ho riso, pianto, scherzato e lavorato». Un edificio che per lei era diventato «una seconda casa», uno spazio nel quale sentirsi accolta e riconosciuta.

Ed è proprio il senso di appartenenza a trasformare la protesta in una questione personale. La studentessa racconta di aver vissuto la decisione come qualcosa che le è stato «strappato dalle mani», senza che i suoi sentimenti venissero considerati. Da qui la domanda rivolta alle istituzioni: «La giustizia dove sta? Dove sta il senso civile?».

Il passaggio più duro della lettera riguarda il modo in cui, secondo la studentessa, gli alunni sarebbero stati considerati nel confronto tra istituti. «Sono stata solo un numero per un sistema che non ci tutela», denuncia, ricordando quella che descrive come la motivazione ricevuta: «Voi siete di numero inferiore rispetto al Corbino».

Una frase che, nel racconto della sedicenne, diventa il simbolo di una condizione vissuta come ingiusta. «Ma io non sono un numero: ho un nome e un cognome, sono una persona in carne e ossa», scrive. E rivendica il diritto di essere ascoltata non soltanto come studentessa inserita in una graduatoria o in una statistica, ma come persona chiamata a compiere scelte importanti sul proprio futuro.

La ragazza torna infatti al momento dell’iscrizione alle scuole superiori, quando, ancora alle medie, sarebbe stata chiamata a scegliere il proprio percorso. «In terza media sono stata invitata a fare una scelta, a decidere del mio futuro, e l’ho fatto», racconta. Una decisione assunta, sottolinea, «con il cuore e con la consapevolezza che quella scelta avrebbe cambiato tutto».

Ora, però, quella scelta rischierebbe di essere rimessa in discussione. «E ora, voi mi obbligate a rinunciare alla MIA scelta», accusa. Il tema del diritto allo studio diventa così il centro della sua protesta: «Io ho il diritto allo studio e voglio studiare dove dico io; non voglio stare in un Istituto che non mi appartiene e che non mi ricorda casa».

Ma la lettera non si ferma alla vicenda individuale. La studentessa allarga lo sguardo alle difficoltà che, secondo lei, coinvolgerebbero l’intera comunità scolastica. Cita gli studenti che non avrebbero la possibilità di sostenere agevolmente gli spostamenti verso via Modica e riconosce il lavoro svolto da docenti e personale Ata nella ricerca di possibili alternative.

«Non l’ho fatto solo per il mio interesse personale», spiega. «Ma anche per la gente che ci ha messo la faccia». E aggiunge un riconoscimento a chi, all’interno della scuola, avrebbe combattuto insieme agli studenti: «Perché loro sì che si sono dimostrati civili, hanno lottato per noi perché ai loro occhi non siamo numeri, ma ragazzi che devono crescere, ragazzi con dei diritti e con una voce».

È a questo punto che la critica diventa apertamente istituzionale. Secondo la studentessa, la tutela degli studenti avrebbe dovuto essere innanzitutto compito delle istituzioni. «I cittadini da tutelare non sono solo gli studenti del Liceo Corbino, lo siamo anche noi», afferma.

Il giudizio è durissimo: «Come rappresentanti delle istituzioni avete fallito, avete fallito con l’istruzione». Parole pronunciate da una ragazza di appena 16 anni che racconta di essersi sentita ignorata e non realmente ascoltata.

«Dovreste vergognarvi voi», scrive rivolgendosi ai destinatari della sua denuncia, prima di rivolgere un’ulteriore accusa: quella di aver costretto una minorenne a riversare «tutta la sua amarezza sullo schermo di un telefono», perché, sostiene, dal vivo non sarebbe stata adeguatamente ascoltata.

Nella lettera trova spazio anche il tema delle regole e delle norme che, secondo la studentessa, disciplinerebbero la disponibilità degli spazi scolastici e le iscrizioni. La ragazza contesta la scelta di favorire il Liceo Corbino, sostenendo che, in caso di insufficienza degli spazi, l’istituto avrebbe dovuto ridurre le iscrizioni anziché ricorrere alla soluzione che ha determinato il conflitto.

Un’affermazione che la studentessa accompagna con una rivendicazione generazionale: «Io, che ho appena 16 anni, le conosco meglio di voi, perché il telefono non lo usiamo solo per chattare, giocare o guardare video, ma anche per informarci».

E conclude sostenendo che «sempre per legge, la sede centrale di un istituto non può essere trasferita nella sede secondaria», chiamando così direttamente in causa la legittimità delle decisioni assunte. Si tratta di questioni normative che, naturalmente, richiederebbero un puntuale riscontro nelle disposizioni applicabili e negli atti amministrativi relativi alla vicenda.

La parte finale della lettera cambia però registro. Alla rabbia subentra la volontà di andare avanti. «Non vi perdonerò mai, questo è certo», scrive la studentessa. Ma subito dopo chiarisce di non voler trasformare quella ferita in un peso destinato ad accompagnarla per anni: «Non vi darò la soddisfazione di vedermi disperata o consumata dal rancore per anni».

Una scelta di orgoglio e di resilienza, sintetizzata nelle parole con cui chiude la sua testimonianza: «Mi è stato insegnato che nella vita si deve andare avanti, e io lo farò». Poi i ringraziamenti. Al dirigente scolastico, al DsgA, alla vicepreside, ai docenti, al personale Ata, agli studenti e a «tutti coloro che ci hanno creduto insieme a noi».

Una firma, soltanto due iniziali: A.P. Dietro quelle iniziali c’è la voce di una sedicenne che, attraverso una lettera, ha scelto di trasformare la propria delusione in una presa di posizione pubblica. E soprattutto di rivendicare una cosa semplice, ma per lei decisiva: «Io non sono un numero».

08 Settembre 2026 | 10:41
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