C’è una domanda che la politica siciliana dovrebbe avere il coraggio di porsi: quanto deve ancora aspettare un cittadino di Siracusa prima di poter considerare davvero garantito il proprio diritto alla salute? Il Rapporto Gimbe 2026 sul Servizio Sanitario Nazionale consegna una fotografia che non lascia spazio alle interpretazioni. Il SSN continua a produrre risultati complessivamente positivi, ma la sua capacità di garantire cure tempestive, appropriate ed equamente distribuite si sta progressivamente indebolendo.
E la Sicilia è ancora una volta dalla parte sbagliata della classifica. Nel 2024 l’Isola risulta inadempiente nell’area della prevenzione. Il 78,2% dei saldi negativi della mobilità sanitaria nazionale si concentra inoltre in sei Regioni, tra cui proprio la Sicilia. Non sono semplicemente numeri. Dietro quei numeri ci sono persone costrette a partire, famiglie che affrontano viaggi, malati che cercano altrove ciò che non trovano nella propria provincia. E ci sono risorse economiche che escono dal territorio.
Quando un cittadino deve andare fuori provincia o fuori Regione per curarsi, la sanità del territorio ha già perso. Siracusa conosce bene questa realtà. Da anni la provincia vive una condizione di evidente fragilità sanitaria. Liste d’attesa, difficoltà nell’accesso alle prestazioni, carenza di personale, servizi territoriali da rafforzare e mobilità sanitaria hanno finito per alimentare una situazione nella quale chi possiede maggiori disponibilità economiche può cercare rapidamente una soluzione nel privato, mentre chi ha meno risorse è costretto ad aspettare o, peggio ancora, a rinunciare.
È una sanità a due velocità. Una per chi può pagare. Un’altra per chi non può. E questo non è più accettabile. Il Rapporto Gimbe sottolinea come la povertà economica rappresenti uno dei fattori che maggiormente espongono le persone alla rinuncia alle cure. Nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie italiane vivevano in condizioni di povertà assoluta. Nelle Isole l’incidenza raggiunge l’11,2%.
Sono proprio queste famiglie che rischiano di rimanere indietro. La sanità, quindi, non è soltanto una questione di bilanci, ospedali e statistiche. È una questione di uguaglianza. E qui emerge tutta la contraddizione siciliana. Da una parte si continua a parlare di risanamento, Piani di rientro e contenimento della spesa. Dall’altra, dopo quasi vent’anni, la Sicilia è ancora dentro il Piano di rientro. Quasi vent’anni per mettere ordine nei conti, senza essere riusciti a trasformare fino in fondo il sistema.
Ma quanto tempo ancora bisogna aspettare? Il cittadino non può essere chiamato a pagare all’infinito per inefficienze che non ha prodotto. Paga attraverso le tasse. Paga attraverso la sanità privata. Paga quando deve spostarsi. Paga quando accompagna un familiare lontano da casa. E paga soprattutto quando, per mancanza di denaro o per tempi di attesa incompatibili con il proprio stato di salute, decide di rinunciare.
Questo è il vero fallimento
Per Siracusa, dunque, il nuovo ospedale non può essere soltanto una promessa da spendere nelle campagne elettorali. Deve diventare il simbolo di una nuova stagione della sanità provinciale. Ma attenzione: costruire un ospedale non basta. Servono medici. Servono infermieri. Servono tecnici. Servono servizi territoriali efficienti. Servono diagnostica e prevenzione. Servono strutture capaci di ridurre concretamente la mobilità sanitaria. Servono soprattutto programmazione e responsabilità. Perché sarebbe drammatico consegnare ai cittadini una struttura moderna e scoprire poi che mancano le professionalità e l’organizzazione necessarie per farla funzionare pienamente. Siracusa non può più accontentarsi delle classifiche che la relegano nelle retrovie. Non può accettare che un cittadino siracusano debba sentirsi meno tutelato di un cittadino che vive in un’altra parte d’Italia. Non può essere normale che per ottenere una prestazione sanitaria si debba mettere mano al portafoglio o preparare una valigia.
La salute non è un privilegio. È un diritto
E quando un diritto fondamentale diventa più facilmente accessibile a chi ha denaro, mentre chi è povero deve aspettare o rinunciare, significa che qualcosa di profondo nel sistema si è spezzato. Il Rapporto Gimbe non dovrebbe dunque essere archiviato come l’ennesimo documento tecnico. Dovrebbe diventare un atto d’accusa. Per la Sicilia. E soprattutto per una provincia, quella di Siracusa, che non può più permettersi di essere ultima. La politica smetta di contare le promesse e cominci a contare i cittadini che aspettano di essere curati.
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