Sicilia. Intrecci tra mafia, massoneria e appalti alla Regione: 90 mila euro in casa e la rete di corruzione del burocrate Iacolino

di Anthony Maria Bianca

Tra loschi favori politici, raccomandazioni e affari mafiosi: il manager Iacolino, con un trascorso da direttore amministrativo anche all'Asp di Siracusa per poi essere stato 'licenziato', era completamente a servizio del boss di Cosa Nostra, Carmelo Vetro. Dalle intercettazioni alle nomine strategiche nella sanità, l’indagine smaschera l’influenza della criminalità organizzata tra i corridoi della Regione Sicilia

L’ultima inchiesta che scuote la Sicilia solleva il velo su un sistema oscuro e profondamente radicato: una trama fitta di rapporti tra mafiosi, colletti bianchi, ambienti massonici e imprenditori.

Un intreccio di interessi e potere, difficile da districare, che dalle zone d’ombra arriva fino ai palazzi della Regione, travolgendo due assessorati e riportando al centro una rete di connivenze che sembra non avere confini.

La Procura di Palermo ha disposto una serie di perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici del neo direttore generale del Policlinico di Messina ed ex parlamentare europeo del Pdl Salvatore Iacolino.

Iacolino è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata dall’aver agevolato Cosa Nostra. Durante le ispezioni degli inquirenti, in casa del manager Iacolino sono stati trovati novantamila euro in contanti.

Il procuratore Maurizio de Lucia, l’aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti Bruno Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino, contestano a Iacolino di avere messo a disposizione della famiglia mafiosa di Favara il potere e le relazioni costruite negli anni in cui è stato dirigente generale del Dipartimento per la pianificazione strategica dell’assessorato regionale e, ancora prima, parlamentare europeo eletto con Forza Italia. Nell’ambito della stessa inchiesta sono finiti in carcere un dirigente della Regione Sicilia, Giancarlo Teresi, e il capomafia agrigentino Vetro.

Intrecci tra mafiosi, massoneria e appalti regionali

Nasce dalla scoperta di un sistema consolidato di corruzione collegato ad appalti assegnati dalla Regione l’indagine su Salvatore Iacolino.

Vetro, figlio di un capomafia, avrebbe nel tempo messo a frutto anche importanti relazioni derivanti dalla sua appartenenza alla massoneria. Secondo i magistrati, che hanno disposto perquisizioni nelle case dell’indagato, Iacolino sarebbe stato a totale disposizione del boss suo compaesano assicurando prospettive imprenditoriali alla società a lui riconducibile, l’ANSA Ambiente.

Il superburocrate Iacolino, in cambio, avrebbe segnalato al mafioso persone che aveva interesse a fare assumere in una società che operava nel Messinese e in un caso avrebbe messo il boss in contatto con altri esponenti politici, come la vicepresidente dell’Antimafia regionale Bernadette Grasso, perché questa potesse raccomandare suoi protetti. Vetro in sostanza avrebbe sfruttato sistematicamente il compaesano per instaurare e consolidare rapporti con figure apicali dell’amministrazione regionale, nel settore dei lavori pubblici e della sanità.

Tra le vicende sospette indicate dai magistrati ci sono la procedura per l’accreditamento regionale per prestazioni sanitarie della società ARCOBALENO s.r.l. riconducibile a Giovanni Aveni, imprenditore in affari con il boss favarese e da questi segnalato al manager e la revoca dell’accreditamento regionale sempre nel settore sanitario alla ANFILD ONLUS di Messina che era di un concorrente di Vetro. Iacolino, oltre a rendersi disponibile a interessarsi per gli adempimenti amministrativi di competenza del suo ufficio, avrebbe sollecitato più volte i direttori generale e amministrativo dell’ASP di Messina e creato un canale diretto riservato tra questi, Vetro e Aveni. Anche Aveni risulta indagato.

Chi è Salvatore Iacolino

Nell’indagine spicca il nome dell’imputato Salvatore Iacolino, burocrate regionale, anche lui originario di Favara. La sua carriera si è sviluppata quasi interamente nel sistema sanitario siciliano: i primi passi all’Azienda sanitaria di Agrigento e, tra il 2005 e il 2009, un incarico di grande peso come direttore generale dell’Azienda sanitaria di Palermo, ottenuto durante il governo regionale guidato da Totò Cuffaro, finito di nuovo ai domiciliari negli ultimi mesi.

Proprio nelle indagini che riguardavano Cuffaro erano emerse alcune intercettazioni in cui compariva anche Iacolino, sempre nell’ambito di discussioni legate alle nomine nella sanità. Conversazioni che, però, non avevano fatto emergere elementi penalmente rilevanti. Nel corso degli anni, tuttavia, Iacolino è rimasto politicamente vicino a Renato Schifani.

La sua attività non si è limitata alla sanità. Parallelamente ha coltivato un percorso politico: alla fine degli anni Novanta è stato assessore comunale ad Agrigento e nel 2009 ha conquistato un seggio al Parlamento europeo con il Popolo della Libertà. A Strasburgo è rimasto fino al 2014, ricoprendo anche il ruolo di vicepresidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Nel 2012 ha tentato la corsa alle elezioni regionali siciliane con il Pdl nel collegio di Agrigento, senza però riuscire a ottenere l’elezione. Due anni dopo si è ripresentato alle Europee con Forza Italia, ma anche in quell’occasione non è riuscito a tornare a Bruxelles. Così è rientrato nei ranghi della sanità pubblica, tornando a lavorare come dirigente amministrativo all’Asp di Agrigento.

Nel 2017 ha aderito all’Unione di Centro e ha provato nuovamente a entrare all’Assemblea regionale siciliana, ma anche questo tentativo si è concluso senza successo.

Dal 2019 la sua carriera amministrativa riprende slancio: prima come direttore amministrativo dell’Asp di Siracusa, sebbene molto contestato e addirittura licenziato, e poi, nel 2022, per alcuni mesi, con lo stesso incarico nell’azienda sanitaria di Caltanissetta. Successivamente viene nominato commissario straordinario del Policlinico di Palermo.

La svolta arriva nel maggio 2023, quando il governo guidato da Schifani gli affida la guida del Dipartimento di Pianificazione strategica dell’assessorato regionale alla Salute. Una scelta che provoca tensioni all’interno della stessa maggioranza. Pochi giorni fa, infine, l’ultimo capitolo: la nomina a direttore generale del Policlinico di Messina.

In carcere Giancarlo Teresi, dirigente della Regione

Avrebbe fatto avere lavori a una società di un mafioso in cambio di soldi: con l’accusa di corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra, e in particolare il boss Vetro, è stato arrestato Giancarlo Teresi, dirigente regionale del dipartimento delle Infrastrutture e Mobilità della Regione Siciliana. In carcere per gli stessi reati è finito anche il capomafia Agrigentino.

Nell’indagine sono coinvolti tra gli altri anche il fratello di Vetro, Salvatore e Antonio Lombardo, dipendente e amministratore formale della società dell’imprenditore mafioso. Secondo l’accusa, per anni Teresi avrebbe “asservito la propria funzione” agli interessi privati del boss di Favara, in passato condannato per mafia a 9 anni con sentenza ormai definitiva, ricevendo in cambio diverse tangenti.

Solo tra marzo, luglio e agosto dello scorso anno sarebbero tre le dazioni di denaro accertate. Sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti sono finiti i lavori per bonifiche, dragaggi, ripascimenti costieri e per il conferimento in discariche autorizzate dei sedimenti rimossi dai fondali marini commissionati dal dipartimento di Teresi per i porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini.

Teresi avrebbe sistematicamente sponsorizzato e favorito la società gestita occultamente da Vetro, la Ansa Ambiente s.r.l., che si occupa di intermediazione e commercio di rifiuti. Il dirigente, attraverso gli accordi corruttivi, avrebbe permesso a Vetro di bypassare l’ ostacolo rappresentato dalle misure di prevenzione subite e la normativa in materia di interdittiva antimafia consentendogli di svolgere di fatto l’attività imprenditoriale “in un settore delicatissimo, quale quello dei rifiuti, guadagnare denaro e prestigio negli ambienti criminali”, anche alla luce dei suoi rapporti con personaggi come Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro.

Teresi già sotto processo, fu invitato dai dirigenti a non andare in pensione

Già finito in cella per corruzione 6 anni fa e ancora sotto processo, in quel caso su richiesta della Procura di Messina che all’epoca era diretta dall’attuale procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, Teresi è stato ritenuto “indispensabile” dai vertici amministrativi regionali tanto da continuare a rivestire ruoli di vertice oltre l’età pensionabile. La Regione, infatti, nonostante l’indagato avesse raggiunto i requisiti per il pensionamento a gennaio del 2025, con un decreto del 31 dicembre 2024 ha approvato il differimento del termine di quiescenza prima al 30 giugno 2025 e poi al 31 agosto 2025.

Successivamente Teresi ha ottenuto con decreto dell’assessorato delle Autonomie Locali di restare in servizio fino al raggiungimento del 70esimo anno. Spostato dal dipartimento Infrastrutture Mobilità e Trasporti al dipartimento Regionale Tecnico, ha mantenuto comunque le vecchie funzioni. Dalle indagini emerge come ben due direttori generali dei dipartimenti inquadrati nell’assessorato Infrastrutture, Salvatore Lizzio e Duilio Alongi, hanno sollecitato Teresi a presentare la domanda per la permanenza in servizio.

di Anthony Maria Bianca 10 Marzo 2026 | 20:15
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