Siracusa. “Qui comandiamo noi”: la mafia piega l’economia. Pizzo, droga e imprese nella morsa del clan Nardo

di Anthony Maria Bianca

Dall’operazione “Santuzzi-Gerione” guidata dalla Dda etnea, culminata in 25 misure cautelari, emerge il quadro di un’organizzazione mafiosa capace di spaziare dal narcotraffico ai cantieri sulle autostrade, dal fotovoltaico alle videochiamate dal carcere per impartire ordini. Fino all'ombra di un omicidio sventato e a quella pistola impugnata da un bambino. Il capo dei pm di Catania lancia un appello: “Denunciate, le porte della Procura sono aperte”

C’è un filo che attraversa l’indagine scattata lo scorso 24 settembre e che va ben oltre il semplice elenco dei reati contestati. È il filo del controllo mafioso. Una mano nera sul territorio, sulle attività economiche, sui rapporti con gli imprenditori e, soprattutto, una continua e penetrante relazione con gli altri gruppi criminali.

È questa la fotografia nitida e senza sbavature che emerge dall’operazione “Santuzzi-Gerione”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania e sfociata in 25 misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati, all’interno di un procedimento che ne coinvolge complessivamente 38.

Al centro dell’inchiesta c’è il clan Nardo di Lentini, indicato dagli investigatori come articolazione della galassia mafiosa riconducibile ai Santapaola-Ercolano, attigua a Cosa Nostra. Ma la ricostruzione investigativa racconta qualcosa di più articolato di una semplice struttura gerarchica: descrive una presenza capace di adattarsi ai cambiamenti e di trovare nuovi spazi di profitto senza mai abbandonare i metodi criminali tradizionali.

La mazzetta perpetua e la mutazione del racket

Il denaro, in questa prospettiva, arrivava da più direzioni. Le estorsioni rappresentavano una delle fonti di finanziamento più durature, tanto che gli investigatori hanno individuato richieste che avrebbero avute radici addirittura in vicende risalenti a decenni fa.

È stato lo stesso procuratore di Catania, Francesco Curcio, a sottolineare uno degli aspetti più amari dell’indagine: «Sono emersi casi di soggetti che pagavano 40 anni fa e che adesso abbiamo scoperto continuana a pagare».

Accanto al pizzo tradizionale comparivano però forme più sofisticate di pressione: una percentuale sugli utili delle imprese, servizi imposti, condizionamenti nelle attività commerciali e interferenze nella gestione di settori economici strategici. Il racket non è rimasto confinato alla classica busta: ha assunto la forma di un’imposizione economica a 360 gradi, dove le aziende erano chiamate a riconoscere una quota fissa per il solo fatto di poter lavorare.

Il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita ha evidenziato una mafia capace di esercitare un controllo capillare su molte attività, costrette a versare una parte degli utili per ogni singolo servizio reso. Un sistema che ha stritolato le imprese della filiera agroalimentare, le società di trasporti e le attività collegate a lavori e appalti.

Non solo pizzo: l’occupazione militare dei cantieri

La novità più significativa riguarda la profondità del condizionamento. La DDA ha ricostruito come l’interesse del clan non si fermasse alla riscossione del denaro: puntava a governare ciò che accadeva attorno ai cantieri, decidendo chi potesse lavorare, dove potessero essere ricoverati i mezzi, quali strutture utilizzare per ospitare gli operai e persino quali responsabili di cantiere avrebbero dovuto essere coinvolti.

Uno degli episodi più emblematici riguarda la realizzazione di una stazione elettrica a Vizzini. Al centro della vicenda compare Antonino Guercio, indicato come la figura attraverso la quale il clan esercitava pressioni sulle imprese. La commessa era stata affidata al consorzio Italwork, che aveva individuato come esecutrice la Ceie Power. Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, i referenti della società si sono trovati a fare i conti con ingerenze dirette nella gestione aziendale: la scelta degli alloggi per i dipendenti, il ricovero dei mezzi e l’organizzazione del personale erano diventati materia del clan.

Le intercettazioni testimoniano la pretesa di impiegare lavoratori del posto e di rispettare ogni indicazione. Emblematica la frase catturata dagli inquirenti: «La ditta la devi tenere calma», a sintetizzare la necessità di mantenere il controllo senza compromettere la continuità dei lavori.

Il condizionamento arrivava al punto da verificare di persona il numero di operai ospitati nelle strutture indicate e di intervenire se il livello di occupazione degli alloggi non veniva ritenuto sufficiente. L’imprenditore non doveva solo pagare: doveva accettare un sistema di regole parallelo.

La territorialità come legge: le regole della Catania-Ragusa

Il principio del territorio come proprietà criminale ricorre in ogni pagina. Chi arriva per lavorare deve prima confrontarsi con chi rivendica il dominio della zona. La dinamica è emersa nei lavori di movimento terra per la realizzazione della Catania-Ragusa: Massimo Rizzo discuteva dell’opportunità di avvicinare un’impresa di Maniace, considerata vicina ad ambienti criminali, per definire le condizioni per il ricovero dei mezzi e la somma estorsiva.

Ma dalle conversazioni emerge un dettaglio fondamentale: il prezzo da pagare cambiava in base ai rapporti dell’impresa con altri ambienti mafiosi. La gip ha evidenziato la distinzione tra imprese “estranee” e imprese “amiche”. Una classificazione che consentiva al clan di modulare le richieste e di usare alcuni imprenditori come punto di contatto con altre realtà criminali. La stessa impresa avrebbe facilitato l’approccio con una società campana chiamata a occuparsi della bonifica di eventuali ordigni bellici lungo i cantieri della nuova arteria stradale.

Il pezzo da novanta del clan

Nel territorio di Lentini e Carlentini, la filiera degli agrumi – trasporto, commercializzazione e movimentazione – è finita dentro una rete di interessi in cui il confine tra economia legale e imposizione mafiosa diventava impercettibile. Tra i soggetti chiave figura il 73enne Giuseppe Giampapa, tornato a Carlentini nel 2020 dopo una lunga detenzione, che avrebbe assunto un ruolo centrale nella gestione delle attività ortofrutticole e nei rapporti con l’area catanese.

L’interesse si estendeva poi alla guardiania nei cantieri, alla gestione dei residui della lavorazione degli agrumi e agli scavi. Il modello punta a inserirsi dentro l’economia: la forza intimidatrice si trasforma in rendita. Come ribadito da Ardita, l’estorsione non è più soltanto una tassa, ma uno strumento per orientare il mercato e controllare l’indotto.

Decine gli incontri di Giampapa finiti sotto osservazione, ritenuto dagli investigatori il tramite con i Santapaola-Ercolano. Tra le sue frequentazioni, anche persone già note alle cronache e ora nuovamente al vaglio degli inquirenti per presunti interessi nel traffico di droga e negli appalti pubblici, come il subappalto per alcune rotatorie Anas a Carlentini, Palagonia e Acireale.

Accanto a Giampapa c’erano Antonino Guercio e Sebastiano Basso. In un’intercettazione, Guercio chiarisce a Basso la linea da seguire: «No, forse non ci stiamo capendo: a noi altri ci devono portare solo i soldi».

La rivendicazione territoriale è emersa anche nella realizzazione di parchi fotovoltaici tra Melilli e Augusta. In questo specifico capitolo, la Dda aveva chiesto una misura cautelare nei confronti di un imprenditore di 59 anni (richiesta non accolta dalla gip, che ha ritenuto l’episodio isolato e privo di collegamenti diretti con il clan).

La vicenda resta comunque agli atti per la dinamica: l’uomo avrebbe cercato di imporre a un’azienda impegnata nei lavori per conto della Blusolar di lasciare spazio alle ditte locali, sostenendo che chi arrivava da fuori non dovesse operare. Il messaggio era il medesimo: il lavoro appartiene ai “paesani” e serve l’autorizzazione.

La droga oltre i confini e le comunicazioni dal carcere

Se il racket rappresenta il volto territoriale, il traffico di stupefacenti costituisce il versante più redditizio. Le indagini hanno ricostruito un gruppo attivo nel traffico di droga con canali di approvvigionamento persino dalla Spagna. Cocaina, hashish e marijuana venivano immesse nel circuito sia all’ingrosso sia al dettaglio, con la cocaina a fare da traino per via dei margini elevati.

L’attività investigativa, avviata nel 2020, ha portato a cinque arresti in flagranza e al sequestro di una pistola, munizioni e circa due chilogrammi di droga, dimostrando come il traffico colleghi strettamente la provincia di Siracusa a quella di Catania.

Un capitolo centrale riguarda poi il carcere di Cavadonna. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Manuel Pisano, la struttura si sarebbe trasformata in un vero e proprio canale di collegamento per mantenere contatti con l’esterno e con il territorio lentinese al fine di decidere dinamiche e strategie criminali da adottare.

In particolare, in alcuni episodi del 2022 riferiti ai rapporti con Alfio Scandurra, soprannominato “Alfio u ciuraru”, Pisano ha raccontato di una videochiamata usata abitualmente per discutere in maniera diretta di forniture di cocaina.

Il no all’omicidio e il simbolo della pistola al bambino

Nelle carte c’è spazio anche per un progetto di sangue sventato: l’omicidio di Antonio Greco, emerso dalle dichiarazioni del pentito Luca Costanzo (interrogatorio del 12 marzo 2024). Greco era stato individuato come bersaglio di una ritorsione dopo l’aggressione a Davide Pincio, esponente del clan Santa Panagia di Siracusa.

Ma per uccidere serviva il beneplacito dei vertici. Il 2 novembre 2020 Costanzo ha incontrato Massimiliano Rizzo nei pressi di un chiosco vicino all’ospedale di Lentini: la risposta fu un no secco. L’omicidio, in quel momento, era un’operazione “impossibile”. Un episodio che dimostra l’esistenza di un livello decisionale verticistico.

Ma l’immagine che più di tutte incarna la dimensione culturale della violenza è quella catturata in un’intercettazione risalente a circa cinque anni fa: un bambino di appena cinque o sei anni fatto adagiare con le mani su una pistola vera. Il boss gli impartiva un inquietante insegnamento, invogliato a prendere l’arma: «Se qualcuno maltratta la mamma gli devi sparare addosso. Ce la fai a sparargli addosso? Ti do la pistola, vero che te la do. Dai forza gliela puoi dare… hai visto! Se l’è presa! È pazzo».

Indignata dal gesto, interviene la madre del bimbo che, scagliandosi contro il mafioso, ebbe ad urlagli: «Ehi, pezzo di merda». L’episodio è stato rimarcato amaramente dal procuratore Curcio: «Si è arrivati a mettere nelle mani di un piccolo bambino di 5-6 anni un’arma dicendogli che quello sarebbe stato il suo strumento di lavoro», una realtà agghiacciante.

Il colpo da 5,5 milioni e l’appello del Procuratore: “Denunciate”

Oltre alle manette, l’operazione condotta dai Carabinieri di Siracusa, dalla Guardia di Finanza di Catania e dallo SCICO di Roma ha portato al sequestro preventivo di complessi aziendali, quote societarie, immobili, beni mobili e conti per un valore stimato in 5,5 milioni di euro. Come evidenziato dal pm Fabrizio Aliotta, l’inchiesta ha tratto grande forza dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, poi riscontrate dagli elementi sul campo.

In questo quadro la sfida vera, ora, è culturale. Il procuratore Curcio ha lanciato un appello diretto al mondo imprenditoriale: “Denunciate, le porte della Procura sono aperte”. Perché l’infiltrazione mafiosa si è fatta chimica, capace di confondersi con il normale funzionamento dell’economia legale.

Non c’è più soltanto il pizzo; ci sono le fatture gonfiate, i servizi imposti, la concorrenza sleale, i crediti “recuperati”. Una piovra che continua a cambiare pelle, ma che per sopravvivere ha ancora bisogno di un ingrediente antico e letale: il silenzio di chi guarda e tace. Ed è proprio a causa di quel silenzio che alla mafia è stato consentito di continuare a dettare legge.

di Anthony Maria Bianca 27 Settembre 2026 | 08:00
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