È finita in un residence della provincia di Messina la fuga di Marco D’Angelo, 38 anni, il detenuto originario del Messinese che martedì scorso era riuscito a evadere dal carcere di Augusta. A rintracciarlo sono stati gli uomini della Polizia penitenziaria, al termine di una caccia che per circa due giorni ha tenuto impegnati gli investigatori.
Il pregiudicato, sottoposto al regime dell’Alta sicurezza, era riuscito a far perdere le proprie tracce dopo essersi allontanato dall’istituto penitenziario nel pomeriggio del 25 agosto. Da quel momento era scattata una vasta mobilitazione, con le ricerche estese rapidamente dal Siracusano al territorio messinese.
La cattura rappresenta il punto di arrivo delle ricerche, ma lascia ancora aperti diversi interrogativi. Non sono stati infatti resi noti né il luogo esatto dell’operazione né le circostanze che hanno consentito agli agenti di individuare il fuggitivo. Soprattutto, resta da capire se D’Angelo abbia potuto contare su una rete di sostegno durante le ore trascorse lontano dal carcere.
Su questi aspetti dovrà fare chiarezza l’indagine della Procura di Siracusa. Gli inquirenti stanno ricostruendo la dinamica dell’evasione e verificando eventuali responsabilità, mentre sotto esame finiscono anche le condizioni di sicurezza dell’istituto di Augusta. La procuratrice Sabrina Gambino, che coordina l’inchiesta, aveva già evidenziato alcune criticità del sistema carcerario nelle ore successive alla fuga.
Un elemento centrale dell’indagine riguarda il lavoro svolto da D’Angelo all’interno del penitenziario. Il detenuto era impiegato nel sopravvitto, il servizio destinato alla gestione dei prodotti alimentari che possono essere acquistati dai detenuti. Una mansione che gli permetteva di muoversi con maggiore autonomia rispetto alla normale routine carceraria.
Secondo quanto ricostruito finora, proprio quella maggiore libertà di movimento potrebbe aver giocato un ruolo decisivo. Il detenuto avrebbe sfruttato una fase di cambio del personale e la particolare articolazione degli orari per riuscire a superare i controlli e lasciare la struttura.
Restano ora da ricostruire le ore successive all’evasione. Come ha fatto D’Angelo a raggiungere il Messinese? Chi lo ha aiutato, se qualcuno lo ha fatto? E soprattutto: come è stato possibile che un detenuto inserito nel circuito dell’Alta sicurezza riuscisse a guadagnare l’esterno senza essere immediatamente intercettato?
D’Angelo stava scontando una condanna definitiva a 11 anni e 8 mesi per reati legati al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. La scarcerazione era prevista per il 24 febbraio 2031.
Adesso, mentre la fuga si chiude con la cattura, l’attenzione si sposta sulle responsabilità e sulle eventuali falle del sistema di controllo. L’indagine degli inquirenti dovrà stabilire se si sia trattato di un episodio favorito da una serie di circostanze o se, dietro l’evasione, ci sia stata una vera e propria organizzazione capace di garantire al detenuto una via di fuga e un rifugio fino al momento della cattura.
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