Non soltanto le fiamme. A bruciare, insieme alla vegetazione della Riserva Naturale Orientata Fiume Ciane e Saline di Siracusa, è anche la pazienza di chi da anni denuncia condizioni di degrado e carenze nella tutela di uno degli ecosistemi più delicati del territorio siracusano.
Il vasto incendio che ha interessato l’area protetta riapre infatti una questione che le associazioni ambientaliste considerano tutt’altro che episodica: quella della gestione della riserva e delle misure di prevenzione degli incendi. Giuseppe Ansaldi del Comitato Parchi, Carmelo Iapichino della LIPU e Liliana Gissara di Italia Nostra puntano il dito contro il Libero Consorzio Comunale di Siracusa, guidato da Michelangelo Giansiracusa, individuando nella gestione dell’area una delle questioni centrali da chiarire.
La loro accusa è netta: «Il rogo, di chiara matrice dolosa, che ha divorato vaste aree della Riserva Naturale Orientata Fiume Ciane e Saline di Siracusa non è una fatalità né un evento imprevisto». Per i tre esponenti, l’incendio rappresenterebbe piuttosto «l’ennesima, drammatica conferma del fallimento gestionale» dell’ente, al quale attribuiscono una condotta omissiva protrattasi nel tempo.
Un’accusa pesante, che dovrà essere verificata alla luce degli accertamenti sulle cause dell’incendio e sulle responsabilità amministrative e operative. Ma che mette sul tavolo un problema più ampio: quanto è stato fatto, negli anni, per rendere effettivamente più sicura e resiliente un’area naturale esposta al rischio incendi?

Quarant’anni di vuoto operativo
Nel mirino delle associazioni c’è innanzitutto l’applicazione della convenzione di affidamento della riserva. Ansaldi, Iapichino e Gissara sostengono che per oltre quarant’anni sarebbero state disattese le prescrizioni dell’articolo 5 della convenzione, in particolare quelle relative alla pianificazione e all’attuazione delle misure di prevenzione antincendio.
Secondo la loro ricostruzione, sarebbe mancato un raccordo operativo costante con il Corpo Forestale, oggi Dipartimento dello Sviluppo Rurale e Territoriale, e il risultato sarebbe una riserva sostanzialmente priva di una strategia adeguata di prevenzione.
La contestazione riguarda, in particolare, l’assenza o l’insufficienza di fasce tagliafuoco, sistemi di monitoraggio e interventi strutturali. Non una lacuna circoscritta a una singola stagione, dunque, ma – secondo le associazioni – una criticità sedimentata nel corso di decenni.
È proprio questa la parte più severa della denuncia. Perché, se le contestazioni trovassero conferma, il problema non sarebbe soltanto quello di un incendio appiccato da qualcuno, ma della vulnerabilità di un territorio che avrebbe dovuto essere preparato a fronteggiarlo.
Totale assenza di manutenzione
Al centro della polemica finisce anche la manutenzione della vegetazione. I tre rappresentanti ambientalisti denunciano una «totale assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria», indicando nei canneti abbandonati uno dei simboli più evidenti della situazione.
La crescita incontrollata della vegetazione e l’accumulo di biomassa secca vengono descritti come una vera e propria riserva di combustibile. Una condizione che, in presenza di un innesco, può favorire la propagazione delle fiamme e rendere più difficile il controllo dell’incendio.
Ma la questione, secondo le associazioni, non sarebbe soltanto antincendio. La gestione della vegetazione avrebbe infatti ricadute dirette sull’equilibrio ecologico della riserva.
In un ambiente umido e fragile come quello delle saline e del corso del Ciane, la manutenzione selettiva dei canneti può assumere una funzione che va oltre la semplice prevenzione del rischio: significa preservare habitat, garantire spazi idonei alla nidificazione e contribuire alla conservazione di anfibi, fauna acquatica e avifauna.
L’accusa rivolta all’ente gestore è dunque quella di aver lasciato che una componente naturale dell’ecosistema si trasformasse, per effetto dell’abbandono, in un fattore di vulnerabilità.
Riserva sotto pressione: «Una bomba a tempo»
Il quadro tracciato da Comitato Parchi, LIPU e Italia Nostra è quello di un ecosistema sottoposto a una pressione crescente. I canneti, sostengono, avrebbero progressivamente occupato gli spazi disponibili, arrivando a soffocare anche alcuni dei bacini idrici superstiti. A questo si aggiungerebbero l’erosione costiera e il progressivo impoverimento della biodiversità tipica dell’area delle saline.
È una denuncia che va oltre la cronaca dell’incendio e investe direttamente il modello di gestione di un patrimonio naturalistico di particolare pregio. Il punto sollevato dalle associazioni è semplice quanto scomodo: una riserva naturale non può essere considerata tutelata soltanto perché formalmente inserita in un regime di protezione. La tutela, per essere effettiva, richiede risorse, manutenzione, monitoraggio e soprattutto continuità amministrativa.
Nel loro intervento, i tre esponenti utilizzano un’immagine particolarmente dura: quella di una «bomba a tempo» che sarebbe esplosa ancora una volta sotto gli occhi della cittadinanza.
Il riferimento è anche all’impatto sulle aree limitrofe, dove l’incendio avrebbe alimentato preoccupazione tra i residenti. La vicinanza tra un’area naturale caratterizzata da una consistente presenza di vegetazione e zone abitate rende infatti la prevenzione un elemento essenziale non soltanto per la conservazione ambientale, ma anche per la sicurezza del territorio.
Ed è proprio sulla prevenzione che le associazioni chiedono ora di spostare il confronto. Non bastano, sostengono, interventi emergenziali dopo il passaggio delle fiamme. Occorre capire cosa non abbia funzionato prima: quali opere siano state programmate, quali effettivamente realizzate, quali risorse siano state stanziate, quali attività di manutenzione siano state svolte e con quale frequenza. E, soprattutto, chi avesse il compito di garantire che quegli interventi venissero effettuati.
La richiesta: accertare le responsabilità
Le associazioni non lascia spazio a formule interlocutorie e chiedono l’immediato accertamento delle responsabilità e un «radicale cambio di rotta» nella gestione della Riserva: «Non è più tempo di giustificazioni burocratiche o promesse di circostanza».
La questione, a questo punto, non può essere liquidata soltanto come l’ennesima emergenza estiva. Se la matrice dolosa del rogo sarà confermata dagli accertamenti, resterà comunque da affrontare il tema della vulnerabilità dell’area e dell’efficacia delle misure di prevenzione. Un incendio appiccato deliberatamente può essere difficile da impedire; una vegetazione lasciata senza adeguata manutenzione, invece, chiama in causa precise scelte di gestione.
È questa la domanda politica e amministrativa che il rogo del Ciane ripropone con forza: quanto vale, concretamente, la tutela di una riserva naturale quando gli strumenti necessari per proteggerla non vengono garantiti con continuità?
Il futuro del Ciane e delle sue Saline passa ora anche da una risposta a questa domanda. E, per le associazioni ambientaliste, il tempo delle spiegazioni non può più precedere quello delle decisioni.
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