Siracusa. Industria, Eni investe all’estero e la Cgil alza la voce: «La transizione non sia dismissione per Priolo»

di Redazione

Il sindacato mette Eni, società a partecipazione statale, davanti a una domanda strategica: "Se ci sono capitali, tecnologie e competenze per sviluppare le risorse energetiche in Venezuela, quale futuro industriale si intende garantire a Priolo?". La Cgil di Siracusa chiede un Patto per il polo aretuseo e avverte: "La transizione deve produrre nuove attività, investimenti, occupazione e sicurezza, non diventare l’alibi per le dismissioni"

La crescita internazionale di Eni non può procedere a senso unico. Se il gruppo italiano è in grado di mobilitare capitali, tecnologie e competenze per partecipare allo sviluppo delle risorse energetiche in Venezuela, allora la stessa forza industriale deve tradursi in una nuova stagione di investimenti in Italia e, soprattutto, nei territori che per decenni hanno rappresentato uno dei pilastri della sua presenza industriale.

È questo il punto da cui parte la presa di posizione dei vertici del settore Industria della Cgil Siracusa, che intervengono sulle prospettive del polo industriale siracusano e sulle strategie di Eni, mettendo in relazione la dimensione internazionale del gruppo con il futuro di Priolo, Melilli e Augusta.

«La Cgil non contesta la dimensione internazionale di Eni», chiarisce il sindacato. La questione, però, è quale rapporto debba esistere tra l’espansione oltre i confini nazionali e la responsabilità industriale nei territori italiani. La domanda, per la Cgil, è dunque precisa: se Eni dispone delle risorse necessarie per investire nello sviluppo di nuovi giacimenti all’estero, quale futuro industriale è pronta a garantire alla Sicilia e all’Italia?

La partita venezuelana e il nodo degli investimenti

Gli accordi sottoscritti da Eni per lo sviluppo delle risorse energetiche del Venezuela, secondo il sindacato, rendono ancora più evidente una questione che non può essere lasciata sullo sfondo. Governo, Regione Siciliana ed Eni sono chiamati a chiarire quale strategia intendano mettere in campo per il rafforzamento dell’industria nazionale.

Per la Cgil, infatti, la crescita internazionale del gruppo deve essere accompagnata da una corrispondente strategia di consolidamento della base industriale italiana. Non è sufficiente, dunque, guardare alle opportunità che si aprono sui mercati esteri senza definire contestualmente il destino degli impianti, delle professionalità e delle migliaia di lavoratori che ruotano attorno al polo siracusano.

È qui che il tema della transizione energetica diventa centrale. E anche controverso. Il sindacato contesta quella che definisce la distanza tra la narrazione pubblica di Eni e la struttura effettiva del suo business. Nel mirino finisce anche la comunicazione sviluppata attorno alla transizione energetica, alle fonti rinnovabili e alla sostenibilità. La Cgil parla apertamente di «greenwashing», sostenendo che la quota principale delle attività del gruppo rimanga legata a petrolio e gas e che le strategie adottate non siano sufficienti, a suo giudizio, a garantire una reale coerenza con gli obiettivi climatici.

Il riferimento è anche alla presentazione a Cernobbio dello studio Teha–Eni, che secondo il sindacato non può essere utilizzata per attenuare il confronto sulle scelte industriali concrete.

Priolo davanti a un bivio

Il cuore della vertenza resta però il polo industriale siracusano. Priolo, insieme a Melilli e Augusta, costituisce uno dei principali distretti industriali ed energetici italiani, con una presenza articolata di grandi aziende e una rete di imprese dell’indotto dalla quale dipendono migliaia di lavoratori.

Per la Cgil, il territorio si trova davanti a una fase decisiva. La trasformazione del polo può rappresentare un’opportunità, ma soltanto a una condizione: che la transizione venga accompagnata da investimenti, nuove produzioni e occupazione.

«A Priolo, alla Sicilia serve una transizione vera», è la posizione del sindacato. Una transizione che, nelle parole della Cgil, non può coincidere con la progressiva riduzione degli impianti, con la perdita di posti di lavoro o con l’aumento della precarietà. Al contrario, deve tradursi in «nuove produzioni, nuovi impianti, nuove competenze, nuova occupazione e maggiore sicurezza».

Il messaggio è diretto: il polo siracusano non deve essere considerato un’area industriale destinata al declino, né una realtà da accompagnare lentamente verso una fase residuale.

Il caso Ludoil

La stessa impostazione viene applicata alla vicenda Ludoil Energy. Le dichiarazioni relative alla trasformazione della raffineria e agli investimenti nella produzione di biocarburanti, sostiene la Cgil, sono bene accolti ma ora devono trasformarsi in un piano industriale concreto, verificabile e condiviso con le organizzazioni sindacali.

I vertici del settore Industria del sindacato propongono una sequenza ben precisa: prima definire il futuro industriale, assicurare gli investimenti, formare le competenze necessarie e costruire le condizioni occupazionali; quindi procedere alla trasformazione.

«La transizione deve essere governata e deve essere governata insieme ai lavoratori», sostiene il sindacato. Una richiesta che non riguarda soltanto la tutela occupazionale, ma investe direttamente la qualità della politica industriale nazionale. Perché, nella lettura della Cgil, ciò che accadrà a Priolo non sarà una questione confinata alla provincia di Siracusa: riguarderà la capacità dell’Italia di governare la propria transizione energetica senza perdere pezzi della propria struttura produttiva.

La proposta: un Patto industriale per il polo siracusano

Da qui la proposta di un Patto industriale per il polo siracusano, che metta allo stesso tavolo Governo, Regione Siciliana, imprese, aziende dell’indotto e organizzazioni sindacali.

L’obiettivo è superare la logica delle singole vertenze e costruire una strategia complessiva per il futuro del distretto. Un piano fondato su impegni concreti e verificabili: investimenti in nuove produzioni, innovazione tecnologica, formazione, occupazione, sicurezza e sostenibilità ambientale.

La Cgil chiede, in sostanza, che la transizione non venga semplicemente annunciata, ma programmata e governata. È una partita nella quale il fattore tempo pesa quanto quello degli investimenti. Perché un polo industriale con decenni di storia alle spalle non può essere trasformato attraverso decisioni frammentarie e successive emergenze occupazionali. Servono una visione d’insieme, risorse e una precisa assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni e delle imprese.

Il sindacato, dunque, non chiede di fermare la transizione energetica e nemmeno di mettere in discussione la vocazione internazionale di Eni. Chiede piuttosto che entrambe diventino strumenti di una strategia industriale capace di tenere insieme competitività, lavoro e ambiente.

La sfida, per Siracusa e per la Sicilia, è evitare che la trasformazione industriale si traduca semplicemente in una ritirata. E per l’Italia è dimostrare che la transizione energetica può essere anche una politica di sviluppo.

Il messaggio conclusivo della Cgil è netto: «I lavoratori siciliani non chiedono assistenza. Chiedono una strategia industriale vera».

Una strategia nella quale la forza internazionale di Eni non rappresenti un’alternativa alla presenza industriale nel Paese, ma possa diventare «forza motrice per l’Italia e per la Sicilia».

09 Settembre 2026 | 15:47
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