Melilli. Beni confiscati alla mafia, Comune non pubblica l’elenco: è tra i 50 enti siciliani inadempienti

di Redazione

“La mafia prospera nel buio”: a Melilli i beni confiscati alla criminalità organizzata restano senza un elenco pubblico facilmente consultabile. Il Comune è tra i 50 enti siciliani destinatari di patrimoni confiscati che, secondo «RimanDATI», non hanno ancora pubblicato sul sito istituzionale le informazioni previste. Un vuoto di trasparenza che tocca un patrimonio che dovrebbe essere restituito ai cittadini, conosciuto, controllato e trasformato in risorsa per la comunità

C’è anche Melilli, in provincia di Siracusa, tra i Comuni siciliani che non risultano ancora aver reso pubblicamente disponibile l’elenco dei beni confiscati alla criminalità organizzata loro affidati. Un dato che riaccende i riflettori sul tema della trasparenza nella gestione dei patrimoni sottratti alle mafie, proprio mentre a livello nazionale si registra un significativo miglioramento.

A fotografare la situazione è la quarta edizione di «RimanDATI», il monitoraggio promosso da Libera insieme al Gruppo Abele, al Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell’Università di Torino e con il contributo di Istat. La rilevazione prende in esame i Comuni destinatari di beni confiscati e verifica se gli enti locali rendano effettivamente accessibili ai cittadini le informazioni previste dalla normativa.

Melilli nella lista dei 50 comuni inadempienti

Il dato che riguarda il territorio siracusano emerge con particolare evidenza: Melilli figura nell’elenco dei 50 Comuni siciliani che non hanno pubblicato l’elenco dei beni confiscati sul proprio sito istituzionale.

Una presenza che pesa, soprattutto considerando il significato che assume la trasparenza quando si parla di patrimoni sottratti alle organizzazioni criminali. Non si tratta, infatti, di una semplice questione burocratica: conoscere quali siano i beni confiscati, dove si trovino e quale destinazione abbiano ricevuto significa consentire alla collettività di verificare come un patrimonio sottratto alla criminalità venga restituito al territorio.

Il caso Melilli si inserisce dunque in un quadro più ampio che interessa 50 amministrazioni comunali siciliane, pari a circa il 24 per cento degli enti dell’Isola destinatari di beni confiscati.

La Sicilia migliora, non abbastanza

Il rapporto evidenzia comunque un’evoluzione positiva. Dei 208 Comuni siciliani monitorati, 158, pari al 76 per cento, hanno pubblicato sul proprio sito l’elenco dei beni confiscati. La percentuale è cresciuta sensibilmente rispetto alla prima rilevazione.

Il miglioramento, però, non cancella le criticità. La vera questione riguarda infatti anche la qualità e l’accessibilità delle informazioni. Nel ranking che misura quanto sia semplice per un cittadino individuare, comprendere e utilizzare i dati pubblicati, la Sicilia raggiunge il 49,50 per cento, rimanendo al di sotto della media nazionale, attestata al 56 per cento. Insomma, pubblicare non sempre significa rendere realmente trasparente.

Patrimonio che deve tornare alla collettività

Il monitoraggio nazionale fotografa una situazione complessivamente migliore rispetto al passato. Su 1.174 Comuni italiani destinatari di immobili confiscati, 938, pari al 79,8 per cento, risultano oggi in regola con la pubblicazione degli elenchi. Gli enti ancora inadempienti sono 236.

Rispetto al primo rapporto del 2021, quando soltanto il 38 per cento dei Comuni pubblicava i dati richiesti, il passo avanti è evidente. Ma proprio l’esistenza di Comuni ancora inadempienti dimostra che la partita della trasparenza non può considerarsi chiusa.

Il principio è semplice: un bene sottratto alla mafia non deve rimanere invisibile. Deve essere conosciuto, controllato e, quando possibile, restituito alla comunità attraverso progetti sociali, culturali, educativi e di inclusione.

“La mafia prospera nel buio”

È questo il significato politico e civile sottolineato da Libera nel rapporto. La trasparenza viene considerata uno degli strumenti attraverso cui impedire che i patrimoni confiscati restino lontani dal controllo dei cittadini.

La pubblicazione dei dati, infatti, può favorire la conoscenza dei beni disponibili e agevolare i percorsi per il loro riutilizzo sociale. Per i territori nei quali la presenza della criminalità organizzata ha lasciato tracce profonde, il passaggio da patrimonio della mafia a patrimonio della collettività rappresenta uno dei simboli più forti della capacità dello Stato e delle comunità di riappropriarsi degli spazi sottratti all’illegalità.

Servono anche risorse

Accanto alla trasparenza c’è poi un’altra emergenza: i soldi necessari per recuperare e utilizzare concretamente i beni confiscati. Il rapporto richiama l’importanza del Fondo Unico Giustizia, alimentato anche dalle risorse derivanti dalle attività di sequestro e confisca. La richiesta è quella di destinare stabilmente una quota di queste somme ai territori chiamati a gestire e valorizzare i patrimoni confiscati.

La proposta avanzata da Libera è quella di destinare il 2 per cento del Fondo Unico Giustizia a progetti di riutilizzo sociale. Un principio che può essere riassunto in una formula: il denaro sottratto alle mafie deve tornare ai cittadini.

E proprio per questo, il caso di Melilli assume un significato che va oltre la semplice pubblicazione di un elenco. Perché quando si parla di beni confiscati, la trasparenza non è un dettaglio amministrativo: è parte integrante della lotta alla mafia.

14 Settembre 2026 | 09:02
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