Si chiude con due assoluzioni piene il processo che per anni ha tenuto sotto i riflettori la comunità avolese. Il Tribunale di Siracusa ha riconosciuto l’estraneità ai fatti di un cinquantenne titolare di una casa di cura e di una infermiera di 42 anni, entrambi accusati di omicidio colposo e maltrattamenti in relazione al decesso di un anziano avvenuto nel gennaio 2017.
La vicenda aveva scosso i familiari della vittima e alimentato un contenzioso giudiziario complesso, nato dal sospetto che la morte dell’anziano fosse stata conseguenza diretta di negligenze nella struttura privata in cui era ospitato. L’uomo, già fragile dal punto di vista clinico, era stato trasferito d’urgenza all’ospedale “Di Maria” di Avola, dove morì poco dopo a causa di una setticemia. Per i parenti non vi erano dubbi: a provocare l’infezione era stato il posizionamento di un catetere, che – secondo la loro ricostruzione – sarebbe stato applicato senza prescrizione medica.
La Procura di Siracusa aveva sposato la tesi accusatoria, chiedendo e ottenendo il rinvio a giudizio per i due indagati. L’ipotesi era quella di una condotta superficiale e dannosa che, unita a presunti episodi di abbandono e incuria, avrebbe contribuito al decesso del pensionato.
Nel corso del dibattimento, tuttavia, la ricostruzione dell’accusa è stata messa a dura prova dalle prove documentali e testimoniali prodotte dalla difesa. È stato dimostrato che l’infermiera non lavorava più nella struttura al momento dei fatti contestati, bensì era impiegata in un’altra realtà sanitaria, circostanza che la rendeva del tutto estranea al presunto errore sanitario.
Per quanto riguarda il titolare della clinica, il suo avvocato ha depositato in aula la prescrizione medica che autorizzava l’applicazione del catetere, smontando così l’ipotesi di un intervento arbitrario. Inoltre, è emerso che non vi furono condotte di abbandono o maltrattamento: anzi, fu proprio lo stesso gestore a contattare il 118 e a sollecitare l’arrivo dell’ambulanza che trasferì l’anziano al pronto soccorso.
Alla luce di questi elementi, le accuse non hanno retto. Il collegio giudicante, al termine della Camera di consiglio, ha assolto entrambi gli imputati con formula piena: “per non aver commesso il fatto”.
La sentenza chiude definitivamente una vicenda giudiziaria che ha segnato la comunità locale, riportando serenità ai due professionisti coinvolti e lasciando, tuttavia, aperte le ferite della famiglia del pensionato, ancora convinta che dietro quella morte vi fossero responsabilità precise. Una verità processuale chiara, dunque, ma che non cancella il dolore e le ombre di una storia complessa in cui sanità, giustizia e sofferenza umana si sono intrecciate per quasi un decennio.
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