Siracusa. Il terremoto in Indonesia, senza scampo per Siracusa: un’area di Protezione Civile ferma da vent’anni

di Giuseppe Bianca

L’Area Attendamenti e Containers prevista sulla SS124 resta un cantiere fantasma. Il sindaco Italia e la sua giunta continuano a girarsi dall'altra parte, la Regione tace: se il sisma arrivasse qui, la città non avrebbe dove andare

Il violento sisma di magnitudo 7,7 che il 14-15 agosto scorso ha colpito l’isola indonesiana di Flores, causando decine di vittime e la distruzione di interi villaggi, dovrebbe essere un campanello d’allarme per ogni amministrazione che abbia a cuore la sicurezza dei propri cittadini.

A Siracusa, invece, rischia di passare come l’ennesima notizia dall’altra parte del mondo, buona per un titolo e poi archiviata nel dimenticatoio. Perché qui, in casa nostra, un’opera pensata esattamente per rispondere a un’emergenza di quel tipo è ferma da oltre vent’anni.

Una storia infinita

Parliamo dell’Area Attendamenti e Containers e della sede del Centro Operativo Comunale di Protezione Civile, un’infrastruttura strategica su un’area di decine di migliaia di metri quadrati, pensata per diventare il punto di riferimento della città in caso di calamità: un luogo dove allestire tendopoli, containers abitativi, mezzi di soccorso, eventualmente anche basi per elicotteri.

In foto: a sx l’area come si trova, a destra l’elaborazione grafica indicativa a scopo illustrativo, non un rendering ufficiale del progetto

I numeri di questa vicenda sono, da soli, un atto d’accusa. L’opera viene finanziata nel 2005 con fondi della legge 433/91, poi rifinanziata nel 2011 per oltre 7 milioni di euro. I lavori vengono appaltati proprio in quegli anni, con una scadenza fissata al 2015. Undici anni dopo quella scadenza, e più di vent’anni dopo il primo finanziamento, l’opera non è ancora conclusa. Non un ritardo, ma una vera e propria palude amministrativa che attraversa più consiliature e più amministrazioni comunali, e che oggi interpella direttamente il sindaco Francesco Italia e la sua giunta, alla guida della città dal 2018.

Non è la prima volta che la questione viene sollevata: negli anni sono arrivate interrogazioni, denunce di consiglieri ed ex assessori regionali, appelli di candidati sindaco, persino la constatazione, dolorosa, che gli incendi che devastano periodicamente il territorio siracusano avrebbero forse trovato una risposta più efficace se il Centro Operativo Comunale fosse stato pienamente operativo. Eppure, cantiere dopo cantiere, proroga dopo proroga, la situazione resta sostanzialmente identica: un’opera strategica ridotta a un cumulo di strutture incompiute, esposte al degrado.

Cosa accadrebbe con un sisma vero

È lecito, ed è doveroso, porsi una domanda scomoda: cosa accadrebbe se un evento sismico paragonabile a quello di Flores, o anche soltanto assimilabile a quelli che colpirono la Sicilia orientale negli anni Novanta, si abbattesse oggi su Siracusa?

Una città che sorge a pochi chilometri da uno dei più grandi poli industriali e petrolchimici d’Europa, con tutti i rischi aggiuntivi che questo comporta, non può permettersi di restare priva di un luogo sicuro, attrezzato e immediatamente disponibile per accogliere la popolazione. Il rischio concreto è che, in un’emergenza reale, la città scivoli nel caos e nella disorganizzazione, proprio mentre altrove nel mondo si contano i danni di eventi che ci ricordano quanto sia imprevedibile la natura.

Una responsabilità che non può più essere scaricata altrove

È comodo, per chi amministra, richiamarsi alle lentezze burocratiche, ai cambi di appalto, alle carenze di fondi regionali. Ma vent’anni sono un tempo che nessuna giustificazione tecnica può più sostenere. Il sindaco Italia e la sua giunta hanno il dovere politico e istituzionale di fare della conclusione di quest’opera una priorità assoluta, non un capitolo da citare nei programmi elettorali e poi accantonare. Serve trasparenza sullo stato dei lavori, un cronoprogramma pubblico e verificabile, e la volontà politica di non arrendersi davanti agli ostacoli tecnici e finanziari.

Allo stesso tempo, la responsabilità non può ricadere soltanto sul Comune. È tempo che la Regione Siciliana, attraverso il Dipartimento regionale della Protezione Civile, si assuma il compito di portare a termine un’opera che ha già finanziato e che riguarda la sicurezza non solo di Siracusa, ma dell’intero hinterland aretuseo. Una regia regionale forte, con risorse certe e tempi definiti, è oggi l’unica strada realistica per chiudere una vicenda che continua a essere, a tutti gli effetti, una vergogna amministrativa.

Un accesso mancante: la bretella su viale Epipoli

A questo si aggiunge un altro nodo irrisolto: la realizzazione della bretella che dovrebbe garantire un nuovo ingresso all’area dalla SS 124, collegandola a viale Epipoli. Senza questo collegamento, anche un’area attendamenti finalmente completata rischierebbe di restare difficilmente raggiungibile nei momenti in cui la rapidità di accesso conta più di ogni altra cosa. Anche su questo fronte occorre un impegno chiaro, che non si limiti agli annunci ma si traduca in un cronoprogramma reale.

Siracusa non può continuare a convivere con un’opera di sicurezza pubblica lasciata a metà per vent’anni. Ogni sisma che scuote il pianeta, come quello che in questi giorni ha colpito l’Indonesia, dovrebbe ricordare a chi amministra – a livello comunale e regionale – che la protezione civile non è un capitolo di bilancio qualunque, ma la garanzia minima che una comunità ha il diritto di pretendere da chi la governa.

È ora che il Comune di Siracusa e la Regione Siciliana, ciascuno per la propria parte, smettano di rimandare e portino a termine un’opera che i cittadini aspettano da una generazione.

di Giuseppe Bianca 19 Agosto 2026 | 13:55
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