Prima i focolai, poi le fiamme. E adesso i satelliti. Mentre sulle Ciane e Saline di Siracusa restano i segni di un incendio che ha devastato un’area di straordinario valore naturalistico, il dibattito si sposta già sulla tecnologia che dovrebbe arrivare domani.
Un progetto da oltre 700 mila euro, fondato sul telerilevamento e sull’Intelligenza Artificiale, annunciato tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Ma per Giuseppe Ansaldi, geologo del Comitato Parchi, e Carmelo Iapichino, ornitologo della LIPU, il punto è un altro: come si può parlare della tecnologia di domani quando non sarebbero state garantite nemmeno le misure di prevenzione di base per affrontare l’emergenza di oggi?
È una domanda che investe direttamente il presidente del Libero Consorzio, Michelangelo Giansiracusa, e che riaccende lo scontro sulla gestione della Riserva. «Cosa c’entrano i rendering e la tecnologia del 2027 con la devastazione di oggi?», chiedono i due esponenti, contestando quella che definiscono la «strada consueta dell’annuncio a effetto».
Il progetto, precisano, non era affatto sconosciuto a chi oggi critica l’Ente. Lo conoscevano bene, spiegano, sia per i ripetuti annunci a mezzo stampa sia per aver partecipato al tavolo tecnico. Ma proprio per questo, sostengono, non è il futuro tecnologico della Riserva a dover essere messo sotto esame. È il presente. E, soprattutto, sono gli anni che lo hanno preceduto.
La tecnologia non spegne le fiamme
Il nodo della polemica è tutto qui. Secondo Ansaldi e Iapichino, presentare una tecnologia ancora da realizzare come risposta al disastro appena consumato rischia di spostare il dibattito dal terreno delle responsabilità immediate a quello delle promesse future.
«Parlare di ciò che forse verrà non cancella le responsabilità su ciò che è accaduto», sostengono, indicando nella presunta assenza delle più elementari misure di prevenzione una delle questioni centrali.
E il progetto di telerilevamento, nella loro ricostruzione, non avrebbe comunque risolto il problema alla radice. Anche se la rete fosse stata già funzionante, si chiedono, quale sarebbe stato il suo effettivo contributo di fronte a un incendio propagatosi con tale violenza, considerando anche la tempestività dell’intervento dei Vigili del Fuoco?
La risposta che danno è netta: «La tecnologia individua il fumo, non spegne le fiamme né elimina il combustibile». Una metafora accompagna la loro contestazione: «Il Presidente sembra scambiare il termometro per la cura».
Il bersaglio non è dunque l’innovazione tecnologica in sé, ma l’idea che il monitoraggio possa sostituire la prevenzione. Per Ansaldi e Iapichino, infatti, il problema sarebbe strutturale e affonderebbe le radici nelle condizioni in cui il territorio sarebbe stato lasciato nel corso degli anni.
Le Saline trasformate in una polveriera
La denuncia entra quindi nel merito della gestione della Riserva. Secondo i due esponenti, la violenza dell’incendio sarebbe stata favorita da una combinazione di fattori: biomassa secca accumulata, assenza di viali parafuoco, mancata pulizia dei bordi stradali e proliferazione incontrollata dei canneti.
Una situazione che, nella loro lettura, non sarebbe casuale ma il risultato di una gestione definita «passiva e assente», caratterizzata dalla mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria.
Particolarmente delicato è il capitolo relativo ai canneti. Ansaldi e Iapichino ne collegano la proliferazione a un regime idrico che, a loro giudizio, sarebbe stato «abbandonato a se stesso». Il risultato, sostengono, è quello di un’area che nel tempo sarebbe stata trasformata in una «polveriera a cielo aperto».
È un’accusa pesante, perché sposta il fuoco della discussione dall’emergenza alla prevenzione e, soprattutto, dalla gestione dell’incendio alla gestione del territorio.
Tre domande all’Ente gestore
All’Ente Gestore non chiediamo conto del futuro, ma del presente e di decenni di omissioni. La loro richiesta di chiarimenti si traduce in tre interrogativi precisi che esigono risposte immediate:
Perché non c’era una vedetta nei giorni critici? In attesa dell’entrata in funzione della rete satellitare e dell’Intelligenza Artificiale, chiedono, perché non sarebbe stato predisposto un semplice presidio di avvistamento da una postazione fissa durante i giorni di allerta rossa, tenuto conto anche dell’estensione dell’area?
Dov’è la squadra di primo intervento? La seconda domanda riguarda l’organizzazione di un nucleo antincendio direttamente operativo nella Riserva: perché, chiedono, l’Ente non avrebbe mai organizzato una squadra stabilmente dislocata nell’area, in grado di intervenire sui focolai nella loro fase iniziale?
Perché non sarebbero stati pienamente applicati gli accordi istituzionali? Qui la contestazione entra nel terreno amministrativo. I due richiamano l’articolo 4 della convenzione di affidamento, che, secondo quanto affermano, impone il raccordo strategico e operativo delle misure antincendio con il Corpo Forestale.
Sono domande che non riguardano il futuro. Riguardano decisioni, organizzazione e prevenzione.
La replica all’accusa di “pregiudizio ideologico”
Gli ambientalisti Ansaldi e Iapichino respingono poi quella che considerano un’altra semplificazione: l’accusa di un «pregiudizio ideologico» da parte dei critici. La loro versione dei fatti è opposta. Dicono di avere partecipato al tavolo tecnico con «serietà e spirito costruttivo», mettendo a disposizione gratuitamente tempo, competenze e credibilità professionale.
Ma proprio quella partecipazione, sostengono, avrebbe fatto emergere un problema: una progettualità che sarebbe stata già sostanzialmente definita a monte. Nel mirino finiscono anche i «noti 5 milioni del FESR», citati come elemento di una programmazione che, secondo i due ambientalisti, avrebbe lasciato poco spazio a modifiche sostanziali.
«Nessuna reale volontà politica di accogliere proposte e modifiche sostanziali», è la loro accusa. Una ricostruzione che, evidentemente, chiama in causa non soltanto la gestione dell’emergenza, ma il metodo con cui vengono costruite le politiche di tutela dell’area protetta.
Il vero confronto è sulla prevenzione
Il confronto, dunque, sembra destinato a proseguire su due piani differenti. Da una parte c’è la prospettiva tecnologica: sensori, telerilevamento, Intelligenza Artificiale e sistemi capaci di individuare tempestivamente anomalie e focolai.
Dall’altra c’è la manutenzione quotidiana del territorio: controllo della vegetazione, gestione dell’acqua, prevenzione, presidi, coordinamento operativo e capacità di intervenire prima che un piccolo focolaio diventi un incendio fuori controllo.
È proprio questa seconda dimensione che Ansaldi e Iapichino vogliono riportare al centro del dibattito. La loro conclusione è anche il messaggio politico più duro rivolto all’Ente gestore: «La tutela dell’ambiente richiede atti concreti, presidio del territorio e manutenzione costante, non fughe in avanti».
E soprattutto, sostengono, chi ha responsabilità amministrative dovrebbe prima rispondere di ciò che è accaduto, e soltanto dopo presentare ciò che verrà.
La partita sulla Riserva Ciane e Saline, insomma, non sembra essere soltanto quella fra vecchi strumenti e nuove tecnologie. È una partita sulla prevenzione e sulla responsabilità. E la domanda che resta sul tavolo è semplice quanto scomoda: quanto di quella devastazione avrebbe potuto essere evitato se, prima dell’Intelligenza Artificiale, fosse stata garantita un’adeguata gestione del territorio?
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