Non si è ancora spenta l’eco della vergognosa seduta del Consiglio comunale in cui il presidente Alessandro Di Mauro e il vicesindaco Edy Bandiera hanno conferito la più alta onorificenza cittadina a don Renzo Scarpa, ex parroco della chiesa di San Geremia a Venezia. Una cerimonia che ha lasciato i siracusani profondamente indignati e basiti, come uno schiaffo diretto alla storia, alla fede e al sentimento più intimo che lega la città alla sua Patrona. Molti già la definiscono una macchia indelebile nella storia recente di Siracusa.
A rendere questa vicenda ancora più grave è il fatto che l’intero impianto celebrativo sia stato costruito su un clamoroso travisamento: la chiesa veneziana in cui fu custodito il Corpo di Santa Lucia non era e non è mai stata intitolata a lei. Per decenni è stata solo la chiesa di San Geremia, con il Corpo della Santa ospitato dal 1860 come presenza, non come titolarità della parrocchia. Chiunque abbia mai venerato le reliquie lo sa bene; eppure il Comune di Siracusa ha permesso che si diffondesse un errore grossolano, offensivo, come se la storia e la fede della città fossero accessorie di un atto formale di riconoscimento.
Fino all’ottobre del 2018, la parrocchia portava esclusivamente il nome di San Geremia. Solo dopo la chiusura come parrocchia, e quindi ben dopo l’epoca di don Scarpa, l’edificio è stato riconfigurato come Santuario di Santa Lucia. Una distinzione cruciale, ignorata da chi amministra la città, ma centrale per chi conosce e rispetta la storia luciana. Quanti siracusani sapevano davvero questa verità prima della cerimonia? Quanti sono stati correttamente informati?
L’atto compiuto in Consiglio comunale appare ancor più inaccettabile se si considera il ruolo storico che Renzo Scarpa ha avuto nel fallimento della missione condotta dall’arcivescovo Giuseppe Costanzo nel 2006. Una missione che alimentava la speranza, vera e palpabile, di riportare a Siracusa il Corpo di Santa Lucia. Un sogno antico, mai realizzato, e oggi ancora più distante. Eppure nessuno ha avuto il coraggio di chiedere conto di quell’ostruzionismo, di quella responsabilità.
Nella memoria collettiva, l’unico paragone possibile è con Giorgio Maniace: il condottiero bizantino che, con l’inganno, si fece rivelare il luogo segreto della sepoltura della Santa e ne trafugò il corpo per portarlo a Costantinopoli. Secoli dopo, i veneziani completarono il ciclo degli scippi con un’altra sottrazione, approfittando di una Crociata mai giunta in Terrasanta. Storie di inganni, furti, tradimenti di un popolo e della sua Patrona. È inevitabile che oggi, davanti all’operato di Scarpa, molti siracusani vedano un’eco di quelle pagine oscure, una continuità inquietante di sfida alla memoria collettiva.
E se questo non bastasse, la scena offerta dalla cerimonia ha aggiunto ulteriore amarezza. Nessun rappresentante della Chiesa siracusana. Nessun membro della Deputazione della Cappella di Santa Lucia. Nessun segno di condivisione da parte delle istituzioni religiose che custodiscono da secoli il legame più profondo tra la città e la Santa. L’assenza del presidente della Deputazione, l’avvocato Sebastiano Ricupero, parla più di mille parole. È un silenzio che pesa, grida e sottolinea l’isolamento e la fragilità istituzionale di un atto privo di senso e di legittimità.
Ma ciò che lascia davvero sgomenti, e che deve essere denunciato con forza, è l’atteggiamento nefasto e da prestigiatore del Patriarcato di Venezia. Un organismo che dovrebbe essere custode della storia e della fede, e che invece sceglie il silenzio ambiguo, le mezze verità, l’ambiguità istituzionale. Il Patriarcato lascia intendere tutto e insieme nulla, alimentando confusione, frustrazione e indignazione nei siracusani. È una presa in giro deliberata: uno dei principali attori di questa farsa religiosa che calpesta secoli di memoria e tradizione luciana. Non si tratta più di incomprensioni: siamo davanti a un comportamento politicamente e moralmente inaccettabile, orchestrato da chi dovrebbe proteggere la fede e la storia, e invece ne tradisce lo spirito.
Basta con giochi di prestigio, mezze verità e interpretazioni interessate. Basta con il silenzio del Patriarcato, che permette passerelle vuote e atti privi di senso. Il popolo di Siracusa non intende più essere spettatore passivo di questa recita. Non è polemica sterile: è difesa della verità, del rispetto e dell’onestà religiosa. La storia di Santa Lucia non può e non deve essere piegata a interessi di comodo, a strategie politiche o a convenienze istituzionali.
I siracusani chiedono chiarezza, trasparenza e rispetto per la loro Patrona. Non vogliono più assistere mentre la loro memoria viene vilipesa. La vergogna di questa giornata rimarrà impressa: una ferita aperta nella coscienza della città. I nomi di chi ha voluto e firmato questa scelta – Di Mauro, Bandiera e chi ha tollerato questa farsa – rischiano di restare indelebilmente segnati nella storia di Siracusa come simboli di un affronto morale e religioso senza precedenti.
Ma più di ogni altra cosa, i siracusani rivendicano il diritto di difendere la loro identità storica e spirituale, la loro Patrona, e la dignità di un popolo che ha resistito secoli di soprusi, inganni e furti della propria memoria sacra. Santa Lucia è più di una reliquia: è il cuore pulsante di Siracusa, il simbolo della sua storia e della sua comunità. Non può essere oggetto di passerelle politiche o di farsa religiosa, e chiunque tenti di piegarla al proprio tornaconto dovrà fare i conti con l’orgoglio e la memoria di una città intera.
Il popolo di Siracusa reclama giustizia, rispetto e verità. E non si fermerà finché la memoria di Santa Lucia non sarà difesa e onorata come merita, al di sopra di politici, passerelle, ambiguità e silenzi istituzionali. Questa è una battaglia di coscienza, storia e fede: una battaglia che Siracusa è pronta a combattere con fermezza e dignità, contro chi tenta di strumentalizzare persino la religione a fini politici o di prestigio personale, in primis il Patriarcato di Venezia.
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