In foto: il deputato all’Ars ed ex assessore regionale all’energia, Roberto Di Mauro, esponente di spicco di MPA-Grande SiciliaUn’inchiesta che scuote dalle fondamenta il sistema politico-amministrativo agrigentino arriva al bivio decisivo. La Procura di Agrigento chiude il cerchio sull’indagine “Appalti e mazzette” e prepara la richiesta di rinvio a giudizio per 32 indagati. Sullo sfondo, secondo l’accusa, ci sarebbe un presunto sistema capace di trasformare gli appalti pubblici in strumenti di controllo, consenso e influenza.
La fotografia tracciata dai magistrati è quella di una macchina complessa, nella quale – secondo l’ipotesi investigativa – politica, apparati burocratici e interessi imprenditoriali si sarebbero intrecciati fino a condizionare il funzionamento della pubblica amministrazione.
Al centro del terremoto giudiziario c’è Roberto Di Mauro, deputato regionale ed ex assessore all’Energia della Regione Siciliana, esponente di spicco del fronte politico MPA-Grande Sicilia. Nei suoi confronti la contestazione è la più pesante: associazione a delinquere con il ruolo di presunto promotore e organizzatore del sodalizio.
Per la Procura guidata da Giovanni Di Leo, con il coordinamento dei sostituti procuratori Annalisa Failla e Gaspare Bentivegna, Di Mauro sarebbe stato il vertice di una rete in grado di esercitare una forte capacità di orientamento sulle scelte amministrative e sulla distribuzione delle opere pubbliche.
Un’accusa devastante che delinea, se confermata in giudizio, l’esistenza di un centro di potere parallelo capace di incidere sulle decisioni degli enti pubblici e sulle procedure destinate a gestire milioni di euro di risorse pubbliche.
Un sistema di potere sull’appalto milionario
Il cuore dell’inchiesta ruota attorno al maxi intervento per il rifacimento della rete idrica di Agrigento: un’opera da circa 37 milioni di euro considerata strategica per un territorio da anni alle prese con emergenze e disservizi.
La gara, con Aica – l’azienda idrica dei comuni agrigentini – indicata come stazione appaltante, rappresenta secondo gli investigatori uno degli snodi principali del presunto meccanismo.
È proprio sulla gestione di lavori pubblici di questa portata che si concentra l’attenzione della Procura: il sospetto è che alcune procedure non siano state lasciate al naturale confronto tra imprese, ma siano state condizionate da relazioni e interessi esterni alla normale amministrazione.
La mano nera sugli ingranaggi della macchina pubblica
Non c’è soltanto il nome di Di Mauro nel capitolo più delicato dell’inchiesta. L’associazione a delinquere viene contestata anche a Sebastiano Alesci, ex dirigente del Comune di Licata, a Luigi Sutera Sardo, ex consigliere provinciale, e a Vittorio Giarratana, già dirigente del Comune di Ravanusa.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il presunto gruppo avrebbe agito su più fronti: dalle gare pubbliche alla gestione degli uffici tecnici, dalle nomine amministrative alle pressioni su funzionari e rappresentanti istituzionali.
La Procura ipotizza un meccanismo nel quale la pubblica amministrazione sarebbe stata utilizzata come leva per raggiungere obiettivi privati, con l’ambizione – sempre secondo l’accusa – di consolidare un controllo stabile sugli enti e sulle decisioni strategiche del territorio.
Tra le contestazioni compare anche l’ipotesi di un condizionamento degli equilibri politici locali attraverso il controllo del voto per il Libero Consorzio Comunale di Agrigento, con l’obiettivo di portare alla guida dell’ente figure ritenute funzionali agli interessi del presunto sodalizio.
Una rete che coinvolgerebbe imprese e professionisti
Nel fascicolo della Procura figurano 32 indagati. Tra questi, oltre a Roberto Di Mauro, ci sono Sebastiano Alesci, Antonino Belpasso, Rosaria Bentivegna, Giuseppe Capizzi, Dino Caramazza, Federica Caramazza, Antonino Catania, Raffaele De Sio, Maurizio Falzone, Vittorio Giarratana, Filippo Interlicchia, Francesca Irene Laterra, Lorenzo Leanza, Giovanni Mangiapane, Carmela Moscato, Maria Parisi, Antonino Putrino, Stefano Salemi, Maria Sitibondo, Luigi Sutera Sardo, Giuditta Turco e Alessandro Vetro.
L’inchiesta coinvolge anche alcune società ritenute dagli investigatori interessate dal presunto sistema di affidamenti: Be.i.Co srl di Catania, Consorzio Stabile Della di Maletto, Edilroad srl di Favara, Essequattro Costruzioni di Favara, Gen.Costruzioni di Maletto, Nuova Faise srl di Galatone, Omnitech srl di Modugno e S.M srl di Favara.
L’ombra lunga degli appalti pubblici
La chiusura delle indagini apre una nuova fase della vicenda giudiziaria. Sarà la Procura a decidere se chiedere il rinvio a giudizio e sarà poi il giudice dell’udienza preliminare a stabilire se le accuse potranno approdare davanti a un tribunale.
Ma il peso politico dell’inchiesta è già evidente. Il fascicolo mette nuovamente sotto pressione un settore – quello degli appalti pubblici – dove si concentrano enormi risorse economiche e dove il confine tra gestione amministrativa e influenza politica può diventare estremamente sottile.
Se le accuse dovessero essere confermate, il quadro che emergerebbe sarebbe quello di un sistema in cui il denaro pubblico sarebbe stato terreno di conquista e gli strumenti dello Stato sarebbero stati piegati a logiche di potere.
Un’accusa che ora dovrà passare al vaglio dei giudici, ma che intanto apre una ferita profonda nella credibilità della gestione pubblica in provincia di Agrigento.
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