Siracusa. Palazzo Vermexio brucia mentre la città affoga: il cinico gioco delle sedie sulla pelle dei cittadini

di Giuseppe Bianca

Tra referendum fantasma, ambizioni personali e il declino dell’era Italia: ecco come la casta locale prepara il sacco della città in vista della tempesta elettorale

Foto esclusiva generata con IA

C’è un silenzio assordante che grava su Siracusa, un silenzio che non è pace, ma rassegnazione mista a rabbia. Mentre il calendario corre inesorabile verso un referendum sulla giustizia che pare interessare soltanto alle felpate stanze dei tribunali o a qualche stanco convegno per addetti ai lavori, la città reale – quella che lotta con il carovita, che osserva con terrore l’escalation dei conflitti internazionali e che vede i propri servizi base cadere a pezzi – è stata deliberatamente lasciata al buio.

I banchetti per i volantini sono deserti, le piazze sono gelide. Non è disinteresse atavico, è la nausea di un popolo che non si riconosce più in una politica ridotta a puro esercizio di posizionamento. Eppure, dietro questa cortina fumogena di apatia, i motori dei partiti stanno ruggendo. Non per risolvere i problemi dei siracusani, sia chiaro, ma per preparare la più grande spartizione di poltrone dell’ultimo decennio.

Il bivio di Francesco Italia: ambizione o dovere?

Al centro di questo terremoto imminente siede lui, Francesco Italia. Il sindaco che ha trasformato la gestione della cosa pubblica in un esercizio di stile, spesso vuoto di sostanza, si trova oggi davanti a un dilemma che nulla ha a che fare con il bene della città. La sua permanenza a Palazzo Vermexio è ormai un countdown legato esclusivamente alle sue personali mire romane.

Siamo davanti a una verità che molti sussurrano ma che nessuno ha il coraggio di gridare: se Italia vuole davvero tentare la scalata al Parlamento nazionale, deve staccare la spina. Deve dimettersi, provocando lo scioglimento anticipato del consiglio e consegnando la città a un commissario o a un’agonia elettorale precoce. È questo il prezzo che Siracusa deve pagare per le ambizioni di un singolo uomo? La gestione della città è diventata un “trampolino”, un fastidioso intermezzo prima di sbarcare nella Capitale. Ma i cittadini, “schifati” – e il termine non è iperbolico – da una manutenzione urbana inesistente e da una programmazione che sembra guardare solo alle vetrine di Ortigia, potrebbero presentare il conto prima del previsto.

L’onda d’urto di Controcorrente e il fattore Vannacci

In questo vuoto pneumatico di amministrazione, si muovono nuovi attori. L’arrivo in città di Ismaele La Vardera con il suo movimento Controcorrente non è stato il solito passaggio elettorale di routine. La folla di curiosi e sostenitori che lo ha accolto è la prova plastica del fallimento di questa giunta: quando la gente corre verso il “nuovo” o il “protestatario”, significa che il “presente” ha fallito su tutta la linea.

Attorno a La Vardera si sono coagulate figure che per l’amministrazione Italia sono incubi ricorrenti: Michele Mangiafico, ormai un martello pneumatico che demolisce quotidianamente le narrazioni di Palazzo Vermexio, affiancato da Francesco Fazzina e Donatella Lo Giudice. Questo blocco si sta inserendo in una prateria lasciata vuota da un’opposizione consiliare troppo spesso timida, se non complice o distratta.

E poi c’è l’incognita Vannacci. Il Generale riuscirà a trasformare i “like” in voti reali nel profondo Sud? Siracusa è una piazza difficile, dove il voto d’opinione spesso si infrange contro il muro del clientelismo storico. Bisognerà vedere se il fenomeno mediatico reggerà l’urto della realtà o se si sgonfierà come un soufflé elettorale prima ancora di toccare terra sicula.

Roma chiama, Siracusa risponde (se può)

La partita per il Parlamento Nazionale sarà una guerra di posizione, complicata da una riforma elettorale che sembra scritta per tutelare i soliti noti. Con l’abolizione dei collegi uninominali e il ritorno a liste bloccate di sei nomi, lo spazio per il merito si azzera: decide il Capo.

In questo scenario, gli unici che dormono sonni relativamente tranquilli sono due:

  1. Luca Cannata (Fratelli d’Italia): Forte di un partito che vola oltre il 30% e di una gestione ferrea del consenso nel sud della provincia. Per lui la riconferma è quasi una formalità, con la possibilità concreta di trascinare un secondo seggio.
  2. Antonio Nicita (PD): La sua blindatura arriva direttamente da Elly Schlein. Un paracadute dorato che lo mette al riparo dalle macerie di un PD locale mai così diviso e privo di una visione per la città.

E gli altri? La lista degli aspiranti è lunga e affamata. Francesco Italia spera in un posto al sole, ma dovrà guardarsi le spalle proprio “in casa”. Michelangelo Giansiracusa, ombra potente e Presidente della Provincia, e l’assessore Pietro Coppa non sono comparse disposte a farsi da parte facilmente. Senza contare i deputati regionali che, fiutando l’aria pesante di Palermo, sognano il trasferimento nei palazzi romani.

Ars: la tonnara dei cinque posti

Se a Roma la situazione è tesa, a Palermo è una vera e propria tonnara. Con solo cinque posti disponibili per la provincia di Siracusa, la lotta sarà all’ultimo sangue.

  • Fratelli d’Italia ha il posto assicurato, ma la guerra interna per chi lo occuperà sarà feroce (con Paolo Romano pronto alla sfida).
  • Il PD vivrà il suo ennesimo dramma fratricida: un derby tra Tiziano Spada e Mario Bonomo che promette solo di lasciare feriti sul campo.
  • Per gli altri tre seggi è il caos: Riccardo Gennuso (Forza Italia) cerca di resistere, mentre l’MPA di Giuseppe Carta schiera l’artiglieria pesante, con Tony Bonafede e potenzialmente lo stesso Giansiracusa.
  • Il Movimento 5 Stelle arranca: Carlo Gilistro si troverà a difendere una poltrona in un contesto nazionale e locale molto diverso dal boom di cinque anni fa.
  • Resisteranno figure come Giovanni Cafeo nella Lega o tenteranno il miracolo outsider come Franco Zappalà ed Edy Bandiera? Lo spazio è poco, la fame è tanta.

La spallata finale: l’ombra di Raffaele Lombardo su Siracusa

Ma la vera bomba politica riguarda la successione a Francesco Italia. Il “Patrarca” della politica siciliana, Raffaele Lombardo, ha già deciso: vuole Siracusa. E per farlo ha un nome pronto, quello dell’attuale assessore alle politiche sociali Marco Zappulla. Una mossa che punta a capitalizzare il malcontento sociale e a occupare militarmente i vuoti lasciati da un PD ormai irrilevante e troppo impegnato in liti condominiali per pensare a una candidatura credibile per la poltrona di primo cittadino.

La verità è amara: Siracusa viene trattata come una scacchiera per fini privati. Da una parte un sindaco che sembra aver già fatto le valigie mentalmente, dall’altra una classe politica che ragiona solo per “incastri” elettorali. In mezzo, una città che affoga tra rifiuti, strade colabrodo e un’economia turistica che arricchisce pochi e lascia le briciole ai molti.

La beffa di un ‘Futuro’ che non arriverà mai

In tutto questo cinico Risiko di poltrone, resta l’amaro in bocca per quel programma elettorale, battezzato «Siracusa al futuro», che oggi suona come una visione. Dovrebbe essere il manifesto della rigenerazione, della trasparenza e dell’innovazione; alla prova dei fatti, abbiamo un’amministrazione che ha scambiato la narrazione con la realtà. Mentre i documenti ufficiali parlano di modelli generativi e città accessibile, i siracusani fanno i conti con una manutenzione ordinaria fantasma e una periferia sistematicamente dimenticata. Il “futuro” dal sindaco Italia sembra essere rimasto incagliato tra le slide di un PowerPoint, utile solo a giustificare un mandato vissuto con la valigia in mano. Se questo è il domani che ci attende, Siracusa farebbe bene a tenersi stretto il suo presente, prima che l’ultima luce di Palazzo Vermexio venga spenta da chi, invece di guidare la città verso il futuro, ha scelto di usarla solo come un binario morto per la propria coincidenza verso Roma.

È tempo che i siracusani si sveglino da questo torpore. Il referendum passerà, le elezioni arriveranno, ma se il metodo rimarrà questo – fatto di liste bloccate e accordi sottobanco – a vincere saranno sempre loro. E a perdere, puntualmente, saremo noi.

 

di Giuseppe Bianca 09 Marzo 2026 | 10:00
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