L'allarme di Ansaldi

Siracusa. Rischio paralisi industriale, IAS è una bomba a orologeria: cantieri in ritardo e 70 imprese verso il baratro

di Redazione

Il paradosso è servito: il 12 settembre 2026 scade il regime di deroga dell’IAS, ma la transizione è ancora incompleta. Oltre 200 milioni di euro messi in campo dalle industrie per uscire dal sistema consortile, però i cronoprogrammi non coincidono. Restano la Condotta Ciane da ripristinare, un depuratore da riconfigurare e un buco finanziario da milioni di euro l’anno: nel mezzo, un vincolo giudiziario e circa 70 aziende dell’indotto che rischiano lo stop. La Regione ha istituito una Cabina di Regia, ma il tempo per trovare una soluzione si sta esaurendo

Il depuratore consortile IAS di Priolo Gargallo arriva al passaggio più delicato della sua lunga e tormentata storia. Nato per trattare contemporaneamente i reflui urbani e quelli provenienti dal polo petrolchimico siracusano, l’impianto si trova da anni al crocevia tra emergenza ambientale, continuità produttiva e procedimenti giudiziari. E ora, soprattutto, deve fare i conti con una scadenza che non ammette ulteriori rinvii.

È il 12 settembre 2026 il giorno destinato a segnare la fine del regime di deroga che ha consentito la prosecuzione delle attività con limiti emissivi provvisori. Una data che, alla luce dello stato dei cantieri e delle opere ancora da realizzare, rischia di trasformarsi nel punto di rottura dell’intero sistema.

L’IAS è sotto sequestro dal giugno 2022, nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. La perizia tecnica svolta nell’incidente probatorio ha messo in evidenza, secondo quanto riferito da Giuseppe Ansaldi del Comitato Parchi, le criticità strutturali legate proprio alla natura mista dell’impianto. Per anni la presenza e le continue oscillazioni dei flussi industriali, insieme agli idrocarburi, avrebbero compromesso l’efficienza dei processi biologici a fanghi attivi nelle vasche di trattamento.

A questo si è aggiunto un altro problema: l’assenza storica di adeguate coperture e di sistemi efficaci di captazione e trattamento. Una condizione che, secondo Ansaldi, ha prodotto emissioni odorigene e dispersioni di composti volatili considerati nocivi per la salute.

La sentenza della Consulta e il termine dei 36 mesi

Il nodo, oggi, è soprattutto temporale. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 105 del 2024, ha ribadito la prevalenza della tutela della salute sulla continuità produttiva, dichiarando illegittime le norme che consentivano proroghe senza una scadenza definita dell’attività in deroga.

La pronuncia ha così ripristinato il termine massimo e inderogabile di 36 mesi per completare gli interventi di risanamento e arrivare al distacco dei reflui industriali. Sul fronte giudiziario è intervenuta anche la Corte di Cassazione, che ha annullato con rinvio le ordinanze del Tribunale del Riesame che avevano consentito ulteriori proroghe operative in assenza, secondo quanto evidenziato nel procedimento, di un monitoraggio rigoroso e puntuale degli inquinanti.

La possibilità di proseguire temporaneamente l’attività, fissando limiti emissivi provvisori, deriva dal decreto interministeriale del 12 settembre 2023, adottato in attuazione del decreto-legge 2/2023 sui siti di interesse strategico nazionale. Applicando il termine dei 36 mesi previsto dalla normativa, la deroga arriva dunque alla sua scadenza il 12 settembre 2026.

Il mancato rispetto del cronoprogramma o delle prescrizioni ambientali comporterebbe la decadenza del regime derogatorio, con il conseguente arresto degli scarichi e delle produzioni interessate.

Ed è qui che si apre il paradosso: secondo Giuseppe Ansaldi del Comitato Parchi, il termine è perentorio, ma lo stato di avanzamento delle opere rende estremamente difficile, se non materialmente impossibile, completare l’intero percorso entro quella data.

Grandi Utenti, cantieri a velocità diverse

Per evitare il blocco del polo, i grandi gruppi industriali hanno stanziato oltre 200 milioni di euro per realizzare impianti autonomi di trattamento dei reflui. Il problema è che i cantieri non procedono tutti allo stesso ritmo.

Il quadro è fortemente asimmetrico. L’impianto IGCC di ISAB Sud è già stato distaccato dall’IAS. Anche Versalis, società del gruppo Eni, ha completato il distacco. Per Priolo Servizi l’uscita dal sistema consortile è stimata entro settembre. Sasol Italy prevede invece di completare i lavori entro la fine dell’anno.

La situazione più critica riguarda Sonatrach, per la quale la conclusione delle opere non sarebbe prevista prima della primavera del 2027, dunque diversi mesi oltre la soglia temporale fissata dal regime di deroga.

È proprio questa differenza tra i cronoprogrammi a creare il principale rischio operativo. Come evidenzia Ansaldi, chiudere anticipatamente le condotte dirette all’IAS senza che gli impianti privati siano effettivamente collaudati significherebbe, per le aziende interessate, arrivare alla fermata tecnica delle linee di raffinazione e petrolchimica.

La questione ambientale si intreccia così inevitabilmente con quella industriale: il passaggio al nuovo modello non può essere completato semplicemente interrompendo il vecchio.

L’IAS verso una nuova identità: ma con quali reflui?

Parallelamente, la Regione Siciliana sta lavorando alla rifunzionalizzazione dell’IAS come infrastruttura destinata in via esclusiva, o comunque prevalente, al trattamento dei reflui civili.

Il progetto dovrebbe coinvolgere i comuni di Priolo Gargallo, Melilli, Siracusa, Solarino e Floridia, accompagnandosi alla dismissione dell’impianto di Canalicchio e alla cessazione del recapito dei reflui nel Porto Grande di Siracusa.

Ma anche questa trasformazione presenta un problema tecnico tutt’altro che secondario. L’eliminazione della componente industriale determinerebbe infatti un drastico calo sia dei volumi idraulici sia del carico organico in ingresso. Secondo Giuseppe Ansaldi, questa trasformazione esporrebbe l’impianto a un forte sottocarico, con il rischio di compromettere l’equilibrio dei processi biologici.

Il problema non è soltanto quantitativo. Una riduzione significativa di nutrienti e sostanza organica potrebbe compromettere la biomassa batterica necessaria ai processi biologici. Al tempo stesso, le attuali stazioni di sollevamento e i sistemi di aerazione rischierebbero di risultare sovradimensionati, con conseguenze anche sul fronte dei consumi energetici.

Per questo, secondo il Comitato Parchi, sarebbe necessaria una rapida parzializzazione delle linee, accompagnata da una rifunzionalizzazione modulare delle vasche e dall’installazione di macchinari capaci di modulare dinamicamente i consumi.

La partita viaggia su binari differenti: 6-7 milioni l’anno da coprire

A complicare ulteriormente il quadro ci sono le opere pubbliche necessarie per portare a Priolo l’intera portata civile dell’hinterland siracusano. Per farlo occorre ripristinare la funzionalità della condotta dorsale. Ma tra gara, realizzazione delle opere e collaudo, i tempi potrebbero arrivare ad almeno due anni.

Si profila quindi una pericolosa finestra temporale: gli scarichi industriali potrebbero essere già esclusi dall’IAS mentre i reflui civili destinati a sostituirli non sarebbero ancora arrivati in quantità sufficiente.

È uno dei rischi evidenziati da Ansaldi, che sottolinea come il cronoprogramma delle opere pubbliche rischi di non coincidere con quello imposto dal distacco dei reflui industriali. È una criticità che rende ancora più evidente quanto il calendario giudiziario e quello dei cantieri viaggino su binari differenti.

La trasformazione dell’IAS pone anche una questione finanziaria. I costi operativi dell’impianto si aggirano storicamente tra 12 e 13 milioni di euro l’anno. Oltre due terzi di questa cifra sono stati tradizionalmente coperti dai canoni versati dai Grandi Utenti industriali.

Con il progressivo distacco delle industrie, quella fonte di finanziamento verrebbe meno. La tariffa del servizio idrico integrato applicata alle utenze civili, stimata in circa 6,2 milioni di euro secondo il metodo ARERA, non sarebbe sufficiente a coprire i costi complessivi.

Il risultato sarebbe un disavanzo strutturale stimato in 6-7 milioni di euro all’anno. Una voragine che, senza contributi di transizione o specifiche misure compensative, rischierebbe di ricadere sui bilanci comunali e, indirettamente, sui cittadini.

Le 70 PMI sospese sul filo dell’autorizzazione allo scarico

Se i grandi gruppi possono contare sulle risorse necessarie per costruire impianti autonomi, la situazione cambia radicalmente per le circa 70 piccole e medie imprese presenti nella zona industriale.

Molte di queste aziende non dispongono né di aree adeguate né della capacità finanziaria necessaria per realizzare autonomamente sistemi di trattamento dei reflui. Per loro, l’interruzione del servizio consortile non sarebbe soltanto un problema logistico. Senza un’alternativa per il trattamento, verrebbe meno l’autorizzazione allo scarico e, di conseguenza, potrebbe arrivare la paralisi delle attività produttive.

Anche questo, osserva Giuseppe Ansaldi, rappresenta uno dei punti più delicati della transizione: risolvere il problema dei grandi utenti non significa automaticamente mettere in sicurezza l’intero sistema industriale.

La Cabina di Regia e la corsa contro il tempo

Per governare questa fase, la Regione Siciliana ha istituito una Cabina di Regia chiamata a seguire il percorso di transizione dell’impianto verso l’affidamento al gestore del servizio idrico, Aretusacque, monitorare l’avanzamento dei lavori della Condotta Ciane e definire la necessaria riorganizzazione tecnica dell’IAS.

La tenuta del sistema dipenderà dalla capacità di far procedere contemporaneamente più interventi: accelerare le opere infrastrutturali, riconfigurare le vasche del depuratore, garantire l’adeguato funzionamento biologico dell’impianto e, soprattutto, trovare una soluzione tecnico-giuridica che permetta alle Pmi di conferire i propri reflui in modo tracciato e autorizzato.

Ma il tempo rimasto è ormai pochissimo. Il principio affermato dalla Consulta – ambiente, salute e sviluppo produttivo possono essere bilanciati, ma non attraverso rinvii indefiniti – rende ancora più difficile immaginare una soluzione ordinaria.

Secondo Ansaldi, il divario tra i cronoprogrammi industriali, i cantieri pubblici e i vincoli giudiziari è ormai incolmabile senza strumenti straordinari. Il rischio è quello di un corto circuito simultaneo: da una parte il sistema depurativo, dall’altra il polo petrolchimico e, sullo sfondo, una parte rilevante del tessuto delle piccole e medie imprese della provincia.

La domanda che resta: perché si è arrivati a questo punto?

A quattro anni dal sequestro dell’IAS, resta una domanda che pesa sul presente e sul futuro dell’impianto: si sarebbe potuto evitare l’attuale empasse con una modernizzazione tempestiva?

Secondo Giuseppe Ansaldi del Comitato Parchi, la risposta passa anche dalla storia delle prescrizioni rimaste inevase. L’adeguamento alle BAT, le Best Available Techniques, era stato sollecitato dai periti già dal 1998, all’indomani di un analogo procedimento giudiziario. A ciò si aggiungono le prescrizioni contenute nelle AIA, che sarebbero rimaste in larga parte disattese.

Una gestione rigorosa e un adeguamento progressivo dell’infrastruttura avrebbero potuto, secondo questa lettura, preservare la sostenibilità del modello consortile, evitando di arrivare oggi a una trasformazione imposta dall’emergenza.

Resta infine sul tavolo una soluzione tecnica che, secondo Ansaldi e il Comitato Parchi, avrebbe rappresentato – e potrebbe ancora rappresentare – una delle opzioni più efficaci: una gestione centralizzata dei reflui con scarico sottomarino al largo, a circa 35 metri di profondità, in modo da ridurre il rischio di dispersioni inquinanti nella rada di Augusta.

Un’area che non parte da una condizione ambientale neutra: la rada è infatti inserita in un sito di interesse nazionale già caratterizzato da una pesante vulnerabilità ambientale.

Il paradosso dell’IAS, oggi, è tutto qui. La necessità di risanare un’infrastruttura considerata critica è diventata indiscutibile. Ma il risanamento si sta consumando dentro una corsa contro il tempo nella quale i diversi cronoprogrammi – industriali, infrastrutturali e giudiziari – non sembrano riuscire a coincidere.

Il 12 settembre 2026 non è soltanto una scadenza amministrativa. È il punto in cui il sistema dovrà dimostrare se la transizione è stata realmente preparata oppure se, arrivati al termine della deroga, la provincia siracusana si troverà davanti a un nuovo paradosso: dover scegliere tra il blocco delle attività produttive e un’infrastruttura depurativa ancora non pronta a sostenere il proprio nuovo ruolo.

10 Settembre 2026 | 07:50
© RIPRODUZIONE RISERVATA