L’idea di costruire il Teatro comunale dove si trova, fu di Tommaso Gargallo. Corre l’anno 1796, il Senato di Siracusa ottiene la donazione di un palazzo attiguo al Monastero dell’Annunziata. Ma non se ne fece nulla: il primo storico intoppo di una lunga serie a venire.
Quando nel 1859 se ne riparlò, altro intoppo per un articolo di Alessandro Rizza che autorevolmente dissentiva eccependo che il luogo prescelto sulle rovine del terremoto del 1693 era ormai «una mandra di capre».
Il 15 febbraio 1867 l’ing. Mutti relazionò che occorrevano 165.000 lire per compiere i lavori. Altro intoppo. Arriva il 1871 e il progetto è approvato affidandolo all’ing. Breda per un costo di lire 154.000, e cinque anni di lavoro.
Si cominciò coi materiali di risulta della distrutta chiesa dell›Annunziata. Siracusanamente cominciarono a piovere su Breda le critiche di chi sul “Gazzettino di Siracusa” denunciava l›assenza di un architrave a sostegno del tetto. Ma intanto le 154.000 lire erano già finite e, sospesi i pagamenti, l’›imprenditore Mascari chiese nel 1873 la rescissione del contratto. Il Municipio lamentò la cattiva qualità del lavoro iniziato, ma si giunse ad una transazione presso il notaio Malandrino.
l877: ripresi i lavori nacque una diatriba per la pietra di Malta utilizzata da Breda invece di quella della cava Longarino. Intanto risultò che l’ala orientale del prospetto nord era più corta di quella occidentale, e che l’edificio mostrava già delle crepe. Breda diede la colpa ai lavoranti, ma nel novembre 1877 il Consiglio comunale condannò Breda e Mascari. Bisognava perciò demolire e rifare la struttura difettosa.
Tra un rinvio e l’altro il tempo scorreva inutilmente. Diventerà poi una regola.
Nel 1878 un gruppo di ingeneri e giornalisti visitò i lavori giudicandoli male eseguiti con muri lesionati. Fu chiesta allora la collaborazione tecnica di Damiani De Almeida che aveva progettato il Politeama di Palermo. Almeida elencò tutta una serie di restauri urgenti: il porticato, le colonne del vestibolo, il muro parafuoco, l’impalcatura di scena, i piloni, il muro posteriore, e la demolizione del “piattabande”. Il Consiglio comunale gli conferì l’incarico, e giù ingenti spese.
Almeida poi aggiunse che il solaio era pericolante, che urgeva fortificare la fiancata della scena, che occorreva una migliore acustica, e una illuminazione “secondo gli ultimi ritrovati della scienza”.
Ci volevano altri soldi da gettare nella voragine aperta dall’inizio, così i mancati pagamenti comunali comportarono l’ennesima sospensione dei lavori. Tornato a Palermo, Almeida scrisse al Sindaco tra l›altro: «Il Municipio dopo aver speso una somma ingente per costruire un Teatro, lo scopo non fu riuscito e l’opera riuscì difettosa di stabilità (…) per vizi di struttura passati e a venire».
Seguirono altri anni di citazioni in giudizio, dibattiti, polemiche. Nel 1880 si propose una perizia a Zeno direttore dell’ufficio tecnico di Catania dietro compenso, ma nel 1881 il Consiglio comunale si oppose e fu citato in giudizio.
Il giornale “Il Tamburo” definì la situazione “tragicomica”. Nel 1883, sindaco Giuseppe Reale, la pratica fu riaperta con una ennesima perizia e con ulteriori spese. Nel 1885 il Consiglio comunale fu sciolto d’autorità, il Regio Delegato Savio nominò una Commissione che non espresse mai alcun parere perché, scrive Loreto, «non sapeva che pesci pigliare”.
Si suggerì di abbattere l›edificio (come si fa ora per il Talete) malamente costruito. Furono anni di inutile attesa. Nel 1888 il Comune stanziò una quota per il completamento del Teatro, così com’era, ma altre diatribe sopravvennero. Tanto che nel 1895 il “Tamburo” chiedeva di iniziare i lavori di rifinitura del Teatro, che nel 1896 venivano puntualmente sospesi ancora.
Finalmente nel 1897, assessore Luigi Formosa, il Teatro comunale venne inaugurato con Traviata, Boheme, Cavalleria rusticana, Pagliacci, e Primavera siciliana di Salvatore Patti. Tutto fatto per bene? Subito dopo il Teatro chiude per restauri. Il resto è storia contemporanea.
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