Siracusa. Rappresentazioni classiche 2026, il solito carrozzone: tra retorica femminista e macerie amministrative

di Redazione

L'Inda punta ancora su un pietismo di facciata per mascherare l'assenza di visione di una presidenza improvvisata

Ancora una volta, il Teatro Greco di Siracusa si prepara a trasformarsi in un palcoscenico di ovvietà. La nuova stagione dell’Inda sembra voler cavalcare l’onda del “politicamente corretto” a tutti i costi, spacciando per rivoluzionaria una rilettura della forza femminile che sa di retorica stantia. Ma d’altronde, cosa ci si può aspettare da una fondazione la cui presidenza è affidata, per puro automatismo statutario, al sindaco pro tempore Francesco Italia?

Un primo cittadino che, mentre dimostra una palese distanza culturale dal mondo delle rappresentazioni classiche, continua a gestire Palazzo Vermexio tra inefficienze e una trascuratezza che getta la città intera nel degrado. Se questa è la guida, non stupisce che l’attenzione dell’ente sia rivolta più ai numeri del botteghino — i vbandati 160 mila biglietti — che alla reale profondità artistica.

Eroi snaturati e regie confuse

Le premesse per Alcesti (in scena dall’8 maggio) rasentano il paradosso. L’interprete Deniz Ozdogan dipinge una protagonista che non sarebbe una vittima, ma una donna “testarda”. Un tentativo maldestro di modernizzare a forza un testo millenario, trasformandolo in una sorta di capriccio individuale. Anche la difesa d’ufficio del personaggio di Admeto – descritto quasi come un amante moderno invece del codardo che la tradizione ci ha consegnato – appare come un’arrampicata sugli specchi del regista Filippo Dini. Non basteranno le musiche di Paolo Fresu a coprire la sensazione di un’operazione commerciale gestita da chi il teatro lo subisce più che comprenderlo.

Non va meglio con l’Antigone di Robert Carsen, dove si scivola nel metafisico più confuso. Camilla Semino Favro parla di un personaggio “impalpabile” e “staccato dal terreno”. Il rischio concreto è quello di assistere a una recitazione priva di quel corpo e di quella rabbia che la tragedia richiederebbe, riducendo l’eroina tebana a una figurina stilizzata, persa nel vuoto di una regia che mira all’”asciuttezza” solo per nascondere la mancanza di idee forti.

Un calendario bulimico tra degrado e realtà aumentata

La rassegna prosegue poi con una bulimia di titoli che sembra voler occupare ogni centimetro di spazio per distogliere lo sguardo dai problemi reali:

  • I Persiani di Àlex Ollé, dove i grandi nomi (Bonaiuto e Boni) servono da paravento dorato.

  • L’Iliade, riproposta con una insistenza che sa di riempitivo per una programmazione senza guizzi.

  • L’immancabile tocco di modernità posticcia: una mostra immersiva basata sull’intelligenza artificiale. L’ennesimo gadget tecnologico voluto da un’amministrazione che preferisce i “viaggi virtuali” alla risoluzione dei problemi concreti che ricoprono di vergogna le strade di Siracusa.

Tra manifesti d’autore e operazioni di marketing, l’Inda a guida Italia rischia di trasformare il rito sacro della tragedia in un’estensione del fallimento amministrativo cittadino: una facciata di prestigio che nasconde un vuoto di competenze e di cura per la propria storia.

02 Maggio 2026 | 10:28
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