Marco e Marco Antonio Procopio, chirurghi plastici attivi nella Capitale, finiscono alla sbarra per omicidio colposo. Lo ha stabilito senza esitazioni il Gup di Roma, firmando il rinvio a giudizio per il tandem di camici bianchi, padre e figlio, ritenuti responsabili della tragedia che nel novembre 2024 ha stroncato la vita della giovanissima Margaret Spada, arrivata da Lentini a Roma inseguendo un ritocco estetico e andata incontro al più assurdo dei destini.
Il sipario sulla vicenda giudiziaria si alzerà il prossimo 9 marzo davanti ai giudici della Nona Sezione Collegiale. In aula, schierati come parti civili, ci saranno i genitori di Margaret e il fidanzato, testimone oculare di quei minuti di puro terrore nell’ambulatorio dell’Eur.
Era il 7 novembre 2024. Un’operazione di routine alla punta del naso si trasforma istantaneamente in un incubo senza ritorno: poche gocce di anestetico e il corpo di Margaret cede, sconvolto dalle convulsioni. Poi la corsa disperata quanto improvvisata dei medici, la porta sbarrata in faccia al compagno e tentativi di rianimazione, drammaticamente inefficaci.
Dietro la facciata dello studio professionale, gli inquirenti capitolini hanno scoperchiato un baratro di negligenze e presunte omissioni. Margaret non sarebbe stata edotta sui reali rischi né sulle norme basilari da seguire: un’incuria tale che la ventiduenne aveva persino consumato un panino prima dell’anestesia, un errore che un’adeguata informativa medica avrebbe dovuto tassativamente scongiurare.
Eppure, a pesare come un macigno è soprattutto la totale inidoneità della struttura medica. Un ambulatorio privo delle necessarie autorizzazioni e drammaticamente sguarnito di difese per le emergenze vitali. Dettagli che lasciano sconcertati: le perizie della Procura parlano chiaro ed evidenziano come un defibrillatore perfettamente funzionante avrebbe garantito a Margaret oltre il 95% di probabilità di sopravvivere all’arresto cardiaco.
«Abbiamo sete di verità e giustizia», le prime dichiarazioni dei genitori della giovane, espresse per mezzo del legale della famiglia Alessandro Vinci, all’uscita dal tribunale. Un grido di dolore che punta l’indice contro una morte non solo ingiusta, ma tragicamente evitabile. La parola, ora, passa ai giudici.
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